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Sfondano le corazze dei carri armati, ma sono un fantasma velenoso sospettato di avere trasmesso patologie a militari e civili

Forse sono l’arma più perversa mai inventata, una sintesi di scienze fisiche convertite alla pratica bellica e circondata da un’aurea nefasta di gran lunga superiore alla sua efficacia in battaglia. I proiettili a uranio impoverito uniscono il sinistro futuro delle guerre nucleari agli antichi calcoli balistici dell’artiglieria, concependo una munizione presentata come la pallottola d’argento dei fumetti horror: l’unica in grado di sfondare qualsiasi corazza.

 

 

Anche la sua origine ha una doppia motivazione. Sfrutta infatti gli scarti della produzione del combustile per le centrali atomiche e delle testate per le bombe dell’Apocalisse: un enorme quantità di materiale a bassa radioattività ma che pone comunque problemi di stoccaggio. Ed ecco l’idea nata al Pentagono negli anni Settanta: poiché ha una densità altissima e basso prezzo, perché non trasformarlo nel dardo per crivellare i tank sovietici? Le prove hanno dimostrato che era più efficace del tungsteno e meno costoso. E così si risolveva pure lo smaltimento delle scorie…

Nel tramonto della Guerra Fredda si è cominciato a trasformarlo in proiettili, destinati a un numero selezionato di cannoni. In particolare, a quelli dei carri armati Abrams e agli Avenger – Vendicatore – ossia le micidiali armi a canne rotanti degli aerei A-10. In quella stagione di segreti, nessuno si è preoccupato della tossicità: gli eserciti vivevano preparandosi a combattere negli scenari radioattivi dei conflitti nucleari. Ma è stato impiegato solo dopo la caduta del Muro, in situazioni molto diverse. L’esordio è avvenuto nella campagna per la liberazione del Kuwait, con i tank di Saddam Hussein trapassati da queste munizioni, sparate a migliaia da terra e cielo. Poi i reduci hanno cominciato ad ammalarsi e sono iniziati gli interrogativi: non sarà colpa dell’uranio impoverito?

 

 

Il dubbio è stato riproposto dopo le operazioni nei Balcani, quando sindromi misteriose e devastanti hanno colpito pure i militari italiani mandati nelle zone dove gli A-10 statunitensi avevano distrutto i blindati serbi. L’arma di questo aereo ha un volume di fuoco pauroso: 4.200 colpi al minuto. In genere la raffica – accompagnata da un suono simile a un urlo – dura due secondi e scaglia 120 ogive lunghe 17 centimetri. L’impatto delle pallottole genera nuvole con schegge e microparticelle di uranio che, per quanto “impoverito”, continuano a lungo ad emettere radiazioni malefiche. Un fantasma velenoso, invisibile ma persistente intorno alle carcasse delle battaglie della Bosnia e del Kosovo. Che, come già in Iraq, è sospettato di avere trasmesso patologie alla popolazione.

Molti studi hanno negato un legame tra i proiettili e le malattie. Una ricerca del Commissario Ue alla Salute pubblicata nel 2010 sostiene che i livelli di contaminazione riscontrati in Kosovo sono “molto al di sotto della soglia di pericolo”: soltanto dove c’è stato un impatto diretto, ad esempio il relitto di un tank, il rischio è più elevato. Allo stesso tempo, però, la quantità di pazienti con sindromi che non hanno trovato una spiegazione clinica continua a tenere viva la paura per le munizioni radioattive.

L’aspetto forse più raccapricciante è che non sono mai state messe al bando, neppure quando le missioni contro il terrorismo jihadista le hanno rese inutili, e colossi come General Dynamics le offrono ancora in catalogo. Solo nelle batterie Phalanx, usate per difendere le navi dai missili, risultano essere state rimosse dal servizio. Nemmeno il governo britannico, stando alle dichiarazioni, si è liberato delle munizioni – chiamate Jericho – costruite per i tank Challenger, e oggi starebbe per consegnarle all’Ucraina. Una scelta che apre tantissimi interrogativi. E che potrebbe non essere l’unica. Negli ultimi mesi è stata ventilata più volte la possibilità che gli Stati Uniti donino a Kiev i caccia A-10: aerei che impiegano esclusivamente i proiettili tossici.

Sorgente: Proiettili all’uranio impoverito: che cosa sono e come funzionano – la Repubblica