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Nell’attacco a Madrid 193 morti, così cambiò la storia di Spagna

L’11 marzo 2004 era un giovedì.

Alle 7.37 del mattino, le prime tre esplosioni squarciarono un treno di pendolari in entrata nella stazione di Atocha, a Madrid. Nei tre minuti successivi altri 7 ordigni esplosero su 3 regionali, gremiti per l’ora di punta, nelle vicine stazioni di El Pozo, Santa Eugenia e Calle Tellez. In totale 10 bombe provocarono 193 vittime di 17 nazionalità e 1856 feriti. Poco più tardi, nel caos di corpi dilaniati, viaggiatori in preda al panico, grida di aiuto, scarpe ed effetti personali sparsi dalle esplosioni, gli artificieri fecero brillare altri due ordigni ritrovati in due zaini. Un terzo, collegato a un cellulare, recuperato vicino al commissariato di Leganes, a sud della capitale, venne disattivato. E sarà chiave per l’indagine che porterà all’identificazione degli autori del primo attacco jihadista indiscriminato di massa in Europa. A tre giorni dalle elezioni.

“Sono passati 20 anni dall’undici marzo: il più grande atto terrorista d’Europa, la più grande infamia, la più grande bugia di un dirigente politico: José María Aznar”, ha detto il premier spagnolo Pedro Sanchez ricordando la strage. I sospetti del ministro degli Interni del governo conservatore di Aznar puntarono infatti subito sulla banda secessionista armata basca Eta, che smentì nel giro di poche ore. Lo stesso pomeriggio degli attentati, gli indizi portarono ai fondamentalisti islamici, con il ritrovamento su un furgone rubato ad Alcalà di 7 detonatori e un nastro di versetti del Corano. E una prima rivendicazione della Brigata Abu Hafs al-Masri, a nome di Al Qaeda, recapitata a Londra, che il governo decise di occultare.

Per insistere invece sulla mano di Eta, con un pressing sui media nazionali e internazionali e nelle cancellerie estere. Il giorno dopo, 12 milioni di spagnoli manifestarono contro il terrorismo in tutto il Paese al grido di “Eravamo tutti su quei treni!”.

“Le stragi islamiche furono il costo che la Spagna pagava per l’alleanza di Aznar con Bush nell’invasione dell’Iraq, un’avventura cui si era opposta in massa l’opinione pubblica”, ricorda José Antonio Zazalejo, allora direttore dell’Abc. “Il governo intensificò i messaggi Eta orientati per evitare l’impatto nelle urne”. Sabato 13 marzo cominciarono gli arresti che avrebbero portato alla disarticolazione della cellula jihadista: tre marocchini e due indiani, collegati al cellulare di Leganes. Il governo Aznar continuò però a parlare di connivenza fra Eta e gruppi terroristi islamici – “incompatibili come l’acqua e l’olio”, secondo l’allora capo dell’intelligence del Cni, Jorge Descallar – alimentando teorie della cospirazione anche negli anni a venire. Una seconda videocassetta con la rivendicazione di un portavoce di Al Qaeda fu ritrovata il 14 marzo, a urne aperte. I risultati elettorali confermarono il ribaltone e la vittoria del socialista José Luis Zapatero, il cui primo decreto firmato sarà per ordinare il ritiro delle truppe dall’Iraq.

Il processo di primo grado nel 2007 confermerà l’impianto accusatorio: l’attentato fu ispirato ma non eseguito direttamente da Al Qaeda, bensì dal Gruppo Islamico Combattente Marocchino (Gicm), referente del Movimento salafista jihadista in Spagna. Alla sbarra, come imputati, 29 degli oltre 100 indagati, in maggioranza marocchini, ma anche spagnoli e un egiziano. Al termine dell’Appello, i condannati saranno 18, di cui 3 a pene che vanno da 34.715 a 42.924 anni di carcere: Jamal Zougan, Othman el Gnaoui e José Emilio Suárez Trashorras, il minatore delle Asturie che procurò l’esplosivo. Vent’anni dopo sono gli unici ancora in carcere, almeno fino al 2044.

Trashorras ha chiesto una settimana fa l’eutanasia, dopo che gli sono stati negati benefici di legge. Rabei Osman ‘Mohamed ‘El Egipcio’, Hassan el Haski e Youssef Belhadj ‘Abu Dujan’ furono assolti dall’accusa di essere gli ideologi delle stragi.

Sorgente: Vent’anni fa la strage di Atocha, la jihad nel cuore d’Europa – Notizie – Ansa.it

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