Il cuore nero della Polonia | Rep

Il cuore nero della Polonia | Rep

15 Aprile 2021 0 Di Luna Rossa

Viaggio nell’altra Europa. Quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate
(tutti i video e le immagini cliccando il link in fondo all’articolo)
A due ore e dieci di volo dall’Italia, al centro dell’Europa continentale, un Paese di 38 milioni e mezzo di abitanti, membro dal 2004 dell’Unione Europea, della Nato e delle Nazioni Unite, si è rapidamente trasformato, al pari dell’Ungheria, nel più avanzato laboratorio di “democratura” occidentale. Nell’impotenza di Bruxelles, la Polonia governata da Mateusz Morawiecki, economista classe 1968, e presieduta da Andrzej Duda, entrambi esponenti del partito della ultradestra clericale “Diritto e Giustizia” (fondato nel 2001 dai gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski), ha sistematicamente svuotato le fondamenta di questa repubblica semipresidenziale dei suoi diritti fondamentali, fino a renderli dei simulacri.

Manifestazione nel centro di Varsavia, 28 novembre 2020

Dalla messa al bando del diritto di aborto, alla discriminazione sistematica delle donne, di gay e lgtb+, al controllo sistematico dei mezzi di informazione, fino alla subordinazione del potere giudiziario a quello esecutivo, non c’è spazio o anche solo interstizio della società polacca immune dalla cura sovranista. Siamo andati a Varsavia e Cracovia per raccogliere le voci e le testimonianze di chi, con coraggio, continua a richiamare l’attenzione dell’Unione Europea su questa catastrofe del modello di democrazia e, per questo, continua a pagare un prezzo altissimo.

Un volto imbrattato di sangue

L’ultima mail, la più spaventosa, è arrivata il 26 marzo scorso. Sconosciuto il mittente. In allegato, una foto del viso di Zofia imbrattato di sangue. Nel testo, la minaccia di far saltare in aria il suo ufficio: “Se continuate a organizzare manifestazioni pro-aborto vi terrorizzeremo con una bomba. Proteggeremo la Chiesa ad ogni costo. Siamo in tanti e non vi permetteremo di distruggere questo Paese e i valori tradizionali della famiglia”. Zofia, la chiameremo così per proteggerne la sua identità, non ha ancora avuto il privilegio di parlare con un poliziotto, nonostante decine di telefonate al commissariato, nonostante i ripetuti tentativi di denunciare il crescendo di minacce. È un’attivista polacca e lavora per “Federa”, un’organizzazione che si batte contro la violenza domestica e difende i diritti delle donne, che in Polonia vengono ormai sistematicamente calpestati. Ha paura di andare in ufficio. E non si sente più protetta neanche dalla polizia. Dal 18 febbraio al 26 marzo, ci racconta al telefono da Varsavia, ha ricevuto nove mail. Il 5 marzo, a lei e ad altri colleghi dell’organizzazione, è arrivata la prima, con una sua foto scaricata dal web. Titolo: “L’aborto è un crimine”. Svolgimento: “Devi morire. Hai cinque giorni poi ti ammazziamo”.

Il tweet in cui Zofia riporta le minacce

“Viviamo nella paura per la nostra salute e la nostra vita. Gli oppositori dei diritti umani hanno preso di mira la nostra organizzazione e da tre settimane riceviamo minacce di morte. Ci hanno inviato le nostre foto nel mirino con la parola morire”

Il 12 marzo, dopo le manifestazioni e gli arresti e la repressione della polizia nella Giornata internazionale delle donne dell’8 marzo, una seconda. Ancora più violenta ed esplicita: “Vi spazzeremo via con una bomba”. Nel testo si legge: “Puttana di merda, forse non hai capito: continueremo a terrorizzare te e il tuo ufficio finché non ritirerete il vostro sostegno all’aborto. Forse pensate che sia uno scherzo. Un giorno, quando abbasserete la guardia, vi faremo saltare in aria. Nessuno vi ha chiesto di ammazzare i bambini”. Zofia non è un’eccezione. Anzi, per chi in Polonia si batte contro la sentenza della Corte costituzionale che a ottobre del 2020 ha di fatto cancellato l’aborto, per i diritti sistematicamente violati delle persone Lgbt+ o la Convenzione di Istanbul, che il governo polacco minaccia apertamente di abbandonare, il terrorismo e la persecuzione sono diventati pane quotidiano. Secondo il più recente rapporto di Human Rights Watch, Ippf-En e Civicus, almeno sette Ong (Federa, Abortion Dream Team, Feminoteka, FundaciaFOR, Helsinki Foundation for Human Rights, Women’s Right’s Center e All-Poland Women Strike) sono finite tra febbraio e marzo sotto attacco da parte di ignoti fanatici ultracattolici che difendono le leggi liberticide del governo di “Diritto e Giustizia” e minacciano dinamite e sangue.

Giornata di protesta a Varsavia, 8 marzo 2021

“Froci raus”

Neanche i parlamentari dell’opposizione sono risparmiati dalla persecuzione dei fondamentalisti cattolici. Incontriamo la deputata liberale di “Nowoczesnej” Monika Rosa nel suo ufficio di Varsavia. Ci sediamo accanto al manifesto con la cartina dell’Europa che tiene accanto all’ingresso. Un suo emendamento alla legge anti-Covid è stata una delle rarissime luci di questi anni bui, perché consente alle donne di cacciare di casa i mariti e i compagni violenti. Ma anche lei ha ricevuto minacce di morte. E la bandiera arcobaleno davanti al suo ufficio di Katowice è stata imbrattata con la scritta “Faggots raus”, “Froci raus”, un termine tedesco che evoca le campagne naziste contro gli ebrei: “Juden raus”.

Monika Rosa

“Non c’è democrazia senza diritti delle minoranze” dice Rosa, ricordando le crociate del governo polacco anche contro i profughi, quando l’Europa tentava disperatamente di trovare una soluzione europea alla crisi dei migranti del 2015. Ma la deputata puntualizza che l’offensiva del governo Morawiecki è a tutto campo, anche contro le minoranze slesiane come la sua. “Il partito di governo, ‘Diritto e Giustizia’, odia le minoranze, anche quelle etniche. Vuole un’omologazione dei polacchi anche in quel senso”. Tuttavia, Rosa è convinta anche che la crescente stretta anti-Lgbt+ e contro i diritti delle donne sia “un modo per distrarre dalla disastrosa gestione della pandemia, da parte del governo. E da sondaggi che lo danno in forte calo”. Le donne, in Polonia, “sono diventate il più grande gruppo discriminato del Paese”.

La prima prigioniera politica post-Muro di Berlino

Il 20 marzo, un collettivo di artisti ha affittato una serie di appartamenti non lontani dalla casa di Jaroslav Kaczynski, vicepremier e fondatore di “Diritto e Giustizia”, il padre padrone della Polonia neo-fondamentalista. Volevano organizzare una performance, un balletto intitolato “La Regina dei Ghiacci”, per “scongelare i cuori” e manifestare a favore delle donne. Un paio di ore prima dell’evento, Marta Lempart, fondatrice dello “Sciopero delle donne” che ha trascinato in piazza in questi anni centinaia di migliaia di polacchi che protestano contro le leggi anti-aborto, ha ricevuto una mail: c’è una bomba nell’edificio della performance. Consapevole che una sua eventuale denuncia non avrebbe ottenuto nulla – Lempart è ormai il volto principale dell’opposizione di piazza – ha chiamato un amico, che ha avvertito la polizia. La bomba non c’era. Ma nel frattempo anche Lempart ha ricevuto una mail con un fotomontaggio del suo viso ricoperto di sangue. E il foro di una pallottola in fronte. Quando l’abbiamo incontrata nella sede di Varsavia dello “Sciopero delle donne”, blindata da telecamere e un paio di agenti di sicurezza, Marta ci ha raccontato che ovviamente anche lì è arrivato un allarme bomba, e che lei si è ritrovata gli striscioni con le minacce di morte persino davanti a casa. Due volte. Soprattutto, Lempart è sepolta da denunce ridicole, per aver parlato al megafono “disturbando la quiete pubblica”, per aver “offeso” un poliziotto, per aver organizzato le proteste in piazza. Ora rischia otto anni di galera. È candidata ad essere la prima prigioniera politica dell’era post-muro di Berlino. Un sintomo della notte che sta avvolgendo lentamente, inesorabilmente la Polonia.

Una donna alla protesta contro le restrizioni alla legge sull’aborto. Cracovia, 13 dicembre 2020

Il Minotauro

Dietro questa deriva antidemocratica c’è una trama, una regia oscura. Lo abbiamo scoperto correndo da un allarme bomba all’altro, da un attivista massacrato da minacce ad un altro. Il nome che ricorre nei colloqui con gli attivisti, è sempre lo stesso. Tirando il filo di Arianna delle persecuzioni contro le donne e degli abusi dei giudici, percorrendo il labirinto di leggi sempre più liberticide che la Polonia sta adottando da sei anni a questa parte, si arriva presto a questa sorta di grande Minotauro al centro del labirinto del neo oscurantismo polacco. “Ordo Iuris”, questo il nome.
Julia Maciocha, leader della fondazione
che organizza i cortei arcobaleno

Ordo Iuris è una fondazione ultracattolica. Nata ufficialmente a Varsavia nel 2013. Ma appena “Diritto e Giustizia” ha vinto le elezioni parlamentari nel 2015, gli avvocati e i giuristi della fondazione, fedelissimi del partito di Kaczynski, sono diventati i crociati che hanno occupato ogni spazio della vita pubblica e stanno accompagnando la deriva del Paese verso un autoritarismo cattolico sempre più radicale. Come segnala lo European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights, Ordo Iuris “è un’organizzazione potente che ha infiltrato i gangli dell’apparato di Stato”. I suoi rappresentanti “occupano posizioni importanti nei ministeri, nell’accademia, nel sistema giudiziario”. E “consigliano il presidente della Repubblica”, Andrej Duda (“Diritto e Giustizia”). Il vicepresidente di Ordo Iuris, Tymoteusz Zych, è stato mandato dal governo Morawiecki nel Comitato europeo economico e sociale, l’organismo europeo che si occupa di eguaglianza e diritti Lgbt+ – che è un po’ come mandare una volpe in un pollaio. E il fondatore di Ordo Iuris, Aleksander Stepkowski, è stato nominato giudice della Corte suprema polacco. Di recente, è stato anche uno dei tre candidati di Varsavia alla Corte europea dei diritti umani. Per fortuna, tutti e tre i nomi proposti dal governo Morawiecki sono stati rifiutati dal comitato europeo incaricato di eleggere i giudici.

I protagonisti

Gli avvocati di Ordo Iuris hanno scritto la legge del 2016 che per prima ha tentato di abolire del tutto il diritto all’aborto, ma che è stata sconfitta dalle prime, grandi manifestazioni di piazza delle “Marce nere”. Il 22 ottobre del 2020 una sentenza che ha quasi bandito l’interruzione di gravidanza è stata emessa dalla Corte costituzionale, poi fatta propria dal Parlamento a gennaio del 2021. Ormai, quasi ogni forma di aborto, a eccezione dei casi di stupro o incesto, è illegale. Ma la fondazione ha avanzato anche la proposta, accolta, di cancellare l’educazione sessuale dalle scuole e ha scritto una legge che introduce una stretta per la fecondazione in vitro. L’anno scorso ha formulato una delle risoluzioni – adottate ormai da un terzo del Paese secondo la mappa degli attivisti “Atlas of Hate” – che ha spinto un centinaio di municipalità a dichiararsi “Lgbt-free”. Sono state bocciate in parte dall’Ombudsman, ma in quelle città è diventato ormai pericoloso girare, se si è gay, lesbiche, trans. Neonazisti e fanatici religiosi perseguitano la comunità Lgbt+ apertamente. Infine – e non è un dettaglio – gli avvocati di Ordo Iuris consigliano, avviano e assistono molte cause intentante negli ultimi anni contro attivisti e difensori dei diritti civili. Sono diventati anche il cane da guardia del sistema, oltre ad averlo profondamente infiltrato. È notizia di queste settimane che Varsavia ha minacciato, dopo la Turchia, di abbandonare la Convenzione di Istanbul che protegge le donne dalle violenze domestiche.

La fotogallery

Polonia, in piazza tutte le parole e i simboli della protesta

Un’ondata di indignazione ha attraversato l’Unione europea, ma il governo Morawiecki tira dritto. Secondo il portale Balkan Insight, la Convenzione di Istanbul sarà sostituita da un trattato che si ispira alla “Convenzione internazionale dei diritti della famiglia” di Ordo Iuris. E punterà non soltanto a cancellare ogni protezione per le donne minacciate dalla violenza, ma a offrire “sostegno particolare” alla “tutela della vita di un bambino concepito” e a introdurre “il concetto di matrimonio come istituto riservato esclusivamente alla relazione tra un uomo e una donna”. La Polonia, dopo aver abolito il 98% delle interruzioni di gravidanza con la sentenza della Corte costituzionale dell’autunno scorso, dopo anni di proteste delle femministe, torna dunque alla carica. Con il contributo prezioso di Ordo Iuris, punta di nuovo al bando totale dell’aborto e del matrimonio gay, ma anche a limitare i divorzi. Insieme all’ex parlamentare ultracattolico Marek Jurek, la fondazione ha presentato una proposta di legge di iniziativa popolare per sganciare la Polonia dalla Convenzione di Istanbul che ha raccolto 150mila firme ed è già approdata in Parlamento. Ma alla fine del 2019 Ordo Iuris aveva anche annunciato di voler formulare una legge per “combattere l’alto numero di divorzi”. Come per incanto, nell’anno successivo, l’anno della pandemia, nel Paese sono comparsi ovunque, misteriosamente, degli enormi cartelloni che recitano “mamma e papà si vogliono bene” o che mostrano un feto a forma di cuore.

Un gruppo della fondazione ultracattolica Ordo Iuris mostra uno striscione “Stop pedofilia, quello che la lobby lgbt vuole insegnare ai nostri figli”, durante una manifestazione a Danzica il 17 ottobre 2019 contro l’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole. Il gruppo sostiene la proposta di legge del vicepremier Kaczynski di punire gli insegnanti con una pena fino a cinque anni di carcere

Al centro del labirinto

All’ottavo piano di un elegante palazzo non lontano dal centro di Varsavia, gli uffici di Ordo Iuris sono foderati di una tappezzeria in azzurrino su cui fanno mostra librerie in legno. Nikodem Bernaciak, un ragazzo biondo, sbarbato, “cattolico romano”, si presenta, con un sorriso un po’ diffidente. Ci sediamo a un ampio tavolo. Un assistente fa delle foto. E registra l’intera conversazione. La prima domanda è chi sostenga Ordo Iuris e perché la fondazione non renda pubblici i suoi generosi finanziatori. Hanno a disposizione, dicono i bilanci ufficiali, circa 1,39 milioni di euro all’anno. È una delle fondazioni più ricche della Polonia. Ma non rendono noti i dettagli. “Perché sono soldi privati”, risponde Bernaciak, “e ci sono molte persone che non vogliono dover spiegare ad altri perché stanno sostenendo questa o quella organizzazione. Comunque, sono decine di migliaia le persone che ci sostengono nella lotta. Anche con poche decine di zloty”. Quando chiediamo perché la fondazione si batta così ferocemente per leggi che rendano più restrittive o addirittura vietate le regole che consentono l’interruzione di gravidanza, Bernaciak comincia a scuotere lentamente la testa. “Ma noi non diciamo che vogliamo rendere la legge polacca più restrittiva. Noi diciamo che la vogliamo rendere più aperta alla protezione della vita pre-natale. Noi non differenziamo una vita umana tra il concepimento e dopo. Pensiamo che il codice DNA individuale sia una prova sufficiente che il feto è un essere umano”.

Bernaciak non perde la calma neanche quando gli ricordiamo che Ordo Iuris ha ispirato una legge che costringe le donne a mettere al mondo un figlio anche sapendo che il feto è malato, o condannato a venire al mondo con delle gravissime disabilità o una ridotta aspettativa di vita. “Ah, e se il feto ha solo la sindrome di Down o la sindrome di Turner? E allora? Anche quelli sono esseri umani. E non vediamo la possibilità di ucciderli come un esempio di difesa dei diritti umani. Perché tra i diritti umani ci sono i diritti delle donne, certo, ma anche i diritti dei bambini non ancora nati”. Ma se il bambino è condannato a morire, perché costringere la madre a portarlo in grembo fino al parto? Bernaciak si schiarisce la gola, lievemente irritato. “In Polonia c’è la possibilità di dire addio al tuo bambino perduto. Ehm. Ci sono degli ospedali prenatali dove una madre può andare ed essere psicologicamente preparata a dire addio al suo bambino”. Le statistiche sono implacabili. Ormai, sono almeno 100mila, secondo le più autorevoli Ong internazionali, le donne costrette ad andare all’estero o a rifugiarsi in ospedali dove si pratica clandestinamente l’interruzione di gravidanza. Non è ipocrita, chiediamo a Bernaciak, vietare qualcosa che spinge le donne verso le mammane, quando non hanno i soldi per abortire a Berlino o Dresda?

No, guardi, lei cita dati falsi messi in giro dalla propaganda. E per noi è molto chiaro che questa legge non debba avere solo potere normativo, ma educativo”

Trasciniamo Bernaciak su un altro argomento. In Polonia, è in atto una discriminazione sistematica della comunità Lgbt+, la diffamazione degli omosessuali paragonati nelle tv, alla radio e nei discorsi pubblici ai pedofili, a persone malate, è quotidiana. E le circa cento municipalità che hanno adottato la risoluzione di Ordo Iuris, puntano a diventare “Lgbt-free”, a liberarsi da gay, lesbiche, trans, come se fossero degli appestati. Ma per colpirli, la destra cattolica polacca definisce quella Lgbt+ un’“ideologia gender”. Che vuol dire? Non significa disumanizzare le persone, come facevano i nazisti con gli ebrei? “Oh no, non credo proprio”. Bernaciak sfodera un paio di paginette: è la Risoluzione del Parlamento europeo che ha condannato le aree “Lgbt-free polacche”, un mese fa. “Quante stupidaggini”, sentenzia ridacchiando. Poi spiega: “Tu puoi essere omosessuale o transessuale o intersessuale, quello che vuoi. È la tua esperienza o tendenza personale o preferenza o stile di vita. Ma quando vai in Parlamento o in una Corte costituzionale e dici che dobbiamo istituzionalizzare il matrimonio omosessuale, diventa una cosa politica. È come quando vai a scuola e pretendi che ad ogni bambino in Polonia debba essere insegnato che ci sono decine di posizioni sessuali o giochi sessuali. Questo, per noi, è contrario al modello educativo polacco, e quindi ci siamo battuti per abolire l’educazione sessuale nelle scuole. Questa è ideologia, e noi la combattiamo”.
I medici polacchi hanno spiegato a Paulina che il suo bimbo mai nato sarebbe morto subito dopo la nascita perché privo di reni. Lei ha sentito che aveva bisogno di porre fine a quella gravidanza, ma secondo una legge in vigore da gennaio 2021, questo tipo di aborto non era più legale. La sua sola possibilità era trovare un dottore che accettasse di attestare che quel parto sarebbe stato pericoloso per la sua salute mentale. Servizio di Lauren Anthony (Reuters)

Un’ultima domanda prima di andarcene. Bernaciak, cosa pensa di Papa Francesco? Anche qui il giurista di Ordo Iuris ha un foglietto pronto. Se l’aspettava, la domanda su Bergoglio, sull’apertura agli omosessuali degli anni scorsi. La bocca si allarga a un ghigno. “Ha letto le agenzie, le ultime dalla Congregazione della Dottrina della Fede? Papa Francesco ha detto definitivamente che la Chiesa non può benedire le unioni omosessuali, mai. L’attività omosessuale, dal punto di vista della Chiesa, è un peccato. È innaturale. E noi non possiamo considerare le persone omosessuali come le persone eterosessuali”. Sì, ma Papa Francesco ha anche detto: chi sono io per giudicare. Ha chiamato gli omosessuali fratelli, obiettiamo. Bernaciak fa spallucce. “Voglio dire, come cattolico, l’omosessuale è ovvio che è mio fratello. E io non giudico le persone. Non posso certo mandarle io all’inferno. Quella degli omosessuali è come una mafia. Anche la mafia ha elementi positivi. I mafiosi si aiutano a vicenda. Possono essere forti, nella fratellanza. E Dio ama ogni essere umano e ogni mafioso. Ma non significa che la Chiesa debba benedire il matrimonio omosessuale o le strutture mafiose”.

La ragnatela globale dell’oscurantismo

Dopo le austere stanze azzurrine di Ordo Iuris torniamo in strada e ci incamminiamo per una mezz’oretta verso la colorata e sgangherata sede di “Sciopero delle donne”. Passato il vaglio delle guardie di sicurezza troviamo la vulcanica Marta Lempart che si aggira per il corridoio come una belva in gabbia, con il telefono incollato all’orecchio. Ci offrono subito un caffè solubile, poi bussiamo alla porta di Klementyna Suchanow, una delle attiviste e scrittrici investigative più famose del Paese, e grande esperta di Ordo Iuris. Insieme, Marta e Klementyna organizzano da anni gli “Scioperi contro le donne”. Il più autorevole quotidiano polacco, Gazeta Wyborcza, le chiama “le madri della rivoluzione”. Quando entriamo nel suo ufficio, quasi immerso nel buio, Klementyna Suchanow sta lavorando al computer su una poltrona. È una donna minuta, dal viso affilato, che irradia una calma sorprendente. Ci vuole un piccolo sforzo di fantasia per immaginarla mente tira uova sulle macchine blindate che lasciano Palazzo presidenziale (un episodio che le costò un’irruzione in casa dei Servizi segreti interni). O mentre in uno dei tanti mesi caldi delle manifestazioni pro-aborto, a luglio del 2018, scrive con una bomboletta spray, sul muro del Parlamento, “È arrivato il Giudizio Universale. Andate a fanculo”. È Klementyna che ci aiuta a capire ancora meglio da dove viene Ordo Iuris e perché è un veleno che rischia di intossicare l’intera Europa.

Marta Lempart

“La fondazione Ordo Iuris fa parte di una rete globale con una strategia molto precisa. Il mio Paese è diventato ormai il laboratorio più importante del progetto di sistematica distruzione dei diritti fondamentali, dei diritti su cui è costruita l’identità europea. D’un lato, e questo è molto importante, Ordo Iuris è l’emanazione di ‘Tradizione, Famiglia e Proprietà’, un’organizzazione ultrareligiosa, preconciliare, originariamente brasiliana, ma ormai diffusa in tutto il mondo e con delle filiali molto importanti in Europa. In Spagna è collegata a gruppi paramilitari di estrema destra. In Francia, l’Assemblea nazionale l’ha accusata di essere una setta. Dall’altro lato, esiste una rete internazionale di singoli e organizzazioni che condivide informazioni e denaro di ambienti di ultradestra e che a un certo punto si è raccolta nel ‘Congresso mondiale delle Famiglie’, fondato negli anni 90 dall’americano Alan Carlson e dal russo Anatoli Antonov. Il Congresso mondiale delle Famiglie ha come obiettivo statutario quello di ‘difendere la posizione della famiglia tradizionale in un momento di erosione della vita familiare e del declino dell’apprezzamento per le famiglie in generale’. Per questa organizzazione fondamentalista cristiana, che vanta importanti finanziatori internazionali, anche russi, la famiglia naturale è ‘l’unione di un uomo e una donna in un’alleanza permanente suggellata col matrimonio’. Ad un certo punto, questi reazionari e fanatici cristiani approdano oltre Atlantico con la ‘Agenda Europe’. Ed è un approdo con interessanti risvolti italiani, oltre che polacchi”.
Justyna Nakielska, attivista del gruppo di avvocatura “Campagna contro l’omofobia”

“Agenda Europe”, come hanno rivelato anche l’emittente tv “Arte” e la “European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights”, è una rete paneuropea radicale cristiana fondata nel 2013. Raduna una volta all’anno, in luoghi segreti, tra 100 e i 150 rappresentanti di organizzazioni ultracattoliche, omofobe e antiabortiste. Il manifesto per il “Ripristino dell’Ordine Naturale” è la base dell’azione politica della sua ragnatela di adepti. E Ordo Iuris sta cercando di imporla alla lettera in Polonia. Indubbiamente, il Paese di Morawiecki è diventato il fiore all’occhiello di “Agenda Europe”: in pochi Paesi il loro manifesto medioevale è stato applicato così alla lettera. Il manifesto invita a tutelare la vita dal concepimento alla morte, in sostanza a proibire del tutto l’aborto e la contraccezione. E nel proteggere la famiglia, intesa come unione di un uomo e una donna, dice no al divorzio ed esclude da ogni genere di diritti la comunità Lgbt+. Inoltre, teorizza che i precetti cristiani vadano imposti per legge.

Il ramo italiano

In Italia, un lobbista eccellente di “Agenda Europe” è Luca Volontè, l’ex cofondatore dell’Udc ed ex capogruppo del Ppe in Europa, finito nei guai per aver incassato 2,39 milioni di euro tra il 2012 e il 2014 dall’Azerbaigian e condannato un anno fa a quattro anni di carcere dal Tribunale di Milano per riciclaggio. Come attivista anti abortista e anti Lgbt+ è stato fino al 2019 a capo del think tank fondamentalista cattolico Dignitas Humanae Institute – orgogliosissimo dei suoi legami con Steve Bannon – ed è amministratore delegato della Fondazione Novae Terrae, attiva nel lobbismo anti-choice. Per Klementyna Suchanova è molto chiara la missione di Luca Volontè e dei lobbisti ultracattolici del “Congresso mondiale delle Famiglie” e del suo ramo continentale, l’”Agenda Europe”: “vietare aborto, contraccezione, divorzio e annullare ogni diritto delle persone Lgbt+”.

Da sinistra: il presidente di Pro Vita Toni Brandi, il senatore della Lega Simone Pillon, il presidente del World Congress of Families (WCF) Brian Brown, il portavoce del Comitato Difendiamo i Nostri Figli Massimo Gandolfini e il presidente di Generazione Famiglia Jacopo Coghe. Roma, marzo 2019

L’Italia è stata uno snodo importante della ragnatela globale dell’ultradestra cattolica. Nel 2019, Verona ha ospitato il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie, balzato immediatamente alle cronache per il patrocinio ricevuto dall’allora Presidente del Consiglio Conte e per la partecipazione di esponenti dell’allora governo giallo-verde e della destra: da Matteo Salvini a Lorenzo Fontana, insieme all’immancabile pasdaran Simone Pillon e la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Massimo Gandofini, tra i principali esponenti dei pro-life italiani, inaugurò la kermesse a porte chiuse e i giornalisti tenuti rigorosamente lontani così: “L’aborto è l’omicidio di un bambino in utero, e la legge 194 è stata applicata soltanto negli articoli che permettono la soppressione di una vita e non in quelli aiutano la maternità”. Presente al convegno, tra neofascisti e ultrà cattolici, l’immarcescibile leader di Forza Nuova, Roberto Fiore.

La lezione di Kafka

“La storia si ripete”. Sembra la maledizione di una stirpe, come nelle tragedie greche. In marzo, il giornalista Maciej Mizejewski riceve tre telefonate dall’Agencja Bezpieczenstwa Wewnetrznego, i servizi segreti polacchi. L’ultima risale al 24 del mese. E per il giornalista il senso è chiaro. Qualche giorno prima anche la Procura lo ha convocato per un colloquio. Ma non hanno voluto dire né a lui né al suo avvocato il motivo. Per Mizejewski i servizi segreti stanno cercando di incontrarlo prima dei magistrati, di usare lo spauracchio di una possibile incriminazione per assoldarlo. Come – osserva – i nazisti tentarono di fare con suo nonno. Da un mese, il giornalista di Cracovia si sta tormentando per capire di cosa è accusato. Un dilemma kafkiano. Riesce a pensare solo a un paio di articoli che raccontano la deriva antidemocratica della Polonia. Che Mizejewski ha scritto con asciuttezza accademica, imbottendoli di note e riferimenti giuridici, per un paio di riviste italiane. Articoli che in un Paese democratico nessuno si sognerebbe mai di contestare.

La logica, temo, è che se dirò di no alla collaborazione con i servizi segreti, i magistrati avanzeranno accuse penali per compromettermi”

ci racconta angosciato al telefono. Mizejevski teme che i magistrati useranno la minaccia di un processo per spingerlo a una carriera da delatore.
Dawid Socha, attivista Lgbt

Un metodo per assoldare spie antico quanto il mondo. E che viene dritto dritto da un’epoca buia – e non solo per la Polonia. “Mio nonno, Józef Mizejewski, fu contattato durante la guerra dagli agenti nazisti dei servizi di sicurezza del SD (Sicherheitsdienst). Volevano che gli fornisse informazioni sui nemici di Hitler; lo arrestarono per spaventarlo. Ma lui disse di no e fu deportato prima ad Auschwitz, poi a Neuengamme”. In questi giorni di inizio primavera, Mizejewski gira per ore in bicicletta per i vicoli di Cracovia per distrarsi, per scaricare la tensione. “Ho molta paura”, confessa. Alla morsa del regime che si sta stringendo su di lui, si aggiungono le preoccupazioni per il suo futuro da giornalista. Per vent’anni Mizejewski ha lavorato per la televisione pubblica polacca. S’è licenziato, ha lasciato un posto sicuro, uno stipendio fisso per difendere la dignità del suo lavoro. “Quando ho visto che la tv pubblica, dal 2015 sotto ferreo controllo dei partiti di governo, fa solo propaganda, me ne sono andato. Per me la televisione deve parlare di politica, non fare politica”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la richiesta di un servizio da Cracovia sulla riforma del sistema giudiziario. “Volevano che mettessi solo voci entusiaste e che tralasciassi quelle critiche. Siamo tornati al comunismo: la tv deve servire solo il potere. E il mestiere del giornalista sta morendo”.

Manifestazione a Cracovia, 27 gennaio 2021

Il giudice e il suo boia

Dal 2015, subito dopo aver vinto le elezioni, “Diritto e giustizia” ha cominciato a smantellare sistematicamente lo Stato di diritto. In un primo momento ha riempito di giudici fidati e vicini al governo la Corte costituzionale. La stessa, per inciso, che ha emesso il verdetto anti-aborto dell’autunno scorso. Due anni dopo, il Consiglio Giudiziario che nomina i giudici è stato posto sotto ferreo controllo della politica. I suoi 15 membri, da allora, non sono più scelti dai giudici, ma dal Parlamento. Una seconda, grave lesione dello Stato di diritto. Successivamente, con la scusa dell’abbassamento dell’età pensionabile, il governo si è messo sotto i tacchi anche la Corte suprema. Soprattutto, ha creato due Camere di controllo collegate all’Alta Corte. La prima Camera ha poteri disciplinari: può sanzionare i giudici ed è diventata, in sostanza, l’inquisizione dei togati. L’altra Camera controlla i risultati elettorali. Finora, la Corte di Giustizia europea e la Commissione Ue sono riuscite a rallentare la deriva bocciando alcune misure, come l’abbassamento dell’età pensionabile concepita per liberarsi dei giudici scomodi in carica. E Bruxelles ha anche congelato l’attività della Camera disciplinare e si è posta a difesa di alcuni magistrati attaccati dal sistema. Ma non è abbastanza. È chiaro che Varsavia sta testando i limiti della stessa Unione europea, di Angela Merkel, Emmanuel Macron, Mario Draghi e degli altri capi di governo che continuano a voltare le spalle alla deriva autoritaria della Polonia. I gregari di Kaczynski stanno cercando di capire fin dove è possibile spingere il confine. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: processi-farsa agli attivisti anti governativi, accuse penali per violazioni minime, un regime persecutorio che odia ufficialmente il comunismo ma ne riproduce gli aspetti caratteristici e che si è scatenato a tutto campo contro oppositori, giornalisti e avversari politici. E contro quella fetta di società che non si piega alla deriva integralista del Paese. Ma anche contro i giudici e gli avvocati non allineati.

A Beata Morawiec, togata apertamente critica contro le riforme della giustizia del governo Morawiecki, è stata negata a ottobre del 2020 l’immunità, proprio dalla Camera disciplinare censurata da Bruxelles. La giudice è stata accusata dalla Procura di corruzione, di aver accettato uno smartphone in cambio di un verdetto favorevole. Morawiec si è detta “scioccata”. Sono accuse “assurde, è qualcosa che va al di là dell’immaginabile. È chiaro che qui si sta tentando di intimidire un giudice. Stai zitta o ti distruggiamo la carriera: il messaggio è questo”, ha detto all’emittente TVN24. In sua difesa è intervenuta la Commissione Ue, deferendo la Polonia alla Corte di Giustizia Ue per chiedere il suo reintegro e quello di un altro giudice inviso al regime, Igor Tuleya. Anche nel suo caso la Camera disciplinare gli aveva sospeso l’immunità e gli aveva persino decurtato lo stipendio del 25%, dopo che la Procura lo aveva accusato di aver lasciato entrare illegalmente i giornalisti durante un processo che imbarazzava il partito di governo. Sempre a ottobre del 2020, l’ex politico ultranazionalista Roman Giertych, tra gli oppositori più feroci del governo di “Diritto e Giustizia” e avvocato dell’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, è stato arrestato per presunte accuse di corruzione. Il Consiglio polacco degli avvocati si è detto “molto preoccupato” per l’arresto e un portavoce di “Diritto e Giustizia” si è sentito in dovere di assicurare che “si tratta di un caso criminale” e che non ci siano motivazioni politiche dietro le manette a Giertych. Ma sono in pochi a crederlo.

La giudice Krystyna Pawlovicz

Ormai si moltiplicano anche i casi di togati iperzelanti e ansiosi di dimostrare le loro convinzioni omofobe. All’inizio di aprile, la giudice della Corte Costituzionale Krystyna Pawlovicz, è stata costretta a cancellare un tweet in cui aveva insultato una bambina trans di una scuola di Pordkowa Lesna, nei pressi di Varsavia. La giudice si è scagliata contro la scuola, che rispetta l’identità che la bambina sente sua, e ha pubblicato sui social media il suo nome da maschio e il nome del preside, oltre che l’indirizzo della scuola. La togata, nominata alla Corte costituzionale nel 2019, è un ex parlamentare di “Diritto e Giustizia”. Da Bruxelles, Irene Donadio si dice “profondamente angosciata” dagli sviluppi in Polonia, “che sta scivolando sempre più verso l’Inquisizione e il feudalesimo”. E ci anticipa che la sua organizzazione, l’International Planned Parenthood Federation European Network (Ippf-En) sta per inviare insieme a Amnesty International, Human Rights Watch, lo Sciopero delle donne polacco, Civitas e altre importanti Ong un appello urgente ai governi europei, in particolare in vista del prossimo Consiglio degli Affari generali del prossimo 20 aprile, perché “avanzino con la procedura dell’articolo 7”, minacciata dalla Ue da anni contro la sistematica violazione dello Stato di diritto in Polonia.

Quella che a Bruxelles viene definita “l’opzione nucleare” è stata formalmente avviata a dicembre del 2017. Se portata fino in fondo, priverebbe la Polonia del diritto di voto. Ma Varsavia ha alleati nel Consiglio Ue, a partire dall’Ungheria di Viktor Orban, ed è difficile immaginare che riesca a raggiungere un voto unanime. Nondimeno, sarebbe importante agire e mandare un segnale inequivocabile al governo Morawiecki. Donadio si dice “molto preoccupata per la mancanza di azione del Consiglio europeo, che sta sostanzialmente incoraggiando il governo polacco a proseguire nelle sue politiche che ledono gravemente lo Stato di diritto e i diritti fondamentali delle persone”. L’annullamento dell’indipendenza dei giudici, l’asservimento del sistema giudiziario alla politica “significa, in termini reali, che i cittadini polacchi non possono più contare su una giustizia indipendente quando i loro diritti, anche quelli protetti dalle leggi europee, sono violati. Bisogna agire ora”.

Corteo contro le restrizioni alla legge sull’aborto. Cracovia, 13 dicembre 2020

Il bavaglio al giornalismo

Come insegna la storia, un’autocrazia non sarebbe tale senza il ferreo controllo dell’informazione. E nel 2015 il partito di Kaczynski, appena conquistato il potere, ha dato l’assalto alla tv e alla radio pubblica. Già nel primo anno di governo, “Diritto e Giustizia” ha varato una riforma dei media che dà ai ministri il potere di licenziare ed assumere i direttori delle emittenti pubbliche. Con l’avvio della lottizzazione e del controllo totale della Tv e radio pubblica, il governo Morawiecki si è garantito un fondamentale strumento di creazione del consenso, anche nelle sue crociate oltranziste. Ma non si è fermato qui. A dicembre del 2020, ha completato l’opera. Attraverso l’azienda energetica Orlen, in mano pubblica, si è assicurata il controllo di 20 giornali regionali, 120 settimanali e centinaia di portali di informazione online

L’altro giorno un servizio della tv pubblica raccontava che a Bruxelles c’è un mercato dove le coppie gay si vanno a comprare i bambini”

racconta Milosz Hodun, politologo del think tank liberale “Projekt:Polska”. Abbiamo appuntamento con lui in una casetta in legno scuro immersa in un parco del centro di Varsavia. È una ex colonia finlandese costruita in tutta fretta sulle macerie del 1945 per ovviare alla carenza abitativa, sopravvissuta persino alle ruspe dell’architettura socialista. Nel suo ufficio, scaldato da una piccola stufa, Hodun, di fronte a un caffè, dice: “Senza il controllo assoluto dei media, ‘Diritto e Giustizia’ non avrebbe rivinto le elezioni. Lei deve sapere che il 30% delle persone in questo Paese, soprattutto nelle campagne, ha solo accesso alla tv gratuita, che è quella pubblica. E che 24 ore su 24 trasmette propaganda filogovernativa. A partire da servizi che edulcorano la crisi da coronavirus e nascondo che la gestione della pandemia è una vera catastrofe”. Di più: “Ci sono fiumi di denaro pubblico che vanno ai media di ultra destra. Ed è da lì, peraltro, che provengono gli attuali principali quattro commentatori della tv di Stato”.  Tra i mezzi di informazione dalle casse piene quelli di Tadeusz Rydzyk, proprietario della più famosa radio polacca di propaganda ultracattolica, Radio Maria. “Ma Rydzyk ha anche una tv, un giornale e un’università privata. Il governo lo ricopre d’oro”.
L’annuncio, il voto, poi la ratifica della legge che vieta l’aborto in Polonia. Ad ogni passo una protesta di piazza sempre più sentita dalle donne ma non solo. Fino all’8 marzo 2021, che ha visto uniti il movimento delle donne con quello Lgbt+

Quando “Diritto e Giustizia” ha completato l’opera, l’inverno scorso, comprandosi attraverso Orlen un’enorme rete di media locali, in parte da un editore tedesco, lo ha fatto ufficialmente per proteggerli da presunte conquiste straniere. “I media devono essere polacchi” ha tuonato Kaczynski. Nella classifica sulla libertà di stampa di “Reporter senza frontiere” la Polonia è precipitata dalla 18. posizione che deteneva appena sei anni fa, prima dell’arrivo al potere del governo Morawiecki, alla 62esima. Sono pochissimi ormai i media indipendenti. Come il glorioso quotidiano “Gazeta Wyborcza”. Ma anche per loro sopravvivere diventa sempre più difficile. L’ultima randellata del governo contro i media indipendenti è stata la minaccia di una tassa sugli introiti pubblicitari. Senza contare che, come gli attivisti, sono bombardati di querele: il quotidiano di Adam Mishnik ne conta oltre 60. Come ha osservato lo storico Timothy Garton Ash sul “Guardian”, la Polonia si ispira a una vecchia specialità ungherese. Quella del salame. Sta eliminando le libertà “fetta dopo fetta”. E ha già individuato la prossima: l’università. Il ministro della Scienza, Przemyslaw Czarnek, ha minacciato che taglierà i fondi agli atenei critici con il governo. Tra i suoi obiettivi dichiarati c’è quello di “creare almeno un’università pro-polacca”. Anche qui, chi non si adeguerà, pagherà un prezzo.

La protesta nel centro di Cracovia, 23 ottobre 2020
La notte della Polonia

di Timothy Garton Ash

La democrazia muore nelle tenebre. La Polonia, una delle democrazie più fragili dell’Ue affronta lo spettro della tenebra che cala nel momento in cui i media del servizio pubblico si trasformano in organi di propaganda per il partito di governo e i media indipendenti vengono soffocati. Va a finire che gli insuccessi e gli abusi di chi è al potere non vengono messi in luce perché non ci sono più fiaccole a illuminarli. L’Ungheria – che non è più una democrazia – è quasi arrivata al crepuscolo con l’estinzione dell’ultima grande radio indipendente del Paese. La Polonia è ancora lontana dalla notte, ma il rischio è concreto. Nell’indice della libertà di informazione nel mondo World Press Freedom index, il Paese è sceso dal diciottesimo posto in cui si trovava nel 2015, davanti a Gran Bretagna e Francia, al sessantaduesimo nel 2020. L’Ungheria è all’ottantanovesimo.

Stando ai notiziari della tv di Stato polacca delle ultime due settimane non si direbbe mai che la situazione Covid nel Paese sia tanto drammatica. Nella classifica di resilienza al Covid di Bloomberg la Polonia è scesa al cinquantesimo posto tra le maggiori 53 economie mondiali, seguita solo da Brasile, Repubblica Ceca e Messico. Ma le news ufficiali, dopo un breve accenno agli ultimi dati Covid, passano a lunghi servizi sull’accelerazione impressa dal governo alla campagna vaccinale con l’aiuto delle forze armate e sulla pessima performance sanitaria resa dall’opposizione quando era al potere. Altri servizi evidenziano gli ottimi rapporti tra Polonia e Usa nell’ambito della difesa, i sostegni del governo a ferrovie e amministrazioni locali, le persecuzioni contro i cristiani nel mondo e la scoperta di una fossa comune con vittime dell’occupazione tedesca.

Solo passando sul canale indipendente Tvn24 si vedono le immagini delle lunghe file di ambulanze in attesa davanti agli ospedali perché mancano i letti di terapia intensiva e si ascoltano le testimonianze dei medici sulla drammatica situazione reale della sanità pubblica. Tvn24 non vanta l’imparzialità della Bbc, ma fa giornalismo serio e racconta un’altra versione della storia. Si ha esperienza di queste “due realtà” anche passando dalla radio pubblica a quella privata o dalla stampa filogovernativa a quella indipendente o di opposizione.

L’iperpolarizzazione della sfera pubblica è già un male in sé, come dimostrano gli Usa, ma ora il partito al governo in Polonia, Diritto e Giustizia, ha lanciato un attacco sistematico ai media indipendenti. I metodi sono presi dal manuale di Viktor Orbán. Sottrarre ai media indipendenti gli inserzionisti del settore pubblico e bloccare i contributi statali. Usare contro di loro ogni genere di cavillo legale. Veicolare miliardi di fondi pubblici a tv e radio statali. È stata proposta una tassa “pandemica” sugli introiti pubblicitari. È in vista una legge finalizzata alla “ripolonizzazione” dei media, che ha come bersaglio i proprietari stranieri dei maggiori organi di informazione indipendenti. La compagnia petrolifera statale Orlen, guidata da un fedelissimo di Diritto e Giustizia, acquista sia Ruch, il maggior distributore di giornali e proprietario di edicole, che Polska Press, la massima rete di testate regionali. La stampa più critica è bombardata di querele. Gazeta Wyborcza ne conta più di 60, una da parte del ministro della giustizia in persona. E, come è stato più volte stabilito dagli organi giuridici europei, l’indipendenza dei tribunali polacchi è ormai minata al punto che non si può più fare affidamento su processi equi. È la vecchia specialità ungherese, la tecnica del salame. Fare a fette l’opposizione diventa man mano sempre più facile.

Media polacchi e società civile resistono, ma hanno bisogno, parafrasando i Beatles, di un piccolo aiuto dai loro amici. Gli Usa possono molto. Il governo di Diritto e Giustizia e il presidente Duda tengono particolarmente alla loro relazione speciale con Washington, ma erano grandi sostenitori di Donald Trump, che in cambio ha dato appoggio elettorale a Duda l’estate scorsa. L’amministrazione di Joe Biden non deve loro alcun favore e nella sua agenda la democrazia e i diritti umani hanno grande peso. Oltre a tutelare Tvn, proprietà della società americana Discovery, Washington ora dovrebbe puntare sui media indipendenti come fronte di difesa della democrazia in Polonia.

La Gran Bretagna oggi a Varsavia conta meno che in passato, per via della Brexit, ma assieme ad altre democrazie liberali, come Canada e Australia, può contribuire ad accendere i riflettori su questo tema. La Germania ha un ruolo primario, ed è un gruppo svizzero-tedesco, Ringier Axel Springer, a possedere una delle più importanti piattaforme online della Polonia, Onet.pl, il tabloid Fakt e un importante settimanale, Newsweek Polska. Il governo polacco tenta di intimidire Berlino rinvangando in continuazione il passato nazista, ma la vera lezione da trarne non è che la Germania deve tacere sulla questione della democrazia ma piuttosto che, proprio per il suo orribile passato, la Germania deve essere la prima a ergersi a paladina della libertà e dei diritti umani in Polonia.

Il ruolo dell’Ue è il più importante. Una delle scoperte più deprimenti degli ultimi anni è che l’Ue che parla tanto di democrazia è tristemente inefficace quando si tratta di difenderla, la democrazia, all’interno dei suoi Stati membri. Ora si prepara a erogare altri miliardi di euro a questi stati, sia come quota del Recovery fund (circa 60 alla Polonia entro la fine del 2023) che del bilancio settennale (più di 100 alla Polonia). Queste enormi somme andranno direttamente ai governi populisti nazionalisti di Varsavia e Budapest, vincolate a condizioni minime. L’Ue dovrebbe almeno mettere in chiaro che in base alle regole del mercato unico non è permesso discriminare i proprietari stranieri dei media. Farebbe bene a distribuire una fetta significativa dei nuovi fondiattraverso le amministrazioni locali, come suggerito dai sindaci di Varsavia e Budapest. E dovrebbe creare un consistente fondo Ue per la difesa della libertà di informazione in tutto il continente.

La settimana scorsa i vertici del partito Diritto e giustizia hanno avviato colloqui con Viktor Orbán e Matteo Salvini per dar vita a un nuovo gruppo politico populista nazionalista all’Ue. Qui non è a rischio solo la democrazia in Polonia, ma la democrazia in Europa nel complesso.

(Traduzione di Emilia Benghi)

Sorgente: Il cuore nero della Polonia | Rep

Spread the love
  •  
  •  
  •   
  •   
  •   
  •  
  •