«Coltivazione, se è per uso personale non deve mai essere reato» | il manifesto

«Coltivazione, se è per uso personale non deve mai essere reato» | il manifesto

28 Aprile 2021 0 Di Luna Rossa

Intervista. Parlano gli avvocati di Walter De Benedetto: Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti. «E’ un passo avanti rispetto alle decisioni delle Sezioni unite della Cassazione»

Eleonora Martini

Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti, gli avvocati che hanno difeso Walter De Benedetto – e lo hanno fatto talmente bene da far cambiare idea alla stessa pm Laura Taddei che aveva chiesto, per l’uomo reso invalido dall’artrite reumatoide, l’incriminazione per coltivazione di sostanza stupefacente in concorso – sono «da anni specializzati nella tutela di chi resta coinvolto in un procedimento per reati in tema di stupefacenti», come scrivono sulla loro pagina web www.tutelalegalestupefacenti.it. La loro è una vittoria che fa ben sperare tanti, malati e non solo.

Come avete fatto a far cambiare idea alla procura che inizialmente non aveva accolto la richiesta di archiviazione?

Quando noi avanzammo la richiesta per evitare il processo ad un uomo già molto sofferente, Walter naturalmente non aveva pronte tutte le certificazioni che servivano per istruire accuratamente l’iter. Ma non appena i suoi medici hanno prodotto tutti i documenti necessari che comprovavano il suo stato di salute e le sue necessità terapeutiche, il processo ha cambiato segno. Cinque giorni fa, poi, abbiamo depositato in procura e presso l’ufficio del giudice una memoria per ricostruire tutta la vicenda. Devono essere stati questi nuovi documenti a far cambiare idea alla pm.

Qual è stata la vostra linea difensiva?

La nostra linea difensiva è stata al contempo semplice ma complessa a livello giuridico. Chiedere la non rilevanza penale di una coltivazione che ha come unico scopo quello di lenire le sofferenze di un malato può essere un’argomentazione semplice da condividere. In realtà la legislazione sul punto non è stata mai chiara: dopo un dibattito giurisprudenziale cominciato all’epoca del referendum del 1993, solo nell’aprile 2020 le Sezioni unite della Cassazione per la prima volta hanno riconosciuto la non rilevanza penale di una piccola coltivazione domestica. Però quella di Walter non era una piccola coltivazione: si trattava di 15 piante e circa 800 grammi di infiorescenze di marijuana, frutto di una precedente coltivazione.

La sentenza di un anno fa parlava di coltivazioni domestiche di «minime dimensioni»: uno «scarso numero di piante» coltivate con «tecniche rudimentali» e con un «modestissimo quantitativo» di Thc, tali da comprovare l’esclusivo «uso personale», seppur a scopo ricreativo, del coltivatore.

Esatto, in questo caso invece non parliamo di uso ricreativo ma neppure di «minime dimensioni». Chi deve coltivare per curarsi non può fermarsi a una o due piante, ma deve mettere a dimora una coltivazione che soddisfi le proprie esigenze terapeutiche. Ciò che abbiamo cercato di far capire al giudice è che ogni caso è diverso. Walter non è un paziente che necessita di un solo grammo al giorno; a lui ne occorrono due o tre volte tanto. Perciò la quantità sequestrata è giustificata dall’uso personale che ne fa il paziente. Ora dobbiamo attendere le motivazioni della sentenza, ma sicuramente il giudice ha accolto la nostra linea difensiva, altrimenti non saremmo qui a festeggiare.

Un passo avanti nella giurisprudenza?

Un’evoluzione della decisione delle Sezioni unite. Speriamo che finalmente la giurisprudenza capisca e si sforzi di valutare ogni volta caso per caso, senza costruire delle massime che mal calzano ai singoli casi concreti.

Il quantitativo che è stato sequestrato verrà restituito a Walter?

No, gli è stato sequestrato quasi due anni fa e in ogni caso sarebbe inutilizzabile, oggi.

Perché avete chiesto il rito abbreviato?

Perché non dovevamo chiamare testimoni o utilizzare altri mezzi istruttori: le carte e Walter parlano chiaro. A certificare che Walter è una persona disabile non serve certo una perizia medica. Avevamo certificati che comprovano la sua necessità di consumare sostanza stupefacente. Quindi il processo era già istruito. Inoltre, i lunghi tempi di attesa di un rito ordinario avrebbero influito negativamente sulla salute di Walter. In questo modo per altro la pena che rischiava – la pena edittale per la coltivazione di stupefacenti è tra i due e i sei anni di carcere – si sarebbe eventualmente ridotta di un terzo.

Cosa cambia ora dal punto di vista giurisprudenziale?

Cambia l’approccio a uno degli indici enucleati dalla Corte di Cassazione nella sentenza del 10 dicembre 2019. Infatti in quella occasione la Cassazione ha dato pari valore al «conclamato uso personale» e all’entità della coltivazione. Ma nel caso di Walter l’inversione è chiara: c’è una coltivazione di “grande” entità, rispetto ai normali standard di coltivazione domestica, ma c’è un conclamato uso terapeutico. Allora noi crediamo e speriamo che questo possa essere il primo processo, dopo quei pronunciamenti della Cassazione, nel quale si rimette di nuovo invece in primo piano il protagonismo del «conclamato uso personale e terapeutico». Ossia, noi vorremmo che si arrivasse ad avere il coraggio di dire che se la coltivazione è per uso esclusivamente personale – che sia ludico o terapeutico – indipendentemente dalla quantità, non deve essere reato. Come d’altronde già accade per la detenzione.

Sorgente: «Coltivazione, se è per uso personale non deve mai essere reato» | il manifesto

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