La crisi economica non è uno choc transitorio, non è dovuta solo al caro energia causato dalla guerra russo-ucraina, i prossimi due inverni saranno difficili e quello del 2023-2024 sarà probabilmente peggiore. Nello scenario della policrisi capitalistica ieri il World Economic Outlook pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha confermato l’alta probabilità di una «recessione tecnica» anche in Italia. Nei prossimi mesi potrebbero dunque esserci due trimestri consecutivi di crescita negativa. L’economia italiana si attesterà nel 2022 al 3,2% per cento del Pil ma crollerà a meno 0,2% nel 2023.

«CI ATTENDIAMO la recessione tecnica in Italia nei prossimi trimestri soprattutto per l’impatto della crisi energetica, per l’alta inflazione e del calo dei redditi» ha sostenuto Petya Koeva Brooks, vice capo economista Fmi. Peggio andrà in Germania che subirà una contrazione del Pil dello 0,3 per cento e crescerà meno quest’anno (1,5 per cento). Strettamente interdipendenti, ma di dimensioni diverse, le due economie si avvitano in una crisi profonda in Europa. «Il peggio deve ancora venire».

AL PROSSIMO GOVERNO Meloni l’Fmi «ha consigliato, come per altri paesi, di garantire un sostegno alle persone più vulnerabili, ma valutando i margini di bilancio e garantendo un percorso di calo del debito». Stando alle dichiarazioni elettorali, il governo dell’estrema destra postfascista non intende istituire un salario minimo legale orario e rimodulerà restringendolo il sussidio di povertà chiamato impropriamente «reddito di cittadinanza». Non è escluso che, in queste condizioni, continuerà la strada intrapresa dal governo Draghi e da quello Conte: bonus e sconti fiscali «una tantum», dispendiosi per le risorse pubbliche, effimeri e soggetti comunque a una disciplina di bilancio richiesta sia dalla Commissione Europea, sia dalla Banca centrale europea (Bce).

LE STIME DELL’FMI confermano inoltre il tendenziale restringimento del deficit che dovrebbe essere ridotto dall’attuale 5,4% al 3,9% nel 2023 per poi diminuire verso il 3% previsto dal «Patto di stabilità e crescita» sospeso dal 2020, ma informalmente in vigore. Il debito pubblico dovrebbe restare all’attuale 147% e calare al 146,1% l’anno successivo. Questo significa che la recessione in arrivo porrà nuovi vincoli anche alla spesa sociale, contrariamente a quanto è avvenuto nei mesi della pandemia.

L’ITALIA REGISTRERÀ uno degli aumenti più forti dell’inflazione nell’Eurozona. L’indice dei prezzi entrerà tra i record delle economie del G7: +8,7 per cento, 6,8 punti in più rispetto allo scorso anno. Ciò implica aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, dall’energia al cibo, fino ai prestiti e ai mutui. Una contrazione dei salari, e dunque dei consumi. Senza contare licenziamenti e casse integrazioni per l’aumento vertiginoso dei costi per le aziende.

PIERRE-OLIVIER Gourinchas, capo economica dell’Fondo monetario, ha evidenziato il ruolo delle banche centrali in questa spirale recessiva. Il crollo del Pil è dovuto anche alla dichiarata intenzione di «raffreddare» la ripresa dell’economia post-Covid e bloccare l’aumento dell’inflazione. Ed è qui che si pone l’enigma: «Per le banche centrali – ha detto Gourinchas – c’è il pericolo di fare troppo o troppo poco. Da un lato rischiano di comprimere i redditi reali e minare la stabilità dei prezzi; dall’altro lato rischiano di non irrigidire abbastanza e dunque rafforzare l’inflazione». Ad avviso di Gourinchas l’unica soluzione è «mantenere fermezza sulle politiche monetarie e abbattere l’inflazione». Ma questo significa produrre disoccupazione, precarietà e povertà. è il vicolo cieco in cui si è infilato il capitalismo già dalla pandemia.

UNO DEGLI EFFETTI prodotti da questa politica, volta a creare una crisi sociale, è la «politica del rubamazzo» [beggar-thy-neighbor]. «Per rispondere all’inflazione importata, le banche centrali aumentano i tassi di interesse e creano un circolo vizioso. Il risultato di questa guerra di offerte è imprevedibile per quanto riguarda il tasso di cambio, ma porterà i tassi di interesse a livelli più alti di quelli che chiunque avrebbe scelto da solo – ha spiegato sul New York Times lo storico dell’economia Adam Tooze – Se non si tiene conto di questi effetti di traboccamento [spillover], dobbiamo temere di ritrovarci con una disinflazione maggiore del necessario. Abbiamo stime di ricadute inflazionistiche positive. Per quanto riguarda la disinflazione globale, ci troviamo in un territorio molto meno delineato». Il problema, dunque, non è solo