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A 26 anni dal massacro di Acteal, quando i paramilitari per colpire la rivoluzione zapatista uccisero 45 persone che pregavano, un reportage dalla comunità delle Abejas che continua a resistere

Giulia Tabacco *

Guadalupe Vázquez detta Lupita ha lunghe trecce chiuse in fondo da un fiocco celeste, una cavigliera di perline d’ambra, uno scialle con ricami geometrici e una gonna nera decorata con grandi fiori: è l’abito delle indie tzotzil.

Lupita vive ad Acteal, nelle montagne dello Stato del Chiapas (Messico). Una terra fiera e depredata, ricca di campi, foreste, acqua e minerali che le vengono rubati, una terra di braccia che zappano e di radici che marciano. Qui, dove nascono fiumi e ideali e si srotolano villaggi di legno e mattoni, le radici sono la trama che unisce passato, presente e futuro. Sono la storia di un intero popolo.

Acteal si trova lungo un confine che non c’entra nulla con linee tracciate a casaccio da politici distratti: pochi passi verso sud e l’ambiente è tropicale, nei campi ripidissimi si sovrappongono banani, caffè, palme e il mais senza il quale non sarebbe concepibile la vita in Messico. Appena più a nord ci sono quelle che chiamano terre fredde: al posto dei banani crescono i pini, al posto delle palme i cavoli. È verde a nord ed è verde a sud: il verde di contadini dai molti figli e dai pochi, pochissimi lussi.

Gli indigeni costituiscono circa il 5% della popolazione messicana. Nello Stato del Chiapas, però, le proporzioni sono diverse: dei circa 5,2 milioni di abitanti, 1,1 milioni sono indios. Vivono nella selva e negli altipiani d’alta quota e sono tzotzil, zoque, ch’ol, lacandoni e molti altri, in maggioranza discendenti dai maya. Ogni etnia ha la sua lingua e i suoi costumi. In questo lembo di America lo spagnolo è parlato a stento e gli abiti raccontano storie. Me lo spiega Lupita: i labirinti in miniatura ricamati sugli scialli rappresentano i quattro punti cardinali; al centro c’è una sorta di chiocciola stilizzata: la terra. I vestiti raccontano la visione del mondo antecedente l’arrivo dei colonizzatori: «Quando gli invasori distrussero i templi e le città, le nostre antenate si misero a ricamare la cosmogonia maya. Per i conquistatori erano disegnetti di gente di intelletto primitivo e a nessuno venne in mente di vietarli. Trasformando la storia in geometria abbiamo tessuto i nostri segreti».

Come tutte le donne di qui, Lupita compra stoffe, rocchetti di cotone e gomitoli di lana blu, viola, rossa e passa il tempo con l’ago che si muove come la lancetta di un metronomo. Ricama durante gli incontri pubblici, quando va in chiesa, quando parla con me, quando allatta. Come tutte le donne ha sempre qualcosa tra le mani: un figlio, una tortilla da mettere sul fuoco, un tessuto da cucire, un machete per andare nella milpa, quegli appezzamenti coltivati a mais, fagioli, zucca e peperoncino.

Lupita è una delle poche che conosce lo spagnolo. Ha fatto le superiori in città, a San Cristobal da las Casas: una rarità per gli indigeni in generale e per le donne in particolare. La maggioranza dei bambini – di quelli che vanno a scuola – si ferma alla primaria, sia perché dopo devono aiutare le famiglie, sia perché c’è solo quella. Quando è arrivata a scuola non conosceva nessuno e nessuno parlava la sua lingua. Mi sentivo così sola che mi sono detta che dovevo imparare lo spagnolo. Bene e in fretta».

Lupita fa parte della società civile Las Abejas de Acteal («abeja» significa ape). Nate nel 1992, le Abejas rivendicano il rispetto dei diritti delle popolazioni indigene, perché in questa parte di mondo le risorse se le prende chi ha il potere e agli abitanti originari non resta quasi niente. Da cinquecento anni gli indios sono una scorta di manodopera indispensabile sia nelle piantagioni sia nelle città, ma vengono trattati come scarti e sono costretti a vivere in condizioni impossibili.

Oggi il Chiapas è uno degli Stati più poveri del Messico: la ricchezza si raggruppa in pochissime mani e il governo è assente, quando non nemico. Tuttavia, da questa storia di violazioni e terre strappate si è sviluppato e diffuso un tessuto militante: qui nacque il movimento zapatista, quello del comandante Marcos e della comandanta Ramona, dei ribelli col passamontagna che il primo gennaio del 1994 insorsero coi fucili e con le parole rivendicando l’autogestione politica ed economica e la lotta contro la privatizzazione delle risorse.

Quando l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) dichiarò guerra allo Stato messicano, le Abejas si dichiararono solidali con i loro principi radicali, con la critica del capitalismo e della globalizzazione neo-liberista. Su di un punto, però, se ne discostano: le Api sono pacifiste e rifiutano qualsiasi ricorso alla violenza.

Acetal è il quartier generale di villaggi e famiglie che fanno parte delle Abejas. È un luogo autonomo e indipendente, lo hanno tirato su asse dopo asse, anno dopo anno, comprese latrine, tubature e scarichi. Dallo Stato non accettano niente: né l’assistenza sanitaria né le pensioni, né i sussidi per lavorare i campi né le scuole. Risultato: si fanno i loro ospedali e le loro fognature, hanno i loro maestri e il loro sistema di distribuzione dei beni. Ci sono la chiesa, con dentro una madonnina in abiti tzotzil bianchi e rosa, la biblioteca, la cisterna dell’acqua, la clinica, la casa delle donne e il salone della Mesa directiva, l’assemblea rappresentativa i cui membri provengono a rotazione dai vari villaggi e che restano in carica per un anno. C’è la cucina comunitaria grande e fumosa, con il fuoco sempre acceso e pentoloni di caffè, mais e fagioli che bollono all’infinito.

In tanti mi raccontano la loro storia. Me la racconta Juan, che ha sette figli e ha fatto tre stagioni in una fabbrica di carne negli Stati uniti: «Ora coltivo il cafetal di mio padre. Le piante hanno trent’anni, se li tieni bene gli alberi del caffè durano. Gli Stati uniti? Spero di non doverci più andare. Qui ci sono la mia gente e la mia famiglia. Qui ci sono i miei morti».

Senza i morti non si fa la rivoluzione, non nel Chiapas. La terra e gli antenati sono qui, sono ora, li ringraziano sempre prima di una festa o di una battaglia.

Me la racconta Vincente mentre intreccia fili di plastica blu acceso, diventerà un cesto per conservare il mais; il suo telaio consiste in un pezzo di bambù con due chiodi lunghi ai lati e uno spillone. Me la racconta Emilio, che ha sandali di cuoio grezzo con la suola di copertone. E me la racconta Lupita nel suo spagnolo senza inciampi.

Il 22 dicembre 1997 i membri delle Abejas erano riuniti a pregare in una cappella. Dalla strada soprastante, un gruppo di paramilitari fece irruzione correndo e urlando. Erano armati e incappucciati e iniziarono a sparare. Attaccarono con la certezza che non ci sarebbe stata opposizione, perché le Api erano dichiaratamente pacifiste. Quarantacinque persone furono ammazzate; gli aggressori si accanirono sui loro corpi, li mutilarono, li violarono, li fecero a pezzi con i machete. La maggioranza degli assassinati erano donne, quattro erano incinte. Una bambina aveva due mesi.

Il governo liquidò il massacro come un conflitto fra gruppi indigeni: per le Abejas e per i difensori dei diritti umani si trattò invece di una strategia per isolare e scoraggiare con il terrore le zone filo-zapatiste. La mattanza fu giudicata ufficialmente, ma la procedura giudiziaria e di polizia fu del tutto inadeguata: le Abejas continuano a pretendere il riconoscimento di quanto avvenne. E il 22 di ogni mese si trovano per ricordare e onorare i loro morti e per chiedere giustizia. Lo fanno mettendosi gli abiti tradizionali: gli uomini indossano una tunica al ginocchio con sopra una palandrana nera, in testa hanno un cappellino con dei nastri colorati. Le donne sono vestite come Lupita: gonna nera con i fiori, stola ricamata e capelli intrecciati. Si mettono sulle spalle 49 croci nere, una per ogni morto, compresi i quattro non nati, e fanno un corteo. Si fermano in un anfiteatro con il pavimento ricoperto di aghi di pino come tutti i luoghi sacri del Chiapas, al centro ci sono un crocifisso, i fiori, le candele. Lì prende la parola Lupita: «Continueremo a mantenere viva la memoria e a lottare per la verità e la giustizia per il crimine di Stato commesso contro la nostra comunità, contro le persone, l’organizzazione e la cultura tzotzil – dice – Il nostro cammino non si ferma. La nostra lotta non ha limiti né scadenza». Sotto i nostri piedi ci sono le tombe degli assassinati.

A Juan hanno ammazzato due sorelle e il padre, di cui mi mostra la foto: si somigliano come gemelli e hanno la stessa età. Il padre è morto all’età che adesso ha il figlio. Io ero piccolo e sono riuscito a infilarmi nella grotta qui sotto».

Vincente è sopravvissuto insieme alla famiglia, perché al momento dell’attacco scapparono nella selva. I paramilitari erano in strada sin dalla mattina – mi dice –nel pomeriggio si sono buttati giù e hanno fatto il massacro».

Avevano il volto coperto ma ne ha riconosciuti alcuni, in maggioranza erano indios. Gli capita di vederli per strada. Sono tutti liberi.

Emilio quel giorno non c’era, ma questa terra è sua. Dopo il massacro ha deciso di metterla in comune: che fosse di tutti, vivi e morti. Così dalla cappella è nato Acteal.

Lupita è la figlia del catechista. Anche lui fu ammazzato. Come Juan, era una bambina e si è salvata correndo nella foresta.

Sono passati 26 anni. I bambini di allora sono genitori e hanno famiglie numerose, vivono in case senza l’acqua potabile ma ogni giorno chiedono giustizia. Divulgano la loro storia, partecipano a lotte e incontri, con l’assistenza di enti impegnati nella difesa dei diritti umani portano il loro caso nei tribunali internazionali. Uomini e donne che non si arrendono. E che una sera, nel fumo della cucina, con i pulcini che scorrazzano e a volte si bruciacchiano le penne, mi dicono: «Quando tornerai ci troverai qui. Se verrai tra dieci anni, ci troverai qui. Se verrai tra venti, anche. Nella nostra terra. Al nostro posto».

*Giulia Tabacco, storica e antropologa di formazione, è editor, fotografa e traduttrice free lance. Dal 2004 collabora con numerose case editrici (tra le quali Skira, Rizzoli e Mondadori), riviste (Il Mulino) e realtà culturali e sociali. Ha realizzato reportage di in Medio Oriente, India, Senegal, Messico e Australia, centrati in prevalenza su aspetti sociali, culturali e artistici.

Sorgente: «Ci troverete al nostro posto» – Jacobin Italia

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