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Il caso La Russa è solo l’ultimo esempio di una dannosa sovrapposizione di ruoli tra stato maggiore di Fratelli d’Italia e cariche pubbliche. Dietro le intemerate dei colonnelli, c’è qualcosa di molto più ambizioso della semplice occupazione delle istituzioni: cambiare volto all’Italia

Dunque, la presidente del Consiglio è dovuta intervenire sul presidente del Senato dietro cortese ma fermo invito del Presidente della Repubblica. Se fosse successo in altri tempi saremmo stati vicini a una crisi istituzionale, ma Sergio Mattarella ha evitato che il caso La Russa deflagrasse e ha ottenuto che questi correggesse il tiro sui fatti di via Rasella promettendo (colloquio con Paola Di Caro, Corriere della Sera) che non interverrà più su queste questioni. Il caso però non è chiuso, le proteste non si fermano e c’è da immaginare un clima rovente intorno al 25 aprile. Ma in attesa degli sviluppi, cosa rivela quanto è accaduto?

Il caso La Russa ha confermato al livello più alto possibile – diciamo così trattandosi del presidente del Senato – che è in atto una tendenziale confusione tra partito e Stato alimentata da un processo crescente di sovrapposizione tra ruoli di partito e ruoli istituzionali (forse c’è materia di riflessione pure per il Pd nato anche sulla coincidenza tra leader e premier, ma questo è un altro discorso): lo vediamo in modo clamoroso appunto con Ignazio La Russa che non ha affatto smesso i panni del dirigente di partito – peraltro appesantito dal suo caratteristico tratto di fomentatore di polemiche – malgrado sia assurto alla seconda carica dello Stato.

Ma vediamo anche il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli onnipresente in tv polemizzare come un segretario di sezione dei suoi tempi e proporre una demenziale legge da Ventennio contro le parole straniere; il sottosegretario Del Mastro agitarsi contro l’opposizione brandendo documenti riservati; il ministro Lollobrigida, il cognato dagli occhi di ghiaccio, rispondere villanamente a una giornalista come fosse un guardaspalle e chiamare «a lavorare nei campi»: e mille altri esempi.

Questo randellare il Paese nella speranza che gli oppositori alzino bandiera bianca, questo lanciare una boutade dopo l’altra non gli serve semplicemente come arma di distrazione di massa per oscurare le magagne (è l’interpretazione di Concita De Gregorio, Repubblica) ma allude a una “presa” della coscienza del Paese da modellare secondo la linea politico-culturale del partito.

Non si tratta dunque solo di bulimia di potere, ma di qualcosa di molto più ambizioso della pura e semplice occupazione delle istituzioni, che poi fu un tratto essenziale della politica della Democrazia Cristiana che vedeva in questo una fonte inesauribile di consenso e potere: ma con Fratelli d’Italia il disegno pare invece più ampio, quello di cambiare volto al Paese, alla sua politica, alla sua cultura.

E alla sua storia che i vincitori (o che tali si considerano magari senza esserlo davvero) pretendono di riscrivere non solo per spirito di rivalsa ma per “educare” le nuove generazioni all’equidistanza tra fascismo e antifascismo (la colpa dei martiri della Fosse Ardeatine era di essere “italiani”, Meloni dixit), stiracchiando l’opera scientifica dei Renzo De Felice e dei Claudio Pavone per imbastire un racconto che più che alla Resistenza somiglia ai “Ragazzi della via Pàl”.

L’operazione non riguarda solo la storia ma la cultura a trecentosessanta gradi, pur scontando una evidente esiguità di “cervelli” in grado di costruire una seria operazione egemonica. Ma intanto si comincia. Il 6 aprile si terrà a Roma un grosso convegno «nazionalista» – dalla musica all’editoria all’arte – con lo scopo di «italianizzare» la cultura (mentre i giovani girano il mondo in un mese), al quale parteciperà tutta l’intellighenzia di destra, gente oggi importante che è entrata o sta per entrare nei gangli della vita culturale italiana: una cosa impensabile solo un anno fa.

Naturalmente, i meloniani confondono la categoria gramsciana dell’«egemonia» non solo con quella di «dominio» ma forse con il totalitarismo tout court, puntando a sostituire la loro visione del mondo a quella (che in realtà non esiste) della “sinistra”. Ma in sostanza per loro si tratta di recuperare una presenza culturale perduta più di ottant’anni fa.

«E, proprio come allora – ha scritto Stefano Menichini – ci si affida alle direttive ministeriali e ai microfoni di Stato. Intellettuali organici e “cultura nazionale” sottoposta al vaglio e all’approvazione del governo», centrando il punto che si diceva prima: l’intreccio tra politica e cultura (lo stesso che Norberto Bobbio rinfacciava a Palmiro Togliatti nei primi anni Cinquanta) sorretto dall’azione pedagogica e demagogica di ministri-dirigenti di partito.

Esattamente come accadeva in tutti i regimi totalitari ove le istituzioni venivano piegate alla linea politica del Partito. Pare dunque corretta l’interpretazione di Massimo Giannini (La Stampa di domenica): «L’intero storytelling del governo è della maggioranza dal 25 settembre in poi riflette questa idea di riaffermazione/riabilitazione identitaria» che, aggiungiamo, ovviamente esclude qualsiasi possibilità di confronto, altra differenza abissale dal Dc anche nei suoi momenti peggiori.

Se le cose stanno così, sembra difficile separare le intemerate dei “colonnelli” dalla linea generale della premier come pare sostenere Andrea Cangini (Huffington Post): «Illustri dirigenti politici, manager pubblici, uomini di governo e alte cariche istituzionali non riescono a seguire la svolta meloniana»; e anche Antonio Polito (Corriere della Sera di domenica) sembra andare in questa direzione («Intorno a Meloni si agitano troppe ansie identitarie»): ma non è così perché la premier è obiettivamente all’origine di tutta questa operazione che non è di un giorno solo, ma punta a rifare tutto ciò che si può rifare.

Gianfranco Fini, lui sì voleva una svolta, e la fece, ma a un certo punto non lo seguirono. Il contrario di ciò che vediamo oggi dove emerge persino una specie di culto della personalità di Giorgia Meloni da lei stessa innescato con un’abile rappresentazione mediatica di se stessa. Se insomma siamo di fronte a un disegno di ampio respiro, le preoccupazioni espresse ieri dal sindaco di Milano Beppe Sala sono legittime: «Il rischio fascismo lo vedo ogni giorno». C’è solo da sperare che esageri. E che gli anticorpi funzionino.

Sorgente: I meloniani confondono Stato e partito, ma hanno un piano per randellare il Paese – Linkiesta.it