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La sentenza della Corte di Assise di Milano: la donna lasciò sola la piccola per 6 giorni nel luglio 2022

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Alla fine, tra carcere a vita o reclusione temporanea, il pendolo dell’aritmetica giudiziaria si ferma sull’ergastolo per Alessia Pifferi: per la Corte d’Assise di Milano nel luglio 2022 la 38enne era «capace di intendere e volere» non un «abbandono di minore» dal quale potesse poi scaturire la morte della piccola Diana (tesi difensiva da 3 a 8 anni di pena), bensì con «dolo diretto» un «omicidio volontario» della figlia di 18 mesi, lasciata sola in casa a morire disidratata con appena «due biberon di latte, due bottigliette d’acqua e una di “teuccio”» dal 14 al 20 luglio 2022 mentre lei era fuori Milano in vacanza con l’allora suo (ignaro) compagno.

Questo aver ucciso una persona in rapporto di filiazione è una circostanza aggravante di per sé già sufficiente a determinare in automatico la condanna all’ergastolo (anche a prescindere dalla esclusa premeditazione), perché a bilanciarle con un giudizio di equivalenza non viene concessa dai giudici alcuna attenuante, nemmeno le generiche che avrebbero fatto invece ritornare l’imputazione a omicidio semplice (da 21 a 24 anni).

 

La difesa: «Pifferi non ha mai voluto uccidere la figlia»

L’avvocata Alessia Pontenani, sulla scorta del lavoro del consulente di parte Andrea Garbarini, valorizzava in Pifferi «un deficit di sviluppo intellettivo» che non le farebbe provare empatia, né accorgersi dei bisogni e della sofferenza degli altri, né prevedere e collocare nel tempo le conseguenze delle proprie azioni. «Alessia Pifferi non ha mai voluto uccidere la figlia, ha commesso il reato di abbandono di minore più volte: la prima volta che è andata al supermercato senza la bambina, il primo weekend in cui è partita, la volta della cena in limousine, il secondo weekend: la caratteristica di questo resto è la speranza che non accada nulla, e lei sperava in cuor suo e credeva che non sarebbe accaduto nulla alla bambina».

Il pm: «C’è un’unica vittima e si chiama Diana»

Al contrario il pm Francesco De Tommasi opponeva invece i risultati della consulenza affidata dalla Corte al perito d’ufficio Elvezio Pirfo, che nei disturbi della donna (come l’assenza di empatia o un deficit cognitivo) escludeva comunque infermità mentale. «C’è una unica vittima e si chiama Diana, e c’è una bugiarda e una attrice che è Alessia Pifferi», aveva dunque concluso in mattinata il pm. «Pifferi non ha alcun deficit mentale, nessun documento lo prova. Si è inventata una storia per scrollarsi di dosso le responsabilità e poter dire: “Non è colpa mia”. Io chiedo di avere pietà per Diana, di non riconoscere alcun beneficio» all’imputata, ma di «offrirle una speranza: quella di superare e compensare attraverso la sofferenza della pena il dolore che prima o poi le esploderà dentro». No alle attenuanti «per tante ragioni, ma soprattutto perché ha tradito sua figlia quando l’ha lasciata sola, e l’ha tradita in questo processo quando non ha avuto il coraggio di assumersi le sue responsabilità. Condannatela all’ergastolo per dare giustizia a Diana».

L’inchiesta parallela sulle psicologhe

Resta ora da vedere l’esito della inchiesta parallela emersa a gennaio quando il pm aveva intercettato due psicologhe del carcere, indagandole in concorso proprio con l’avvocato Pontenani per l’ipotesi di falso ideologico e favoreggiamento nell’avere (secondo l’accusa) avuto verso Pifferi a San Vittore un atteggiamento non di «descrizione clinica» o di dovuta assistenza psicologica, ma di «estrapolazione deduttiva di una vera e propria attività di consulenza difensiva non rientrante nelle competenze delle psicologhe», finalizzata a «creare, con false attestazioni sullo stato mentale della detenuta, le condizioni per tentare di giustificare la somministrazione del test psicodiagnostico Wais» fuori da «buone prassi» e con «esiti incompatibili. L’indagine, condotta dal solo pm De Tommasi dopo che la collega Rosaria Stagnaro ha rimesso la delega al procuratore Marcello Viola per aver appreso l’iniziativa dai giornali, aveva determinato lo sciopero degli avvocati della Camera Penale e dell’Ordine il 4 marzo per protesta contro una ritenuta «gravissima ingerenza nell’attività difensiva nel corso del processo».

«Non c’è stato un clima sereno nel processo»

Pifferi, impassibile alla lettura del verdetto, «è molto dispiaciuta – riferisce la sua legale – di aver sentito la sorella e la madre esultare durante la lettura della sentenza, quando il presidente ha detto `ergastolo´». La sentenza l’ha infatti anche condannata a risarcire le due parti civili, alle quali è stata riconosciuta intanto una provvisionale di 20mila euro per la sorella Viviana e di 50mila euro per la madre Maria. «Leggeremo le motivazioni e poi ovviamente faremo appello, ma penso – dice Pontenani – che non ci sia stato un clima sereno, e che senza l’inchiesta parallela forse la perizia psichiatrica avrebbe dato esito diverso»

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La nonna: «Deve pagare per quel che ha fatto»

«È un dolore atroce, si è dimenticata di essere una mamma – ha commentato la madre di Pifferi, nonna della piccola Diana -. Deve pagare per quello che ha fatto. Se si fosse pentita e mi avesse chiesto scusa… ma non l’ha fatto. Ora non riuscirei a dirle nulla».

La sorella: «Adesso Diana può volare in pace»

«Penso che i giudici abbiano fatto quello che è giusto, perché per me non ha mai avuto attenuanti, non è mai stata matta o con problemi psicologici» ha aggiunto Viviana Pifferi, sorella di Alessia, commentando la sentenza. «In questo momento non so neanche dire cosa provo, è una cosa stranissima. Spero che adesso Diana possa volare via in pace».

Sorgente: Alessia Pifferi condannata all’ergastolo: lasciò morire di stenti la figlia Diana di 18 mesi. La nonna: «Dolore atroce, ma deve pagare». Il pm: «La sentenza la aiuterà a superare il dolore» | Corriere.it