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Ferroviere, partigiano, anarchico, Pinelli era nato a Milano il 21 ottobre 1928. Morì quarantuno anni più tardi precipitando da una finestra della questura. Era stato fermato e illegalmente trattenuto per la strage di Piazza Fontana. Era innocente e morì nelle mani dello Stato

Giuseppe Pinelli – ferroviere, animatore del circolo Ponte della Ghisolfa e giovane staffetta nella Brigata Autonoma Franco, forse collegata alle Brigate Bruzzi Malatesta durante la Resistenza, nato a Milano il 21 ottobre del 1928 – muore nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era illegalmente trattenuto per accertamenti in seguito alla esplosione di una bomba nella sede milanese della Banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana.

Dal suicidio al malore attivo

La prima versione data dal questore Marcello Guida nella conferenza stampa convocata poco dopo la sua morte sarà quella del suicidio (la famiglia viene avvisata da alcuni giornalisti, quando Camilla Cederna, Giampaolo Pansa e Corrado Stajano, nel cuore della notte vanno a casa Pinelli. La moglie chiama in questura, vuole sapere perché non l’hanno avvisata. “Non avevamo tempo”, è la risposta).

In tanti non credono – da subito – a questa versione dei fatti. Nei mesi successivi alla morte di Pinelli il ‘Comitato cineasti contro la repressione’ raccoglierà numerosi materiali per la realizzazione di un lungometraggio sulla vicenda. L’opera sarà portata a termine da due gruppi di lavoro coordinati da Elio Petri e Nelo Risi. Il film, composto da due parti: Giuseppe Pinelli, diretto da Risi, e Ipotesi su Giuseppe Pinelli, anche conosciuto come Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli, diretto da Petri, vedrà la luce nel 1970. Alla vicenda si ispirerà anche l’opera teatrale di Dario Fo: Morte accidentale di un anarchico. Decine saranno i libri, i filmati, le opere teatrali, le installazioni artistiche, le canzoni dedicate a Pinelli e al suo assassinio, non solo in Italia.

Il 27 dicembre Licia Rognini Pinelli denuncia il questore Marcello Guida, già funzionario fascista e direttore del confino di Ventotene, per diffamazione (il 24 giugno 1971 accuserà il commissario Calabresi e tutte le persone presenti in questura la notte del 15 dicembre di omicidio volontario, sequestro di persona, violenza privata e abuso di autorità).

Il 27 ottobre 1975 il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio archivierà le denunce escludendo sia il suicidio che l’omicidio e motivando la morte come un “malore attivo”Quella sera a Milano era caldo. Ma che caldo che caldo faceva. Brigadiere apra un po’ la finestra. E ad un tratto Pinelli cascò. Tutti gli indiziati saranno prosciolti.

La ricerca di verità e giustizia

La famiglia Pinelli non smetterà mai di chiedere verità e giustizia, ancora non ottenute. Dopo cinquanta anni, però, arriveranno – finalmente – attraverso le parole del suo primo cittadino, le scuse della città di Milano.

“Il senso d’ingiustizia – diceva Beppe Sala nel dicembre del 2019 – ti rimane dentro e allora, posto che ingiustizia c’è stata, la mia presenza qua oggi ha soprattutto il significato di chiedere scusa e perdono a nome della città per quello che è stato. Pinelli era uno dei cittadini che faceva il suo dovere e si impegnava politicamente. La Milano di oggi è anche figlia della sua figura, di quello che ci ha lasciato e di quello che abbiamo imparato. Non è mai tardi per imparare e io dalla sua storia penso di avere imparato molto”.

“Non raggiungere la verità giudiziaria è una sconfitta dello Stato – affermava ormai anni fa Licia Pinelli – Non è una questione di vincere o di perdere: semplicemente uno Stato che non ha il coraggio di riconoscere la verità è uno Stato che ha perduto, uno Stato che non esiste”.

“La Repubblica – sottolineava sempre nel dicembre del 2019 a Milano il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, primo nella storia del nostro Paese a partecipare alle commemorazioni della strage di Piazza Fontana – è stata più forte degli attacchi contro il popolo italiano e i tentativi sanguinari di sottrarre al popolo la sua sovranità sono falliti. Immersi in pieno nella storia d’Italia, di cui l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura rappresenta una pagina indelebile, affermiamo il dovere del rispetto di una memoria collettiva, in una vicenda di cui si conoscono origini e responsabilità”.

Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre,
l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre,
l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l’Italia, l’Italia che resiste.

Sorgente: La storia di Giuseppe Pinelli, morto senza verità né giustizia – Collettiva