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Il giovedì tante partenze. Da Nilde Iotti in poi, i tentativi falliti di cambiare

di Roberto Gressi

Che poi uno dice: per farti candidare hai fatto un pressing che manco Guardiola, hai tenuto d’occhio il posto in lista e il collegio, hai passato notti insonni e vigili per controllare che il tuo nome, quello che ti hanno fatto vedere su un foglietto, non venisse cancellato nell’ultima alba. E ora che sei nel tempio della politica, a Montecitorio o a Palazzo Madama, stai lì, no? E invece la sindrome del trolley divora anche gli insospettabili.

La valigia si mette lì il giovedì, alla reception vicina al ristorante, e ti consegnano un numeretto. E poi, se sei abile, scegli una posizione strategica. Che quando finisce l’ultimo voto è come il suono della campanella, e chi si attarda trova l’ingorgo. Un tempo ti aiutavano i «pianisti», quelli che votavano per te se dovevi correre via, o addirittura non eri proprio venuto. Ora, con l’impronta digitale, non si può più.

Alla Camera, teatro del capitombolo della maggioranza, ma è già successo a mille maggioranze, funziona più o meno così: il lunedì e il venerdì non c’è quasi nessuno, nei giorni delle interrogazioni non c’è quasi nessuno, al question time c’è poco più di nessuno, alle discussioni generali, ancora, quasi nessuno. Vietato cedere alle sirene del qualunquismo e del populismo, bisogna pur dire che i rappresentanti degli elettori hanno il dovere di passare del tempo nei collegi che li hanno eletti. E poi ci sono i lavori delle commissioni, che assorbono una bella fetta di deputati e senatori. Ma ci sarà un motivo se più di un presidente della Camera e del Senato si è scontrato, con poco successo, con la settimana cortissima dei parlamentari.

Giusto per ridurre al minimo gli esempi, ci ha provato inutilmente Nilde Iotti. Ha tentato Pietro Grasso con i capigruppo, che gli hanno riservato la pazienza che merita l’entusiasmo di un esordiente. Ma anche Renato Schifani ha dovuto rassegnarsi, come Gianfranco Fini, che pure aveva giudicato «intollerabile» la settimana cortissima. E i casi di Aule vuote non si contano.

L’apriti cielo arriva una mattina di fine novembre del 2019, alle 10.38. Su Twitter compare una foto, scattata dal deputato Filippo Sensi, che personalmente vanta una percentuale di presenze poco sotto il cento per cento. Si discute il decreto sul terremoto e l’emiciclo è drammaticamente deserto. Tra gli scranni si contano sei deputati sei. L’immagine diventa subito virale. Non che serva a molto, in serata i parlamentari presenti non superano la ventina. Si fa attendere poco invece la sfuriata contro l’incauto fotografo, colpevole di aver violato il regolamento con il suo scatto.

È ancora un lunedì quando si discute la mozione contro la violenza sulle donne. E la ministra per le Pari opportunità, Elena Bonetti, scandisce al microfono: «Sono 108 le donne vittime di femminicidio quest’anno». Lo sta raccontando a uno sparuto gruppetto di otto deputati, che poi approveranno la mozione all’unanimità.

«Non posso non sottolineare l’amarezza profonda — gli si rompe la voce — nel vedere quest’Aula vuota». È il ministro della Difesa Mario Mauro che parla. Sta ricostruendo la vicenda e commemorando il soldato Giuseppe La Rosa, ucciso in Afghanistan. È un venerdì quando il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è chiamato da tutti i gruppi a Montecitorio per un’informativa urgente. Si parla di Giovanni Lo Porto, il cooperatore italiano rapito da Al Qaeda e rimasto ucciso durante un attacco di droni americani tra Pakistan e Afghanistan, dopo anni di prigioni talebane. L’Aula è semivuota, per il rammarico della presidente Laura Boldrini. Ci sono appena diciannove deputati in quell’aprile di quattro anni fa. Si dibatte, si fa per dire, in sede di discussione generale. Il tema è l’istituzione di una commissione di inchiesta sul caso di Giulio Regeni, il giovanissimo ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016.

E poi appena in sei alla discussione, altrove furente, per la conversione in legge del decreto che estese il green pass ai luoghi di lavoro. In undici nell’agosto 2011 a parlare della manovra. Un pugno di parlamentari per il testamento biologico e il suicidio assistito. Meno che pochi per la legittima difesa. Addirittura, solo trentacinque in Aula per la discussione sul taglio dei parlamentari.

Problemi eterni, sempre esistiti in Parlamento. Su l’Unità per esempio, ai tempi del Pci, al quale si attribuiva un’organizzazione prussiana, apparivano due tassellini vagamente misteriosi. Il primo recitava: «I deputati oggi sono tenuti a essere presenti senza eccezione». Poi, ogni tanto, ne usciva un altro che diceva: «I deputati oggi sono tenuti a essere presenti senza eccezione alcuna». Ché, come avvertiva Orwell, siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri.

Sorgente: La settimana cortissima dei parlamentari e la sindrome del trolley: quando l’Aula si svuota