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23 May 2024
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Giorgia l’aveva annunciato ai primi di marzo, seduta nel comodo salotto televisivo dell’amico Del Debbio, uno dei pochissimi che frequenta, insieme a quello di Vespa, dove il format concordato non prevede domande ma solo prebende: “Ho l’elmetto in testa, pure di notte…”. Arianna l’aveva chiarito venti giorni dopo, nella trincea dei congressi romani del glorioso partito con la Fiamma tricolore che arde sempre nel simbolo: “E’ ovvio che io sono un soldato…”. E così le due Meloni, nello stesso giorno ma in due luoghi diversi, danno fuoco alle polveri di una campagna elettorale fiera e feroce.

Le Sorelle d’Italia sono il simbolo di una destra familista, sciovinista e post-fascista che combatte e non fa prigionieri. Domani si vota in Basilicata, tra sette settimane si vota in Europa: non c’è più spazio per i mimetismi identitari e gli equilibrismi tattici. Possono reggere ancora a Bruxelles, dove la premier continua a buttarla in caciara sull’amica Von der Leyen e in “filosofia” sull’alieno Mario Draghi, in attesa di capire dall’urna quale Europa le converrà cavalcare. In Italia serve altro: c’è da risvegliare il “cuore nero” del Paese sopito da un anno e mezzo di fiacco logorio governista, cresciuto tra le truffe di Santanchè e le pistolettate di Pozzolo, i ruggiti isterici di La Russa e i riti alcolici di Lollobrigida. C’è da chiamare alle armi il popolo della Nazione e della Tradizione, che in Europa aspettava la grande svolta sovranista ma in Italia, per ora, si deve accontentare di più manette per i migranti e più manganelli per i manifestanti, più bavagli per i giornalisti e più querele per gli intellettuali, più test psicometrici per i magistrati e più 5 in condotta per gli studenti. Un po’ di sano Law and Order all’amatriciana, al quale adesso si aggiunge anche un po’ di Dio, Patria e Famiglia alla marinara. Dunque, ricorsi governativi contro le leggi sul suicidio assistito, che qualche regione ha meritoriamente varato, obbedendo alle sentenze sostitutive della Consulta e rimediando all’inerzia criminale del Parlamento. E soprattutto attacchi subdoli alla legge 194 sul diritto all’aborto, che la Francia di Macron inserisce nella Costituzione e l’Italia di Meloni vuole espungere dall’ordinamento, con una modifica al decreto sul Pnrr di cui è tanto grottesca l’estraneità tematica (e quindi la strumentalità politica) che deve denunciarla persino la portavoce della Commissione Ue. Ma questa è la cambiale in bianco firmata da Fratelli d’Italia alle associazioni pro-vita, prima delle elezioni del 25 settembre 2022: ora la premier vuole saldarla, alla vigilia delle europee. Peccato che proprio lei – da donna che esige di essere chiamata “il” Presidente – fa pagare quel prezzo a tutte le donne, che già vivono sul proprio corpo il dramma e il dolore dell’interruzione di gravidanza, in un Paese scellerato con pochi consultori e troppi medici obiettori, e dove la pillola abortiva Ru 486 si trova solo in tre regioni.

 

 

 

E lo fa con un emendamento inutile e dannoso, che ribadisce quanto è già scritto nella legge, ma che serve solo a dare spazio e voce ai pasdaran ultracattolici pilloniani, secondo i quali l’unico modo per aiutare le ragazze che vogliono abortire è mostrargli le ecografie o fargli ascoltare il battito del cuoricino dei feti.

Barbarie impietose e incivili. Truci derive da Stato Etico piccolo piccolo, ossessionato dalle “correzioni” e indaffarato a perseguire presunte “intemperanze sociali” e “devianze morali”. Forse – insieme allo strapaese toscanello di Chiara Francini su Raiuno, a Povia e Hoara Borselli a Sanremo e ai “pranzi di cortesia” con Pino Insegno – sta davvero tutta qui, in questa paccottiglia ideologica, la “contro-egemonia culturale” della destra di lotta e di governo.

Purtroppo c’è molto di peggio. Al di là di queste ferraglie arrugginite e pre-moderne – che pure ci espongono a infinite figuracce sulle prime pagine del Pais o Le Figarò – il nuovo potere rischia di incidere davvero, e in modo irreparabile, sui meccanismi di funzionamento delle istituzioni e sulle regole del gioco democratico. La Trimurti dei Patrioti al comando, a Potenza, ha tirato la volata al governatore uscente Vito Bardi e invocato il consenso dei cittadini della Basilicata.

Con che faccia Meloni, Salvini e Tajani chiedono un voto al Sud? Proprio loro, volontari carnefici dell’unità nazionale e artefici di una legge sulla cosiddetta Autonomia Differenziata che spaccherà in due l’Italia e condannerà per sempre il Mezzogiorno alla povertà e al sottosviluppo? Si parla poco di questo “patto scellerato” tra la destra meloniana e la Lega salviniana, che puntano a scambiare il presidenzialismo (caro alla premier) e il secessionismo (caro al vicepremier). Ma è miscela davvero esplosiva. Lo denuncia Gianni Cuperlo, alla Camera, con un intervento di spessore “storico” in cui sottolinea i “guasti di una controriforma che mina alle radici l’equità e la giustizia sociale”. Lo dice Nino Cartabellotta, presidente di un organismo super partes come la Fondazione Gimbe, che in audizione boccia la legge perché, per la materia della salute, “non solo porterà al collasso la sanità nel Mezzogiorno, ma darà anche il colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale, causando un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti”.

Lo spiega Francesco Pallante, costituzionalista dell’Università di Torino, nel suo saggio “Spezzare l’Italia” (Einaudi), in cui tratteggia uno scenario da incubo, a pseudo-riforma approvata. Con l’Autonomia Differenziata le regioni più ricche del Paese, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, mettono fine all’unità d’Italia. Sanità, istruzione, musei, lavoro, sostegno alle imprese, trasporti, strade e autostrade, ferrovie, porti e aeroporti, ambiente, laghi e fiumi, rifiuti, edilizia, energia: tutto passa integralmente alla competenza degli enti locali. Lo Stato si ritrova privo delle leve essenziali per realizzare politiche sociali, culturali, ambientali, economiche. L’Amministrazione pubblica è disarticolata a causa della variabilità delle competenze. I cosiddetti “Lep”, cioè i Livelli Essenziali di Prestazione che dovrebbero garantire diritti civili e sociali uniformi su tutto il territorio nazionale, sono ancora nella mente di dio, comunque rimandati e demandati a una successiva serie di decreti legislativi. La solidarietà nazionale va in frantumi. Dobbiamo chiederci: “Com’è possibile che una rivendicazione di parte, vocata al culto delle piccole patrie, venata da pulsioni razziste, segnata da egoismi territoriali, alimentata da avidità economiche, sia divenuta una questione nazionale, capace di mettere in scacco la tenuta del Paese?”. È un enorme tema politico, sul quale le opposizioni, in Parlamento e in piazza, dovrebbero mobilitarsi. Interroga prima di tutto la Sorelle d’Italia, che va a bussare alle case dei lucani e che ha sempre fatto dell’idea di “Nazione” la sua stella polare, mentre ora è pronta a sacrificarla in cambio dell’elezione diretta del premier. Interpella anche i famosi “moderati”, non solo i centrini calendiani o renziani, boniniani o cuffariani, ma anche il partito azzurro che fu del Cavaliere. Bastano i tiepidi altolà di Tajani, a fermare la macchina in corsa del direttorio delle macroregioni del Nord, saldamente in mano ai capibastone del Carroccio?

 

Visto che siamo alla vigilia del 25 aprile, tornano in mente le recriminazioni postume dei miti “liberali”, al tempo della famigerata legge Acerbo imposta alle Camere, il Porcellum dell’epoca che, con uno smisurato premio di maggioranza, assicurò al Duce i due terzi dei seggi. Dopo aver trattato con i fascisti, per modificarne giusto qualche articolo, i popolari alla fine la votarono, nel 1923. Due anni dopo, a Montecitorio, Gaetano Mosca pronunciò in aula il suo dolente mea culpa: “Noi oggi assistiamo, diciamolo pure sinceramente, alle esequie di una forma di governo, quella parlamentare, e io non avrei mai creduto di dover essere l’unico a farne l’elogio funebre…”. Era troppo tardi: Mussolini era già diventato il dittatore d’Italia, e lo sarebbe stato per i successivi vent’anni. Un secolo dopo, quanti altri Gaetano Mosca ci sono, in questo Parlamento?

di Massimo Giannini

Sorgente: La Stato etico dell’ultradestra – la Repubblica

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