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A Vienna non è nata la vera internazionale pacifista. L’internazionale degli obiettori alla guerra (da costruire) è comunque alternativa.
14.06.2023

Alfonso Navarra – coordinatore dei Disarmisti esigenti (14 giugno 2023)

Si è conclusa a Vienna la due giorni (10-11 giugno 2023) de L’International summit for peace in Ukraine, che ha interessato centinaia di persone e decine di sigle pacifiste provenienti da tutto il mondo, per un totale di 40 Paesi coinvolti. L’organizzatore principale è stato l’ International Peace Bureau (IPB)[1], coadiuvato dalle seguenti sigle: CODEPINK; World Assembly of Struggles and Resistances of the World Social Forum; Transform Europe; International Fellowship of Reconciliation (IFOR); Peace in Ukraine Coalition; Campaign for Peace Disarmament and Common Security (CPDCS); e Europe forPeace.

Noi ci permettiamo di fare notare alcune importanti assenze tra le reti mondiali pacifiste più conosciute e influenti: ICAN, WRI, IPPNW.

Anche la WILPF era ufficialmente presente solo come sezione austriaca. Abbiamo citato tra i promotori anche le realtà italiane appartenenti alla rete “Europe for Peace”, di fatto la Rete Italiana pace e disarmo, perfettamente a loro agio in un contesto più di parole roboanti che di opposizione effettiva.

Possiamo considerarlo una specie di 5 novembre internazionale, perché una buona parte del pacifismo si è, appunto, assembrato per esprimere sé stesso; a nostro avviso più come sfogatoio (per lo più una passerella di interventi brevi di tre minuti) che come proposta credibilmente rivolta all’esterno.

Il parallelo con il 5 novembre 2022, il corteo dei 50mila a Roma, è sul fatto che non è stato indicato l’obiettivo di mobilitarsi per interrompere subito il sostegno militare al governo di Kiev: i governi, che devono cercare di sostituire le armi della diplomazia alla diplomazia delle armi, per coerenza logica con tale esigenza, per essere seriamente mediatori, dovrebbero anche cercare di non fornire armi a chi spara. Questo chiamiamolo ironicamente dettaglio mancante rende retorica tutta la perorazione più o meno martellante per il cessate il fuoco. È significativo che il pacifismo delle buone intenzioni non si accorga di ciò ma del resto la consapevolezza strategica alla Gandhi se uno non ce l’ha, come l’arditezza in Don Abbondio, non se la può certamente dare. Questo limite è da rilevare al netto dello stesso invasamento dei partigiani di Zelensky, per i quali il solo pronunciare la parola pace, senza che sia accompagnato dall’aggettivo giusta, cioè derivante dalla vittoria militare e dalla riconquista della stessa Crimea, significa lavorare per la resa disonorevole del popolo ucraino. L’invasamento guerrafondaio contro l’invasione, quello che ha portato il sindacato austriaco a negare la sala della conferenza pacifista di Vienna, prende di mira quale intelligenza con il nemico lo stesso inoffensivo pacifismo retorico e burocratico che potrebbe fargli gioco. Il pacifismo che potremmo considerare la riedizione odierna del “guerra alla guerra” che, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, portò la seconda internazionale a sfasciarsi nel sostegno ai crediti di guerra ciascuno a fianco delle proprie borghesie nazionali.

L’egemonia politica del pacifismo da ONG integrata nel sistema istituzionale della potenza garantito dalla Costituzione materiale (non quella formale) dell’ONU, non poteva che imporre questa gestione alla polifonia delle voci, moltissime sincere e intonate, che si sono avvicendate sul palco e nei molteplici gruppi di lavoro: tutti dovremmo conoscere la dinamica dell’autogestitevi (sino ad un certo punto) che vi gestisco io”.

Trattandosi di un convegno, non di un corteo, qualche spunto di riflessione interessante comunque è dovuto per forza emergere. Segnaliamo, in questo senso, gli interventi degli intellettuali americani critici Noam Chomsky e Jeffrey Sachs.

Questa loro dichiarazione – di Chomsky e Sachs – contiene una profonda autenticità di un dato di cui tutti dovremmo prendere atto: “L’escalation militare in arrivo non mette l’Ucraina in una condizione migliore per negoziare. La verità è che sarà in una condizione sempre peggiore, perché di questo passo arriverà ai negoziati distrutta».

Poi di notevole c’è da annoverare il confronto tra gli obiettori russi e ucraini; nell’ambito della campagna “Object war”; ed un carattere di parziale positività hanno avuto anche eventi laterali cui hanno partecipato DE & partners con Luigi Mosca, Patrizia Sterpetti, Alessandro Capuzzo.

L’operazione di IPB è quella di intestarsi, attraverso il documento finale approvato, sotto riportato, la rappresentanza della società civile internazionale, utile per il sottopotere assegnato, anche in termini di finanziamenti economici, al “sistema delle ONG” sempre operante cui abbiamo accennato.

Nel documento finale del summit, la popolazione civile è stata invitata a collaborare per la realizzazione di una settimana di mobilitazione globale (dal 30 settembre all’8 ottobre 2023) “per un cessate il fuoco immediato e per negoziati di Pace che pongano fine alla guerra” in Ucraina.

Le organizzazioni dell’ampia coalizione presente hanno evidenziato di essere “fermamente unite nella convinzione che la guerra sia un crimine contro l’umanità e che non esista una soluzione militare alla crisi attuale“, esprimendo allarme per la guerra in corso.

Viene ribadita esplicitamente la condanna per l’invasione illegale dell’Ucraina da parte della Russia, sottolineando come “le istituzioni create per garantire la Pace e la sicurezza in Europa hanno fallito e il fallimento della diplomazia ha portato alla guerra. Ora la diplomazia è urgentemente necessaria per porre fine al conflitto armato prima che distrugga l’Ucraina e metta in pericolo l’umanità“.

La richiesta condivisa su cui convergono tutte le organizzazioni della società civile coinvolta è quella di “negoziati che possano rafforzare la logica della Pace invece dell’illogica della guerra“.

La debolezza culturale del pacifismo istituzionalizzato sta, per non farla troppo lunga, in questi 3 punti:

  • L’interpretazione mancata del ripudio ONU della guerra (“oggi non esistono guerre giuste”), poggiante sulla preminenza dei diritti umani (e della Natura) rispetto alla sovranità degli Stati[2];
  • La non consapevolezza che “un’altra difesa è possibile”, basata sulle unioni popolari che si organizzano per non collaborare con la prepotenza e l’ingiustizia;
  • La non considerazione del presupposto strategico che il fattore determinante della Storia è la mobilitazione popolare di base e che solo essa può dare una soluzione orientata alla futura “pace positiva” non basata sulla logica di guerra, anche se congelata.

Noi, Disarmisti esigenti, aderenti WRI per il tramite della LOC, proseguiamo per la nostra strada. Occorre lavorare per mettere in campo la forza dei popoli contro la forza armata dei belligeranti. La base per la richiesta di un cessate il fuoco immediato è organizzare il rifiuto popolare al coinvolgimento bellico, diffuso ovunque (negli stessi USA!) ma particolarmente ampio, addirittura maggioritario in Italia.

Essendo molto in ritardo su questa mobilitazione – manca appunto la vera internazionale pacifista! – bisogna sperare nello stallo militare sul campo di battaglia. Un successo della controffensiva militare ucraino troppo dirompente aprirebbe pericolosissimi scenari di ulteriore escalation bellica. Lo stallo militare aprirebbe sì le porte a quella che i geopolitici realpolitici (Kissinger tra tutti, ma anche Limes in Italia) chiamano “soluzione coreana”, a un armistizio “ingiusto” di durata indeterminata sulle attuali linee del fronte. Premesso che una brutta pace è sempre meglio di una bella guerra, per gli ecopacifisti esigenti resterebbe sempre il compito e la possibilità di trasformare la stanchezza nell’uso delle armi in rifiuto delle armi.

Fare mancare nel frattempo quanto più combustibile possibile alla guerra (armi, soldati, soldi) può limitarne subito la distruttività, maggiormente impattante già oggi fuori i confini dell’Ucraina (si pensi ad esempio all’aumento della fame in Africa, ma anche alla crisi energetica ed economica, e al colpo inferto agli accordi di Parigi sul clima globale); e può costituire una base degli auspicati futuri negoziati di carattere globale, dove la logica della sicurezza comune vada a sostituire quella del nemico.

Cari pacifisti da ONG che rischiano di diventare troppo integrate, il rifiuto del “crimine della guerra” è un obiettivo che deve essere perseguito sempre attraverso una pratica conseguente, qui ed ora. Aderite, ad esempio, alla Campagna di obiezione di coscienza alle spese militari e di opzione fiscale per la difesa nonviolenta che stiamo rilanciando! La guerra che si condanna fuori non si foraggia in casa propria e al “crimine” non si partecipa e non si fa partecipare in ogni modalità pacifica possibile!

[1] IPB è una federazione internazionale nongovernativa a sostegno della pace e del disarmo fondata nel 1892 a Ginevra, alla quale aderiscono 300 organizzazioni nongovernative di 70 paesi. E’ stata insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1910.

[2] Si parla di “cammino verso la Pace che deve basarsi sui principi della sicurezza comune, del rispetto internazionale dei diritti umani e dell’autodeterminazione di tutte le comunità“. Ma questo non è dire con chiarezza che il principio della sovranità e integrità territoriale degli Stati va posposto al diritto alla vita e alla pace delle persone e dei popoli.

Sorgente: A Vienna non è nata la vera internazionale pacifista. L’internazionale degli obiettori alla guerra (da costruire) è comunque alternativa. :: disarmistiobiettori


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