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Se n’è andato a novant’anni Toni Negri, filosofo e militante rivoluzionario che non ha mai smesso di stare in mezzo alle lotte per leggere la realtà e cercarvi segnali della liberazione a venire

Giuliano Santoro

Quando si decise di recidere il lungo decennio del Sessantotto italiano a colpi di carcere e con la campagna giudiziaria che passò alla storia con il nome di Teorema Calogero – poi smontata proprio nelle aule di tribunale ma al costo di anni di carcerazione preventiva, rotture, esilio e divisioni – accanto alle operazioni di polizia si scatenò una campagna mediatica imponente. Come spesso capita, questa si servì della costruzione del mostro e della personalizzazione forzata, tanto più inadeguata e violenta perché in questo caso si trattava di conferire caratteristiche individuali, personali, a una storia che traeva la propria forza dalla sua natura collettiva. In quel caso, erano i giorni del 7 aprile 1979, il mostro venne individuato nella figura di Toni Negri, professore di Dottrina dello Stato a Padova. Si parlò del ghigno del cattivo maestro (definizione coniata da Indro Montanelli, il compilatore del vocabolario reazionario del paese, tutt’ora per molti versi trasversalmente in vigore) e della sua capacità mefistofelica di tenere insieme i salotti intellettuali e le cospirazioni brigatiste, venne dipinto come il grande tessitore di un disegno eversivo che teneva insieme Potere operaio (che si era sciolto nel 1973) e le Brigate rosse, l’organizzazione armata che pure una volta incontrato in carcere minacciò lo stesso Negri di morte.

La vita di Toni Negri, che si è interrotta a novant’anni nella notte tra venerdì 15 e sabato 16 dicembre, almeno in Italia è stata segnata da quell’arresto e da quella campagna mediatica, come lo è stata la percezione della sua opera presso parte dell’opinione pubblica. Non è così all’estero, dove viene tuttora riconosciuto come uno dei pensatori radicali più influenti e la cui opera viene considerata imprescindibile per leggere la globalizzazione e le trasformazioni del capitalismo. È stata una vita piena, la sua, segnata dall’ostinata ricerca, anche nei non pochi momenti bui, dell’apertura di nuove forme di conflitto, di liberazione, di libera espressione della vita in comune (lo ha raccontato lui stesso, con l’aiuto di Girolamo De Michele, nei tre volumi di Storia di un comunista). Perché per Toni Negri semplicemente non è possibile che chi venga oppresso non trovi il modo di lottare, se non lo vediamo stiamo cercando male e dobbiamo indossare gli occhiali giusti. C’è sempre, nel pensiero e nell’azione di Negri, un modo per ribellarsi. Di più: è esattamente quella ribellione che costituisce la variabile indipendente dei mutamenti storici.

Negri era nato nel 1933 a Padova. Era cresciuto nel Veneto bianco che nel giro di poche generazioni era passato dall’arretratezza allo sviluppo industriale. Qui aveva visto coi suoi occhi che questa crescita economica non veniva dallo spirito imprenditoriale o dall’influenza trascendente di qualche mano invisibile: era frutto dello sfruttamento del lavoro di uomini e donne e della colonizzazione dei loro spazi vitali in fabbriche spesso nocive come nel caso del polo petrolchimico di Marghera. Lo stesso, in quegli anni, stava accadendo dal lato occidentale della pianura padana, in quel triangolo industriale che generò il cosiddetto «miracolo economico» (anche in questa definizione vi è un riferimento al trascendente) e che mise al lavoro decine di migliaia di migranti provenienti dal sud del paese, spesso costretti a vivere per strada o nelle stazioni ferroviarie quando non stavano in fabbrica.

L’operaismo

Era questa, la rude razza pagana che Negri conobbe tramite l’esperienza dei Quaderni Rossi, dove incontrò tra gli altri Raniero Panzieri e Mario Tronti. A quel punto, dopo la giovinezza cattolica e le prime esperienze nel Partito socialista, il più giovane docente universitario di ruolo d’Italia era pronto a calare la sua formazione da filosofo del diritto dentro la carne viva dei rapporti di produzione e dell’inchiesta operaia. L’incontro con il connubio tra sperimentazione teorica e ricerca pratica che caratterizza l’operaismo può schematicamente essere sintetizzato in due passaggi teorici che costituiscono il marxismo poco ortodosso in cui Negri sviluppa le sue analisi.

La prima eresia è la rivoluzione copernicana esposta da Tronti nel suo Operai e capitale. Si tratta di riconoscere il ruolo decisivo svolto dalla classe operaia: prima ci sono i conflitti e soltanto dopo viene lo sviluppo economico. In altre parole, i diversi stadi dello sfruttamento non sono altro che tentativi di rispondere alle condizioni di volta in volta dettate dal proletariato.

La seconda eresia è contenuta nel Grundrisse, l’opera di Marx che Negri in Marx oltre Marx spiega debba essere considerata come il piano di lavoro de Il Capitale. Più precisamente, si trova nel cosiddetto «Frammento sulle macchine». Si tratta di un passaggio affascinante quanto criptico del pensiero marxiano. Proviamo a tradurlo volgarmente. Secondo la lettura operaista, quelle righe ci dicono che lo sviluppo della scienza e della tecnologia comportano minore apporto del lavoro in senso classico. La produzione si basa sempre più sul sapere generalmente prodotto. Meglio ancora: l’indice dello sviluppo è inversamente proporzionale alla domanda di lavoro salariato. Più una società è in grado di produrre ricchezza, meno domanda di lavoro salariato ci sarà. Siamo di fronte all’ennesimo ribaltamento: se è vero che il lavoro è la base della ricchezza prodotta, tendenzialmente il rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita si va erodendo sempre più, dal momento che vengono messe a valore le comuni attitudini degli esseri umani. Non c’entrano nulla le fumisterie futurologiche sulla fine del lavoro, il punto è mettersi d’accordo su cosa sono diventati il lavoro, la produzione, la misura del valore.

Eccoli, i due pilastri concettuali che accompagneranno Negri per tutta la sua produzione teorica. Da una parte l’idea che il capitalismo non sia sempre uguale a sé stesso e che per capire le sue mutazioni si debbano leggere dapprima la composizione del lavoro e le sue forme di lotta e sottrazione dallo sfruttamento. Dall’altra l’attitudine a leggere la produzione in senso ampliato, forzando a dismisura le categorie classiche.

Dall’operaio massa all’operaio sociale

Quando arriva il 1977, Negri si è spostato da Padova (dove continua a lavorare in università, con puntate a Parigi) a Milano. Sono gli anni della teorizzazione del passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale. Dopo la fine della centralità della grande fabbrica, anche questa da leggere come risposta del capitale all’insubordinazione dell’autunno caldo, il nuovo soggetto proletario si diffonde sul territorio, nelle periferie delle metropoli. Rivendica la sua autonomia dallo sfruttamento e fuoriesce dalle categorie classiche del movimento operaio ufficiale. Questa innovazione arriva in un contesto in cui la violenza è all’ordine del giorno: ci sono le stragi dei fascisti, le trame dei servizi e i tentativi di golpe che costringono i militanti della sinistra istituzionale e dei sindacati a presidiare nottetempo le sedi, ci sono le azioni dei gruppi armati clandestini (Br e Prima linea su tutti) che hanno l’esplicito obiettivo di far implodere il Pci e influenzare l’agenda dei movimenti, ci sono le leggi speciali che attribuiscono poteri sempre più arbitrari alle forze dell’ordine. In questo contesto, la galassia dei collettivi (non sempre omogenea) che si rifà all’autonomia operaia non rigetta l’uso della violenza: teorizza e pratica l’insubordinazione di massa, nella speranza di mantenere uno spazio politico che non corrisponda né alle politiche riformiste che conducono il Pci verso il compromesso storico né alla deriva militare e terroristica delle formazioni clandestine.

La storia di questo tentativo controverso di mantenere agibilità politica è parte anche delle tragiche vicende che seguono la grande ondata repressiva del 7 aprile, di cui si parlava all’inizio, oltre che di divisioni e contrapposizioni negli stessi movimenti sociali. Dunque, una volta entrati nel circuito infernale delle carceri speciali, ci mettono pochissimo, Negri e i suoi compagni, a entrare in rotta di collisione coi brigatisti. Riusciranno solo col tempo e diverse lotte durissime a ottenere almeno di stare insieme, tra compagni della cosiddetta area omogenea in galera. Per fare cosa? Ovvio, per studiare. A quel punto quella strana congrega di militanti e intellettuali (molti dei quali seppelliti per anni in carcere per il solo fatto di aver partecipato ai primi anni di Potere operaio, considerato dal teorema di Calogero la madre di tutte le organizzazioni armate) fa quello che ha sempre fatto: organizza seminari. E così anche dal carcere arrivano analisi, trapelano scritti, escono libri e si rileggono strategie.

Rossana Rossanda porta il manifesto a sostenere la loro battaglia giudiziaria, fonda i principi del garantismo per come lo conosciamo oggi. Il quotidiano comunista pubblica i documenti con i quali i militanti dell’area dell’autonomia provano a rilanciare la battaglia politica nonostante gli anni di carcere preventivo cui sono sottoposti senza processo. Com’è noto, verranno in gran parte assolti o condannati per reati minori: Rossanda scriverà che si tratta di una riparazione, ma tardiva.

Quando  arriva la sentenza, Negri è già riparato in Francia nelle pieghe della Dottrina Mitterand, approfittando della temporanea libertà che si è guadagnato con l’elezione a deputato nelle liste dei radicali. Sono gli anni Ottanta. Il professore si ritrova a Parigi sans papier e senza cattedra universitaria. Lo aiutano gli amici e colleghi filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari. Approfondisce il post-strutturalismo e la filosofia di Spinoza. In questo modo, può specificare e sviluppare le sue intuizioni del decennio precedente anche dal punto di vista della filosofia e della teoria dello stato, come accade nei testi sulla «anomalia selvaggia» di Spinoza, il filosofo materialista schierato contro ogni trascendenza, e sul «potere costituente», la forza democratica di innovazione istituzionale che è sempre all’opera e che è continuamente destinata a sfidare ed eccedere la fissità del potere costituito.

Ecco un altro dei nodi che restano da sciogliere dell’opera di Toni Negri: il rompicapo del rapporto tra autonomia sociale e sfera del politico. Negri considera la ricchezza, la gioia, l’amicizia, la solidarietà, le fatiche che stanno dentro la cooperazione produttiva del proletariato come immediatamente costitutive di nuove norme e di istituzioni del comune. Per lui non può che essere così! Il che a tratti diventa problematico, ma si badi bene: Negri non è affatto anarchico. Considera la sfera del politico che si pretende separata da tutto il resto come una forma di violenza, di irreggimentazione, che si muove di pari passo allo sfruttamento.

Le moltitudini

«Ci vollero comunque, negli anni Ottanta, sessantamila arresti, trentamila condanne, migliaia di anni di carcere per fermare il movimento – dirà Negri – Ma a mostrare quanto fosse alta e profonda la sua incidenza sociale, bastarono dieci anni perché esso già si ricomponesse all’inizio degli anni Novanta producendo quello che sarà poi il movimento esploso a Genova nel 2001».

Quando comincia l’ultimo decennio del Novecento, in Italia germogliano dappertutto i centri sociali. Ai giovani militanti che si affacciano negli spazi occupati i compagni più grandi porgono subito il filo interrotto con la generazione degli anni Settanta. Il rischio è che si ricominci con le ali di piombo: con l’ossessione del carcere (dove pure sono rinchiusi in parecchi) e delle leggi speciali ancora in vigore. Ma Negri guarda ancora avanti: convoca giovani e vecchi compagni per tenere quelli che restano nella memoria di questo pezzo di movimento come «i seminari di Parigi». Servono per mettere a verifica il patrimonio di saperi ed esperienze, hanno l’obiettivo di sottolineare le fratture piuttosto che rivendicare primigenie e invarianti. Negli appunti di quegli incontri non si rievocano le glorie del passato, si parla di futuro. E si ritrovano intuizioni che diventano la cassetta degli attrezzi di un decennio: si parla del passaggio dal fordismo al postfordismo prima che il concetto entri nel linguaggio corrente, si fanno i conti con la fine della cosiddetta Prima repubblica quando Tangentopoli è ancora agli esordi, si tirano in ballo la crisi della rappresentanza e la centralità della comunicazione per supplire la fine della forma-partito novecentesca quando Berlusconi non ha neppure deciso di scendere in campo, si prospetta la crisi dello Stato-nazione dentro la nascente globalizzazione e la sfera cibernetica prima della nascita del world wide web.

Nel 1997, Negri decide di tornare in Italia, dove deve scontare la sua pena residua. È l’anno in cui entra in cella anche Adriano Sofri (uno dei massimi dirigenti di Lotta continua), dopo aver subito una condanna più che discutibile per l’omicidio di Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972, che appare come l’ennesima vendetta sugli anni Settanta. Negri spera, a torto, che il suo rientro possa servire anche a riaprire il dibattito sull’amnistia e sugli anni Settanta. Ma come dimostrano molti dei commenti di questi giorni, l’Italia non riesce a elaborare le vicende di quel decennio neppure dopo la fine della Guerra fredda e l’inizio di una nuova stagione politica.

Dal carcere di Rebibbia, e dalla semilibertà, il professore riprende a studiare e incontrare giovani militanti. Insieme a Michael Hardt, anch’egli giovane e docente alla Duke university, mette a punto il libro che lo renderà un punto di riferimento del dibattito internazionale sulla globalizzazione: Impero, cui seguiranno MoltitudineComune e Assemblea. È l’opera nella quale precipitano gli studi di una vita, passati al setaccio del confronto con le categorie del postmoderno, del pensiero femminista e di quello postcoloniale e con una prosa che rifugge sia il gergo accademico che i tecnicismi militanti: appare pensata per il dibattito internazionale e al tempo stesso sembra scritta per muovere all’azione.

L’idea alla base di Impero è che la globalizzazione neoliberista sia la risposta del capitale alle lotte degli ultimi decenni: i conflitti del lavoro e quelli anticoloniali hanno fatto saltare la gabbia degli Stati nazionali e imposto il terreno planetario come unico spazio per la gestione della crisi. Dunque, è su quel terreno che le moltitudini, come Negri e Hardt chiamano il soggetto plurale dei conflitti a venire, devono misurarsi.

Sì dirà che gli anni successivi, le guerre e il ritorno di logiche di potenza regionale, abbiano smentito questa ricostruzione, ma Negri ha sempre ribadito che tutti questi eventi sono sempre avvenuti dentro lo scenario mondiale, e che nessun soggetto in campo (tanto meno la Russia di Putin o la Cina di Xi) possono chiamarsi al di fuori delle reti della produzione capitalistica globale.

Il professore gira il mondo, entra nel circuito delle conferenze tra luminari a volte interpellato come un oracolo, parla direttamente coi leader del nuovo corso dell’America Latina degli anni Zero e va a discutere nelle università cinesi. Eppure, quando torna dai suoi compagni, non esita a sedersi in mezzo alle assemblee come uno qualunque, per raccontare ciò che ha visto e che sta scrivendo ma soprattutto per chiedere e venire edotto: come vanno le lotte, come ci si organizza, a che punto si trovano le ricerche e le sperimentazioni. È quello che farà fino all’ultimo giorno, continuando a ribadire che non bisogna mai smettere di «ricominciare», per sottolineare l’ostinazione e al tempo stesso la disinvolta curiosità di liberarsi di ciò che è divenuto inservibile per riprendere un foglio bianco e riscrivere la parola rivoluzione.

*Giuliano Santoro, giornalista, lavora al Manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi (entrambi editi da Castelvecchi), Guida alla Roma ribelle (Voland), Al palo della morte (Alegre Quinto Tipo).

Sorgente: Un desiderio lungo una vita – Jacobin Italia


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