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pakistani insorgono contro l’esercito e la classe politica. Ovunque nascono manifestazioni a sostegno dell’ex primo ministro, Imran Khan, recentemente scarcerato, ma oggetto di un centinaio di procedure giudiziarie.

CHI È IMRAN KHAN?

Imran Khan proviene da un’illustre famiglia pashtun. Dal ramo paterno discende da un generale indiano, governatore del Punjab; da quello materno da un maestro sufi, inventore dell’alfabeto pashtu. Studia a Lahore, poi a Oxford, in Inghilterra. Parla saraiki, urdu, pashtu e inglese. È un giocatore di cricket, lo sport più popolare in Pakistan. Nel 1992 è capitano della squadra nazionale che vince la coppa del mondo. Dal 1992 al 1996 si dedica esclusivamente ad attività filantropiche, aprendo con il denaro della famiglia un ospedale per malati oncologici e un’università. Nel 1996 entra in politica e fonda il Movimento del Pakistan per la Giustizia (PTI); nel 2018 è l’unico rappresentante del partito a ottenere un seggio all’Assemblea nazionale.

Imran Khan non è un politico come gli altri. Si riconosce nel percorso di Mohamed Iqbal (1877-1938), padre spirituale del Pakistan, che volle rompere con l’immobilismo religioso dell’islam e intraprendere uno sforzo interpretativo, senza però riuscire a liberarsi da una visione comunitaria e giuridica dell’islam. Imran Khan trova la propria strada solo quando scopre il filosofo e sociologo iraniano Ali Shariati, amico di Jean-Paul Sartre e di Frantz Fanon [1]. Sconosciuto in Occidente, Shariati proponeva agli allievi di valutare i precetti dell’islam applicandoli, conservando solo quelli ritenuti utili. Shariati ha elaborato un’interpretazione dell’islam che affascinava i giovani iraniani; ha protestato contro il regime dello shah Reza Pahlavi e sostenuto l’ayatollah in esilio Ruhollah Khomeini, unanimemente considerato eretico dai religiosi iraniani. Shariati fu assassinato in Inghilterra nel 1977 dalla Savak, la polizia segreta dello shah, appena prima del rientro in Iran di Khomeini: ha ispirato la rivoluzione iraniana ma gli è stato impedito di viverla.

Imran Khan è sunnita, estimatore di un filosofo sciita; vuole modernizzare il Pakistan senza però estirparne le tradizioni religiose, anzi cercando di scegliere e conservare le migliori. Nel Paese che fu il primo al mondo a essere governato dalla Confraternita egiziana dei Fratelli Mussulmani – partito politico settario legato all’MI6 britannico [2] – dimostra straordinarie apertura e tolleranza. Come Ali Shariati, Khan è rivoluzionario nel senso nobile del termine, nonché antimperialista: in tutto il suo percorso politico non ha mai cessato di denunciare il dominio degli anglosassoni sul Pakistan, diventando un assillo per gli imperialisti britannici e statunitensi.

Quando nel 2011 il presidente statunitense Barack Obama sostiene di aver fatto uccidere in Pakistan Bin Laden [3], la classe politica pakistana accusa l’esercito di aver dato asilo al nemico numero uno degli Stati Uniti. In teoria governato da un regime civile, il Pakistan è stato in realtà più volte scombussolato da colpi di Stato militari. Le forze armate, unica istituzione in grado di garantire un’amministrazione efficace, hanno progressivamente assunto il controllo di numerosi settori economici. Durante la guerra d’Afghanistan, l’esercito ha sostenuto per conto della CIA i mujahiddin afghani e, ovviamente, i combattenti arabi di Osama Bin Laden. Per rimettere l’esercito al suo posto, il potere civile organizza il memogate: un memorandum segreto – di cui si fa eco il Wall Street Journal – che l’ambasciata pakistana negli Stati Uniti avrebbe indirizzato al presidente del Comitato dei capi di stato-maggiore statunitense, generale Mike Mullen, affinché intervenga per impedire un nuovo colpo di Stato militare. Imram Khan non si schiera né con le forze armate né con la classe politica: chiede elezioni anticipate. Non crede né alla versione Usa né alla versione delle forze armate, nemmeno a quella dei politici. Conduce una campagna contro la corruzione e la sudditanza agli Stati Uniti, temi che riguardano sia il potere militare sia quello civile. In pochi mesi il partito di Khan esce dall’ombra e i suoi discorsi conquistano il popolo. Nel 2012 vince le elezioni e diventa primo ministro.

UN PRIMO MINISTRO FUORI DAGLI SCHEMI

Ispirandosi al Maometto-capo di Stato, Khan appronta un piano di assistenza sanitaria gratuita in Punjab, apre rifugi per i senzatetto e attua un programma di protezione sociale e di lotta alla povertà.

Khan entra in conflitto con gli islamisti del movimento Tehreek-e-Labbaik Pakistan, che chiedono la pena di morte per i blasfemi. Quando nel 2020 a Parigi viene attaccata la vecchia sede di Charlie-Hebdo e a Conflans-Sainte-Honorine viene decapitato un insegnante, Samuel Paty [4], Khan se la prende con il presidente francese Emmanuel Macron, che giustifica gli attacchi all’islam provocati da questi crimini. Dopo aver negoziato un accordo bislacco con i fanatici del Tehreek-e-Labbaik Pakistan, alla fine li mette fuori legge.

Emblema dell’apertura mentale di Khan è la costruzione del Corridoio di Kartarpur, che permette ai sikh indiani [5] di recarsi in pellegrinaggio al santuario del loro fondatore, Guru Nanak, cinque chilometri all’interno del territorio pakistano. Ma il governo indiano non ricambia la cortesia: non apre a sua volta un corridoio che permetta ai sikh pakistani di raggiugere il santuario di Dera Baba Babak, in India.

Nonostante l’avanzamento del corridoio economico Cina-Pakistan, la situazione costringe Khan a chiedere l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Com’è suo costume, l’FMI esige riforme strutturali neoliberali, che causano un abbassamento del livello di vita e il riemergere della povertà.

Subito dopo l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina contro i nazionalisti integralisti, Khan si reca a Mosca. Va ricordato che, all’inizio della guerra fredda, Stepan Bandera operava con i Fratelli Mussulmani.
Gli Stati Uniti intervengono politicamente in Pakistan per far cadere il governo di Imran Khan. Dopo un primo tentativo fallito, i parlamentari depongono il primo ministro con una mozione di sfiducia.

UN CAPO D’OPPOSIZIONE IMPREVEDIBILE

Imran Khan, in minoranza all’Assemblea ma forte del sostegno della stragrande maggioranza del popolo, diventa il capo dell’opposizione popolare.

A capo del governo gli succede Shehbaz Sharif, fratello dell’ex primo ministro Nawaz Sharif. La dinastia degli Sharif è implicata in molte vicende finanziarie rivelate dai Panama papers. Possiedono molte società off shore, usate per organizzare sistemi di evasione fiscale. Nawaz Sharif ha subìto due condanne: a dieci anni e a sette anni di prigione; è poi espatriato a Londra. Suo fratello Shehbaz espatriò invece in Arabia Saudita durante la dittatura del generale Pervez Musharraf Sharif.

Il 3 novembre 2022 Imran Khan subisce un attentato in cui viene ferito a una gamba; l’attacco causa anche un morto e altri due feriti. Khan accusa il primo ministro di esserne il mandante. In un video si sente uno dei due tiratori parlare del movente: Khan suonava musica durante la preghiera e ha accettato di discutere con Israele, un Paese kafir (infedele). Il cecchino è membro di Tehreek-e-Labbaik Pakistan.
In realtà l’avvicinamento del Pakistan a Israele durante il governo di Imran Khan fu esito di una pressione in tal senso dell’Arabia Saudita.

Dagli Stati Uniti il giornalista Ahmad Noorani, documenti alla mano, accusa sul proprio sito internet il generale Qamar Javed Bajwa, ex capo di stato-maggiore del Pakistan, recentemente andato in pensione, di essersi notevolmente arricchito, lui e la sua famiglia, negli ultimi sei anni.
Imran Khan chiede che si confischi il maltolto e si affronti il problema del potere delle forze armate: un’istituzione che difende il Paese, ma svolge anche un ruolo economico poco trasparente.

Il governo Sharif lancia oltre cento azioni giudiziarie contro l’uomo più popolare del Pakistan. Nessuna sembra fondata, ma sono sfide giudiziarie importanti, sicché Imran Khan non farà altro che rispondere a poliziotti e magistrati. Inoltre, uno degli uomini a lui fedeli, il senatore Azam Khan Swati, che ha criticato l’atteggiamento degli ufficiali superiori, è stato arrestato per insulto alle forze armate e incarcerato.
Ma Khan non reagisce come speravano gli avversari: denuncia la strumentalizzazione della giustizia ed esorta i propri sostenitori a farsi imprigionare volontariamente per saturare le carceri e screditare il sistema. Davanti a ogni prigione si radunano 500 membri del partito di Khan chiedendo di essere arrestati. Alcuni vengono fermati, ma il governo fiuta presto la trappola e tenta di disperderli.

Allora Sharif cerca ancora una volta di far assassinare Khan, approfittando di un tentativo di arresto da parte dei militari. Il partito di Khan, Movimento per la Giustizia (PTI) accerchia il palazzo della famiglia di Khan e impedisce all’esercito e alla polizia di entrarvi.

L’arresto di Imran Khan da parte della polizia e dell’esercito al tribunale di Lahore. Le forze dell’“ordine” hanno sfondato porte e finestre della sala delle udienze durante le arringhe degli avvocati.

Ultima peripezia in ordine di data: mentre Imran Khan compariva in tribunale per rispondere a una delle tante accuse contro di lui, la polizia ha accerchiato il tribunale per arrestarlo. Siccome sostenitori di Khan impedivano l’apertura delle porte della sala delle udienze, la polizia le ha sfondate per arrestarlo.
Gli Occidentali, che si proclamano difensori dei diritti dell’uomo, non hanno mosso un dito.

La portavoce della Casa Bianca, Karin Jean-Pierre, ha dichiarato: «Come abbiamo già detto, gli Stati Uniti non si schierano con un candidato o un partito politico contro un altro».

In poche ore si sono moltiplicate in tutto il Pakistan manifestazioni spontanee. L’Ue ha da parte sua commentato: «Sono necessari controllo e sangue freddo (…) Le sfide del Pakistan non possono essere raccolte da altri e la soluzione può essere scelta solo dai pakistani stessi, attraverso un dialogo sincero e nel rispetto dello Stato di diritto».
Dopo alcuni giorni e molti morti, Imran Khan è stato liberato.

Traduzione
Rachele Marmetti

Sorgente: Imran Khan e l’indipendenza del Pakistan, di Thierry Meyssan