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La premier alla convention di Fratelli d’Italia in vista delle Regionali in Lombardia e avverte gli alleati. Poi cita Garibaldi: «Qui o si fa l’Italia o si muore. Non dobbiamo temere scelte impopolari»

di Marco Cremonesi

Messaggio numero uno: «Siamo qui per restare». Messaggio numero due, indirizzato soprattutto al mondo produttivo: «Vogliamo un’Italia che punti alla crescita economica. Altrimenti si distribuisce soltanto la povertà». Sobria maglia nera con profili dorati, Giorgia Meloni inaugura ufficialmente la campagna elettorale per la Lombardia e sceglie per la giornata il registro garibaldino: «Qui o si fa l’Italia o si muore. Io lo condivido fino in fondo».

La presidente del Consiglio non ha tempo da perdere con le polemiche degli ultimi giorni. Nemmeno ci si dilunga, elencando punto per punto il lavoro dei primi mesi di lavoro. Certo, sa bene che nella prospettiva lunga che assegna al suo governo, queste non saranno né le prime né le ultime. E che ogni giorno ha la sua pena: mentre la polemica su accise e carburanti sembra (almeno per il momento) in esaurimento, si accende quella sull’autonomia differenziata delle Regioni. Ma, appunto, Meloni tira dritto lasciandosi sfuggire solo qualche considerazione: «Spero, e sono certa, che avremo cinque anni nonostante i tentativi di buona parte dell’opposizione, e non solo, di fare qualsiasi cosa per mettere i bastoni fra le ruote». Ma appunto, «noi vogliamo portare a casa i risultati, tutto il resto non ci interessa». E chi «pensa di mettere sé stesso a fronte del destino di tutti, si sbaglia». La premier non si sofferma nell’indicare nessuno, anche se nella sala Testori della Regione Lombardia tutti scommettono che si riferisca agli alleati di Forza Italia. È vero che in mattinata Licia Ronzulli, la capogruppo degli azzurri in Senato, aveva gettato secchiate di acqua gelida sul fuoco: «Mi sono svegliata leggendo una narrazione che non corrisponde alla realtà. Fibrillazioni non ci sono». Al contrario, «la coalizione è forte e coesa e su carburanti e accise non ci sono posizioni diverse». Di più: «Siamo convinti della scelta del governo e la rivendichiamo, pronti a intervenire se i prezzi aumenteranno».

È vero, anche, però, che ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha toccato un altro tema incandescente: le autonomie regionali. Avvisa Tajani: «L’Italia non deve essere divisa». Bisogna fare i Lep, pensare anche «a un fondo di perequazione». Perché la «riforma sia equilibrata e che avvantaggi il Nord e il Sud, ma anche il Centro: ecco perché sui poteri di Roma Capitale dovremo lavorare». Soprattutto, «la riforma non deve penalizzare il Sud». Chi conosce Roberto Calderoli sa che se c’è una cosa che gli fa digrignare i denti è il dire che le autonomie possono penalizzare il Mezzogiorno. E così, dall’autodromo di Monza sbuffa: «Non ci sono santi, io il percorso dell’autonomia lo porto avanti: è il secondo punto delle riforme istituzionali nel programma del governo Meloni e del centrodestra». L’obiettivo del ministro alle Regioni e alle Autonomie è quello di portare il testo in consiglio dei ministri e poi di incardinarne i percorso in Parlamento entro le elezioni regionali: in Lombardia, oltretutto, gli elettori sono andati a referendum nel 2017.

Chi invece si dice assolutamente «orgoglioso» del lavoro «dei ministri Calderoli, Valditara, Locatelli e Giorgetti» è il leader leghista Matteo Salvini. E lo dico ai giornalisti che provano a farci litigare tutti i giorni: mettetevi l’animo in pace, siamo qui da neanche 3 mesi e penso che gli italiani abbiano capito che siamo arrivati per cambiare e proteggere questo Paese». Per poi aggiungere: «Se ci attaccano è buon segno. Il giorno in cui Corriere o Repubblica diranno “bravo Salvini”, diffidate: perché significa che avrò sbagliato qualcosa». Oggi il segretario leghista presenterà i candidati in Lombardia.

Il menù densissimo della giornata di Fratelli d’Italia, messo a punto da Daniela Santanché ha visto sul palco anche i ministri dell’Agricoltura e della Cultura, Francesco Lollobrigida e Gennaro Sangiuliano. Quest’ultimo ha dato fuoco alle polveri sostenendo che il fondatore «del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri», frase mitragliata dalle opposizioni. Fermo restando che a Sangiuliano non interessa «sostituire l’egemonia della cultura di sinistra con l’egemonia della cultura di destra. A me interessa l’egemonia della cultura italiana». Ma i dipendenti dei musei pubblici sono avvisati: «Vado spesso nei musei, e controllo sempre se i bagni sono puliti».

Ma l’intervento spettacolare è stato quello di Giulio Tremonti. L’ex ministro, oggi alla guida della commissione Esteri del Senato, oggi non demonizza il Mes, il Meccanismo di stabilità europeo in attesa di ratifica da parte dell’Italia. Ora è cambiato il mondo, la stessa Unione «in due giorni è passata da rigorista a liquidista». La «selvaggia azione della troika» oggi non è più possibile e chi l’aveva fatta «oggi non c’è più». Il punto è che l’Unione prenda atto del cambiamento: «Negli Usa sono stati fatti enormi investimenti pubblici per rifondare l’industria, in Cina si sono sempre fatti e l’Ue deve prendere atto che non può restare un’isola di mercato puro in un mondo che non lo è». Per riassumere: «A Bruges in dicembre si è fatto un discorso sulla ristrutturazione economica, Scholz ieri ha fatto approvare un documento sugli aiuti all’industria. Per noi è di enorme interesse che si segua quella linea. Puoi approvare il Mes, purché l’Ue segua la linea giusta».

Sorgente: L’altolà di Meloni agli alleati: «Bastoni tra le ruote, dall’opposizione e non solo»