Il delitto dei trent’anni | Rep

Il delitto dei trent’anni | Rep

11 Febbraio 2021 0 Di Luna Rossa

Una storia nera in tre atti nella notte di Torino

di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), Gabriele Romagnoli (testo), coordinamento multimediale di Laura Pertici, immagini e video Gedi Visual

Questa storia comincia trent’anni fa, il 14 febbraio 1991, ovviamente San Valentino. Racconta una scia di sangue che cola per tutto questo tempo. Ha come protagonisti ragazzi che volevano diventare donne e altri divenuti assassini. Non sarebbe completa senza due sfondi: la città di Torino e la notte. Si affida a una giustizia dalla flessibile aritmetica. Nasconde segreti in un libretto rosso, soldi in cantina e verità tra la macchia di un orrido. Questa storia è anche una parte della mia vita, un’ossessione che ne ha accompagnato la metà esatta, inseguendo il miraggio di un senso che, come spesso accade, se esiste è nella chiusura di un cerchio, all’interno del quale riposano, con limitata pace, le vicende private e quelle pubbliche. Parla di transessuali, di balordi, di piccoli grandi malfattori. Eppure parla di me e, ma questa è una convinzione personale, di tutti noi. In tre atti.

Lungo i Murazzi, l’argine cittadino del Po, Torino

Il delitto numero Uno (1991)

La notte di San Valentino del 1991 due ragazzi (Corrado, 24 anni e Paolo, 26) non hanno fidanzate con cui festeggiare e la passano insieme. Appartengono a quella che una convenzione discutibile chiama la “Torino bene”: uno è figlio di un militare, l’altro di un dirigente d’azienda. Cercano diversivi alla noia. Corrado ha una pistola, una Luger 22 importata illegalmente (e qualche simpatia per il nazismo). Vanno a sparare in un bosco appena fuori città. Al rientro, si aggirano tra viali e controviali in quella piscina del sesso in cui, con l’oscurità, si trasformano i quartieri dalla residenziale Crocetta fino alla stazione di Porta Susa. Dopo vari passaggi caricano sulla loro auto un transessuale: Antonio Andriani, trent’anni di lì a 10 giorni, che si fa chiamare Asha (ma scriveranno a lungo Ascia). È nato a Molfetta, da famiglia numerosa: ha cinque sorelle e quattro fratelli, di cui uno gemello. A Torino è salito per la prima volta un’estate, in vacanza, insieme con il fratello Cosimo. Erano venuti a trovare la sorella Agnese, emigrata. Quando sono tornati al nord l’hanno fatto per restare e per guadagnare. Hanno preso in affitto una mansarda a Porta Palazzo, insieme con un amico. Tutt’e tre si prostituivano. Non so che cosa rispondessero i genitori a chi chiedeva loro dei due ragazzi partiti per il Nord: forse che stavano facendo fortuna. In fondo erano gli Anni Ottanta: per tutti sembrava facile arricchirsi, anche se, per una inattesa severità della storia, pochi di quelli che l’hanno fatto sono ancora in circolazione. Allora bastava, in qualunque modo, trasformarsi e vendersi.

I due fratelli Antonio e Cosimo Andriani, conosciuti come Asha (a sinistra) e Valentina (a destra)

Con i soldi, i fratelli Andriani si trasformano in donne. Più donne diventano e più soldi fanno. Asha (ex Antonio) e Valentina (ex Cosimo) si offrono a pochi metri di distanza, sempre tenendosi d’occhio. Diventano tra le più ricercate e le più sfacciate. La prima subisce richiami dalla buoncostume perché d’estate si presenta in calzamaglia traforata, d’inverno in pelliccia (sintetica), reggiseno e slip, per lo più rossi. È svestita così mentre sale sulla Renault 5 blu occupata dai due giovani. Valentina la guarda andar via, ma non la vedrà tornare. Il suo cadavere viene ritrovato a breve distanza, all’una, in una strada poco battuta. La Renault 5 diventa un falò in una vicina piazza. Il proprietario denuncia il furto e cerca di far credere che i ladri l’abbiano bruciata. Crolla alle 10 del mattino. Nella confessione lui, Corrado, era al volante, Asha a fianco. Paolo, dietro, ha sparato.

Manca il movente: litigio sul pagamento, sulla prestazione? Reazione alla scoperta della natura di Asha? Gioco erotico finito male? Violenza fine a se stessa, alimentata da un’eccitazione artificiale? Corrado patteggia e se la cava con un anno per simulazione di reato e detenzione illegale di arma. Paolo, in primo grado, è condannato per omicidio colposo ma a soli sei anni, anche lui grazie al rito abbreviato e all’assenza della parte civile, risarcita con 100 milioni (che si dividono i genitori e i tanti fratelli della vittima). In appello il reato verrà declassato a omicidio colposo, la difesa sosterrà che Paolo aveva trovato la pistola dell’amico sul sedile e maneggiandola aveva fatto involontariamente partire il colpo. Uscirà di prigione il 9 maggio del 1992, appena quindici mesi dopo il delitto.


All’epoca in Italia governa Andreotti, sostenuto da un pentapartito. A Torino la stessa formula ha nominato sindaco Valerio Zanone, del fu partito liberale. Sembra di evocare fantasmi. Proprio allora una piccola casa editrice torinese, appena fondata e non più operante, chiamata Pluriverso, chiede a me e ad altri tre scrittori giovani di partecipare a un’antologia intitolata Gente di Torino, con racconti ambientati nella città dove si viveva. Ci ero arrivato tre anni prima. Lavoravo alla Stampa, come redattore alle cronache nazionali. Facendo le funzioni del caposervizio, andavo talvolta alle riunioni. Di tutte le storie che avevo ascoltato provenire dalla cronaca cittadina, quella di Asha mi era rimasta impressa più delle altre. Di notte scrivevo racconti trasformando le vicende “battute” dalle agenzie. Lo facevo nei bar che chiudevano all’alba, dopo averli pensati in lunghi giri in auto senza meta. Conoscevo le strade e la notte. Torino era una città diversa dall’attuale. Chi è andato ai Murazzi del Po in questo millennio, prima del Covid, ha trovato quella che chiamano movida, una sequenza di locali frequentati da giovani di ogni provenienza e strato sociale. Al tempo ce n’erano soltanto due: Giancarlo, che offriva intrattenimento di nicchia e alto livello e, dall’altra parte dell’arcata, una specie di tram, con sedili e sostegni, infilato sotto la strada, nei cui spazi liberi si allacciavano nelle danze donne e uomini di ogni età, questi ultimi prevalentemente africani.

La notizia della morte di Asha. 18 febbraio 1991

Quanto a me, cercavo, per ogni storia di cronaca, un punto di vista diverso e un finale alternativo. Decisi di raccontare la tragedia di Asha con la voce di Valentina. Di seguire il percorso straordinario di due che erano ragazzini negli Anni Sessanta, giocando a pallone in un cortile pugliese e vent’anni dopo sono ancora insieme, ma sui marciapiedi del capoluogo piemontese. Come era stata possibile quella trasformazione? Immaginai che per uno fosse naturale e per l’altro una scelta calcolata. La vocazione e il guadagno. Il mondo dei transessuali non era un pianeta lontano. Abitava dietro la porta accanto, nella mansarda dove vivevo, nel quartiere di San Salvario. A volte la notte rincasavamo insieme, io da solo e lei, la vicina, nome d’arte Patty, accompagnata da un cliente che teneva il capo chino per non farsi riconoscere.

Con il racconto vennero pubblicati gli scatti di un giovane fotografo torinese, Paolo Verzone, che avrebbe vinto 3 volte il World Press Photo. Fece una serie di ritratti pieni di rispetto a una veterana della scena, che aspirava a trasformarsi in una Marilyn Monroe subalpina, ma era nota come “Monica Vitti”. Poi c’era Giada, che telefonò in redazione dicendo che aveva “uno scoop”. La mandarono alle cronache nazionali, dove mi raccontò che era arrivata in finale a Miss Italia, ma ora voleva svelare di essere un uomo: impossibile a credersi. Furono, Patty, Monica e Giada, lo spunto per dare voce a Valentina, nel racconto chiamata Fanny. Le attribuivo questi pensieri: “Lei cantante e suo fratello calciatore, sarebbe stato bello così, giusto così. Ma di cose belle e giuste ne erano successe ben poche in quei quindici anni spesi per arrivare a Torino, da quel campetto di paese a questo viale nella grande città. In compenso, tante da dimenticare, che invece affiorano in una notte come questa: lo sguardo di suo padre quando venne a trovarli per la prima e ultima volta; le mani, il fiato, i denti dei due uomini scuri che l’aggredirono sulle scale una notte dell’estate precedente; la paura dell’Aids dopo la morte di Giusi, il femminiello che sparava raffiche di barzellette oscene. Ma non dimentica nulla Fanny ed è per questo che il suo aspetto invecchia e il tempo le viene incontro alla velocità di un’auto contromano e fuori controllo”.

L’appartamento in cui vivevano Asha e Valentina a Porta Palazzo, Torino

Come nella realtà: “Al funerale, Fanny sapeva che i genitori sarebbero venuti. Suo padre glielo aveva detto al telefono. Non aveva aggiunto altro. Li ha visti entrare all’istituto di medicina legale: sua madre appesa al braccio di lui, fazzoletto nero sulla testa, occhiali scuri da poco prezzo sul viso. Cerimonia per pochi intimi, due giornalisti in cerca di colore, quattro colleghe del marciapiede tra cui Lola la pasionaria, che s’infuria e grida:

L’hanno uccisa a sangue freddo, roba da ergastolo, ma invece se la caveranno a buon mercato, lo so, lo sappiamo tutti”.

Il racconto termina all’anniversario del delitto: Fanny batte ancora, sale sull’auto sportiva di un ragazzo che le ricorda l’assassino di Asha, lo vede gracile, ma sa che un mondo intero lo protegge; ha la tentazione di strangolarlo con le sue grandi mani, ma non lo fa perché “non cambierebbe niente nel mondo, non salverebbe nessuno al mondo e perché dalla radio esce una musica ruffiana”. È una canzone di Nick Cave, colonna sonora di un film di Wim Wenders (Fino alla fine del mondo) uscito in quell’anno. Si intitola I’ll love you till the end of the world. Il testo: “E’ un miracolo che sia uscito vivo. La città è piena di uomini con grandi bocche e senza palle. Non so se mi capisci. Aiutami ragazza, ti amerò fino alla fine del mondo”. Grazie, ragazza, ti amerò fino alla fine del mondo, è il titolo, volutamente eccessivo, del racconto.


Quando uscì, pensai fosse giusto farlo avere a Valentina. Aspettai notte fonda, quando avesse avuto meno lavoro. Parcheggiai e mi avviai a piedi, per far capire che non ero un cliente. L’avevo già vista al processo, dove non aveva perso un’udienza: era alta, imponente, anche al netto dei tacchi. Le fotografie pubblicate sui giornali avevano aumentato la sua fama e il giro d’affari. Le allungai il volumetto con imbarazzo: non immaginavo come avrebbe reagito. Le dissi che parlava di lei e di Asha, di come mi ero immaginato fosse andata. Lo prese con evidente perplessità. Non leggeva molti libri, disse. “Riviste sì”. Alle tre del mattino non c’era traffico: venivano soltanto gli abituali e i più erano già passati. Continuava a sfogliare. Notò che avevo cambiato nomi e luogo di provenienza, ma disse che ormai per i suoi il danno era stato fatto e mal ripagato. Al tempo la scena della prostituzione stava cambiando: tra le donne spopolavano le nigeriane, i trans non venivano più soltanto dal meridione d’Italia, c’erano le sudamericane e presto si sarebbero prese il mercato. Le chiesi se non avesse paura, dopo quel che era successo. Rise, in maniera forzata. La risposta vera era: sì. Se avesse letto il racconto, avrebbe trovato quella del suo alter ego:

Sono gli altri ad aver paura: delle cose che pensano e non dicono, di quello che non stanno facendo, ma sognando”.

Non so come fosse prima di quella notte del ’91. Di certo, diciotto mesi dopo aveva acquisito uno strato di durezza, una separazione dal mondo come possibilità e una resa all’inevitabile. Aveva fretta: di fare soldi, di fare cose, di terminare la propria trasformazione. Rivelava un rapporto ambiguo con la sua clientela, un misto di affetto e disprezzo. La stessa cosa nei confronti di Torino, città che l’aveva accolta e ferita e di cui conosceva letteralmente l’intimità. Provai a chiederle della sentenza, ma in quel momento si fermò l’auto di un estremo cercatore di compagnia. Mise il libro nella borsetta e scomparve. Non l’avrei più rivista. Due anni e mezzo dopo sparì per tutti.

I protagonisti

Il delitto numero Due (1995)

Il primo maggio del 1995, un lunedì di festa, Valentina esce di casa intorno alle 11. Ha da poco compiuto 33 anni. Indossa calzoni neri di cotone, attillati. La camicia bianca è aperta sul seno artificialmente prosperoso. Ha i capelli scuri sciolti, un filo di trucco, i grandi orecchini d’oro a cerchio. Non prende l’ascensore, scende a piedi le scale di marmo, annunciandosi con la batteria dei tacchi. Al primo piano incontra una vicina e la saluta sorridendo. Raggiunge l’edicola, compra una delle sue amate riviste e rientra. Telefona alla sorella, le dice che deve parlarle di persona, più tardi, nel primo pomeriggio. “Niente di grave”, ma qualcosa la preoccupa. Non si presenterà mai. Svanisce, e così la sua Clio azzurra (targata TO 261678T) appena comprata e il suo cellulare (numero che ancora prevedeva lo zero: 0360-943122). Il giorno seguente aveva un appuntamento a Milano con un chirurgo estetico per un piccolo intervento, pare riguardante il pomo d’Adamo. Non si presenterà neppure lì. Nessun movimento bancario. Nessuna registrazione del suo passaggio in alcuna videocamera. Nessun messaggio, telefonata, incontro. Si diffonde il sospetto che sia morta, i giornali parlano già di omicidio “come la sorella”. Qualcuno scrive “come il fratello”.

Da sinistra Paolo Scialuga, 26 anni, ex carabiniere, figlio di un colonnello dell’esercito e Corrado Giordano, uno spedizioniere di 25 anni

La cosa mi colpisce doppiamente. È una coincidenza straordinaria, certo, ma non è solo la morte di una persona, è anche quella di un personaggio. Valentina e Fanny. La realtà e il suo doppio, ma l’assassino appartiene soltanto al reale e lì va cercato. Per gli inquirenti c’è un unico indiziato: il fidanzato e convivente. Ha seminato tracce: ha usato tre volte il cellulare di Valentina la sera della sua scomparsa (chiamando amici o parenti). Il giorno dopo ha impegnato due delle sue pellicce (che bisogno ne avrebbe avuto lei, con il patrimonio che si sarebbe scoperto?). Quello successivo ha comprato un’auto in contanti (lui non ne aveva mai, lei ne teneva mazzette in casa). Altre 24 ore ed è a Valenza Po per offrire gioielli (e lei ne aveva tanti) a un ricettatore. Una settimana e torna a vivere con la madre, poi mette un cartello per vendere la casa di Valentina, come sapesse che non tornerà mai. Per chi fosse interessato indica il proprio numero. Spende più soldi in due settimane che negli ultimi due anni. Dove li ha presi? Valentina era ricca. Aveva sul conto più di 600 milioni di vecchie lire. Non si fidava troppo delle banche. Scopriranno contanti nascosti ovunque, così bene che chi ha setacciato l’appartamento prima della polizia non li ha trovati: 111 nell’armadio, 65 in cantina, 30 nel doppiofondo di un cassetto. La sorella Agnese dirà, senza ironia: “Lavorava tanto”. Aggiungerà, con precisione: “Alla fine, siccome a ereditare siamo in nove, ci restano novantaquattro milioni a testa”. Anche lei sospetta il fidanzato: Umberto Prinzi, 24 anni.

Decido di incontrarlo. Lo faccio nell’estate di quell’anno, insieme con un ottimo cronista della nera torinese, Ezio Mascarino. All’epoca chi faceva la nera era ancora un principe del giornalismo, un riferimento, ma tutto stava cambiando in fretta. È presidente del consiglio un ex direttore generale di Bankitalia, non eletto al Parlamento: Lamberto Dini. Sindaco di Torino, per la prima volta votato dal popolo: Valentino Castellani, sostenuto dall’allora pds che ha sconfitto in un “quasi derby” Diego Novelli, candidato della Rete (per chi la ricorda). La città comincia ad aprirsi, di lì a poco si candiderà per l’olimpiade invernale. Nelle strade del centro storico, fino ad allora il ventre nero, mettono le prime insegne vinerie e bistrò. È a uno di questi che diamo appuntamento un pomeriggio a Umberto Prinzi per il primo incontro. Guadagneremo confidenza, ma è da subito uno che chiacchiera molto. Troppo, gli direbbe il suo avvocato, un professionista navigato con la sala d’attesa affollata da zingari e avventurieri.

Umberto Prinzi arrestato il 20 novembre 1996 a Torino

Prinzi racconta che lui e Valentina si sono conosciuti in discoteca. Hanno passato la notte insieme e le ha parlato molto di sé. Una cosa non le ha detto: anche lui ha avuto un fratello, Giovanni, morto.  Suicida in carcere. Era stato condannato per avere rapinato e ucciso, nell’ottobre del 1979, un omosessuale (gestore del bazar di bambole Pupeide): anche loro si erano conosciuti in una discoteca e avevano concordato un appuntamento a casa della vittima.
Quanto a Valentina, non gli parla di sua sorella gemella Damiana, che è l’incredibile scambio sulle rotaie del suo destino. Anche lei, come Asha, appartiene a una coppia di gemelli, ma nel suo caso l’altro è femmina, Damiana appunto: vive a Molfetta, è moglie e madre.

Esiste dunque una persona con cui ha condiviso il grembo e il momento della nascita e che, per lo scarto di un cromosoma, ha da sempre quell’identità di genere che lei sta inseguendo da anni, investendo gran parte del suo guadagno in operazioni chirurgiche, ritocchi e orpelli allo scopo di diventare o almeno sembrare quello che, non si fosse azionata la leva dello scambio, non avesse deviato un cromosoma, sarebbe stata dall’inizio. È curioso pensare come la gemella di fatto sia diventata l’altro fratello, Antonio. Come Asha e Valentina siano state invece uguali fino alla fine. Anche nella fine. Quanto a Damiana, come spesso accade ai gemelli, ha o dice di aver sempre avuto un collegamento emotivo con il proprio “riflesso”. E così quel primo maggio sente una minaccia, il pericolo di qualcosa che potrebbe accadere, ma non fa nulla, forse è solo una brutta sensazione. In seguito le verrà un esaurimento nervoso perché, magari, una telefonata avrebbe potuto influire. Difficile, ma ci riscriviamo sempre la storia immaginando le correzioni a margine che non abbiamo fatto.

Umberto Prinzi e Valentina

Al secondo incontro Umberto Prinzi si presenta con una busta che appoggia sul tavolino argentato del bar come una carta coperta. Quando decide di fidarsi la apre e ne estrae le fotografie scattate durante le feste nei locali notturni. Sui divani scuri si vedono ragazzi dall’aspetto macho e altri travestiti da donne. Ridono, sembrano contenti della compagnia che hanno formato. Valentina è la più imbarazzata davanti all’obiettivo. Umberto, in quelle immagini, ha i capelli lunghi, mentre ora li ha tagliati:

Fu lei a volerlo. Diceva che, altrimenti, sembravo meno virile e lei mi voleva maschio. Io cercavo di accontentarla, ho sempre cercato di farla felice e di farla sentire, soprattutto, donna”.

Racconta un aneddoto di questo amore, quando vivevano insieme alla periferia di Torino, in una casa di camera, cucina, bagno: “Mi ricordo, per esempio, un giorno in cui lei doveva andare dalla parrucchiera. Ti aspetto, qui, le ho detto. Ma avevo in mente di farle una sorpresa.

Così, appena lei è uscita, mi sono messo a cucinare il suo piatto preferito: tortellini al prosciutto. Poi sono uscito, sono andato a comprarle un mazzo di rose rosse e sono andato verso il negozio della parrucchiera per portargliele, vedi è quello là, in fondo alla strada. Bisogna immaginarsi la scena: tre signore torinesi sotto i loro caschi, un’altra che si fa cotonare, tutte con lo sguardo a una rivista, Valentina tra di loro, con il suo metro ottanta più i tacchi, i lineamenti forti, gli abiti sgargianti; la porta che si apre, un bel ragazzo di venticinque anni che appare con un mazzo di fiori in mano e a chi li porta? “A Valentina, lei era così contenta, amava le sorprese. Quella sera, per festeggiare, non andò a lavorare. Andammo in gelateria, ma scesi io solo a prendere il gelato e glielo portai in macchina, perché lei qualche volta era così, aveva pudore di farsi vedere, altre volte, invece, le piaceva fare la diva. Per me era una festa, quando non lavorava, cercavo di non farla andare in strada, almeno la domenica. Le altre sere, uscivamo insieme, lei mi lasciava in una birreria, andava al suo posto e mi ripassava a prendere alle quattro del mattino. Non le chiedevo mai cosa aveva fatto. Accettavo. L’unica cosa che mi dava fastidio era…”.

Asha e la sua auto data alle fiamme

Quando avrà terminato di raccontare questa cosa io e Mascarino ci guarderemo negli occhi come due viaggiatori arrivati a destinazione. Accorciamo i tempi, ci congediamo in fretta per poterci allontanare, svoltare l’angolo e dircelo: “È stato lui!”. Non abbiamo più alcun dubbio. C’erano gli indizi, ora c’è di più, la sensazione suscitata dall’affiorare del movente, non quello freddo (i soldi), quello caldo, la cosa che gli dava fastidio, questa: “Che portasse i clienti in casa, nella stessa camera dove poi dormivamo insieme, sulle stesse lenzuola. Le chiedevo di non farlo, ma lei diceva che così guadagnava di più, quelli pagavano volentieri per sentirsi più sicuri, entrare nella sua intimità e io li immaginavo, in quella camera. Qualche volta sentivo le lenzuola umidicce, una macchia… lasciata da uno di quelli che si era portato”.

Per tutto il tempo, dichiarandosi innamorato perso di Valentina, Umberto dimostra per lei un misto di attrazione e repulsione. Fino a quel momento aveva avuto solo relazioni con donne. Questa passione lo ha preso di sorpresa, ma si è lasciato travolgere. Lei era uscita dal rapporto con un uomo diverso, un commerciante che la portava in giro in Mercedes e non si preoccupava di sedere con lei ai tavoli di ristoranti di lusso, ma l’aveva lasciata per una trans brasiliana più giovane. Con Umberto il rapporto era d’altro tipo. Lui dipendeva da lei. Non l’accompagnava soltanto al marciapiede e ritorno, ma anche (qualche domenica, di sera) al cancello di una villa in collina, a Pino Torinese o a Moncalieri, dove arrivavano poi grosse auto da cui scendevano colleghe di Valentina per unirsi a una festa, alla quale non era invitato. “È stato lui!”. La chiave sono i soldi, certo, che lei guadagnava così in fretta e che elargiva con tanta parsimonia. “Era tirchia”, è una delle frasi segnate sul taccuino. Sapeva di avere la carriera di un calciatore: a 33 anni non resta moltissimo, ancora qualche campionato poi, o il ritiro o la malinconia di “Monica Vitti”. Ma la chiave più importante è quella che non gira: i cancelli che per Umberto Prinzi restano chiusi e la porta della camera a cui accedono altri, e si fa buio.

Ci andiamo, in quella camera. Contiene un letto, un armadio a muro che tracima di biancheria intima e ha uno spazio per il televisore. Sul ripiano ci sono alcune cassette porno (nel giro raccontano che lei stessa sia stata filmata spesso). Sui comodini: un paio di peluche e un topolino di pietra. Non ci accorgiamo delle banconote attaccate con il nastro adesivo alla base del cassetto, lo farà più tardi la polizia in una estrema perquisizione. Alle pareti: immagini glamour della proprietaria di casa e un crocifisso di vetro.  Attraversiamo la cucina. Esco sul balcone. Né io né altri possiamo notare che manca qualcosa. Solo chi abitava lì potrebbe farlo. Non esistono fotografie per fare confronti e rivelare una mancanza che risulterà determinante e, dodici anni dopo, risolverà l’enigma della sparizione di un corpo che pesava 80 chilogrammi: nessuno fotografa un balcone privo di vista panoramica. Eppure da lì è partito l’ultimo viaggio di Valentina. Richiudo la porta finestra.

Il ritrovamento in Val di Lanzo del corpo di Valentina a 12 anni dalla sua scomparsa

Il processo si aprirà due anni dopo. Umberto Prinzi sarà arrestato nel novembre del 1996 e solo allora il resoconto dei nostri incontri diventerà un articolo di giornale. È un curioso processo: omicidio, ma senza cadavere. L’avvocato difensore è convinto che questo porterà all’assoluzione. La sorella sempre presente stavolta è Agnese, convinta di guardare negli occhi l’assassino. Il padre dell’imputato, invece, urla in aula: “Mio figlio è innocente!”. Viene condannato, invece. Il suo alibi non ha retto. Il suo comportamento dopo la scomparsa di Valentina è univoco e lo incastra. Al banco lui è strafottente. Al presidente del tribunale che gli chiede dei suoi rapporti con la vittima risponde: “Affari miei”. Una sua ex, in una intercettazione telefonica, rivela che le ha confessato il delitto. Proprio questa prova regina si rivela un boomerang. Non essendo stata autorizzata, produce in cassazione l’annullamento con rinvio. Nuovo processo e nuova condanna: a 22 anni. Nel 2007, a metà della pena da scontare, Prinzi chiede di parlare con la pm Enrica Gabetta e a sorpresa ammette quel che aveva sempre negato. Chiede perdono. Che gli è successo? Ha incontrato un nuovo amore: un’insegnante di lettere del carcere. Una donna giovane, bella, dolce, capelli scuri, pelle olivastra.

Lei lo prepara all’esame di maturità. Rubano intimità in luoghi proibiti. Vengono scoperti. Lei, trasferita ad Ancona. Lui le ha giurato che, per riabbracciarla, uscirà prima. La sua scorciatoia è la verità. Dice che farà ritrovare il corpo di Valentina.  Conduce inquirenti, avvocati, pompieri in Val di Lanzo. La sorella Agnese non va, per non rivedere l’assassino e perché fa freddo: “Anche se avrei la pelliccia di Valentina”. Il reo confesso indica un dirupo coperto da una folta vegetazione. Al fondo scorre il torrente Stura. È quel che chiamano un orrido. La ricerca dura tre ore. Prinzi è già stato riportato in carcere quando un poliziotto avvista qualcosa che gli sembra un teschio. Sbuca da un contenitore di plastica bianco: all’interno, ciò che rimane di Valentina. Il contenitore è l’oggetto mancante sul balcone: uno di quegli armadi leggeri con la zip tutt’intorno, usati come ripostiglio esterno. Dopo averla strozzata, Prinzi l’ha infilata lì. L’ha portata via di notte, in un giorno di festa, con la città addormentata. Una di quelle notti in cui la pregava, spesso invano, di non lavorare. L’ha caricata sulla sua Clio, che avrebbe abbandonato in un parcheggio. Come hanno avuto certezza che quelle ossa e poco più fossero di Cosimo Andriani, poi Valentina? Le protesi al silicone, quasi intatte. Un’identità resa riconoscibile dall’unico dato che non le apparteneva.

Umberto Prinzi viene portato dalla polizia penitenziaria sul luogo del ritrovamento del corpo di Valentina in Val Di Lanzo, Torino

L’avvocato di Prinzi rivendica: “Ha detto la verità. È cambiato. Credetemi, è davvero un altro”. Forse, ma la storia con l’insegnante si arena, la richiesta dello sconto di pena è tanto più inascoltata quanto più frenetica. Un piccolo insensato gesto fa deragliare il treno delle concessioni. Mentre è nel carcere di Gorgona, nel Livornese, viene accusato di aver rubato un formaggio dalla mensa del carcere. Lui si professa innocente, ma lo aveva fatto anche per l’omicidio e per dodici anni. Dovrà restare dentro, se è cambiato veramente lo dimostrerà una volta fuori. Nel 2017 esce di prigione, avendo scontato la pena. Trova immediatamente una compagna, una donna di origini nordafricane, la ex badante del padre. Altre ne frequenta in chat e forse le conosce nella realtà e nell’intimità. Insieme con ex compagni di prigionia avvia traffici di auto usate e orologi detti “di secondo polso”, new vintage, quelli prodotti alla fine degli Anni Ottanta, quando era giovane e spensierato. Esce spesso la sera, con differenti compagnie. Riscopre la notte. Breve la seconda vita felice di Umberto Prinzi.

 Il delitto numero Tre (2018)

Un cadavere viene trovato in una mattina fredda, quella del 14 dicembre 2018.  Si è votato a marzo, governa una strana alleanza populista che, non potendo indicare il premier da uno dei partiti, in un lunedì afoso ha trovato un compromesso improvvisato, mandando a palazzo Chigi un avvocato di origini pugliesi. Sindaco di Torino è una donna, Chiara Appendino, espressione del movimento nato per sfasciare il sistema. Su di lei già incombe la minaccia di una condanna per la tragedia di Piazza San Carlo, durante la finale di Champions, che lasciò a terra due corpi. Questo, rivoltato in un fosso, non ha documenti, niente cellulare.

La località è Moncalieri, poco distante da Torino. La strada è Santa Brigida, un serpente che sale la collina, alternando la vegetazione alle ville. La Scientifica riscontra una lesione alla base del cranio e una perdita di sangue dal naso. Quando lo trasportano all’obitorio e lo spogliano notano segni sul collo e un foro dietro l’orecchio: un inizio di strozzamento e poi il proiettile. Un secondo verrà rintracciato durante l’autopsia, ancora nel cranio. Una morte violenta, dunque. Risale a circa sette ore prima del ritrovamento: il cuor della notte. Vengono prese le impronte digitali alla salma, sperando aiutino l’identificazione. Coincidono con altre già presenti nel database delle forze dell’ordine: anche il loro orologio torna indietro di ventitré anni. Nessuno ha dimenticato l’omicidio di Valentina e il suo responsabile. Meno di tutti la sorella Agnese. Su Umberto Prinzi non aveva mai avuto dubbi: era un violento e uno sfruttatore.  Alla notizia della sua morte reagisce così:

Sono contenta. Lo hanno strozzato. Benissimo, come ha fatto lui con lei”.

Agnese è tornata a vivere in Puglia, nella casa di famiglia che si è svuotata. Entrambi i genitori sono morti. Il padre se n’è andato avvolto in anni di silenzio: non aveva più voluto parlare di due delle creature che aveva generato. Alla madre ha ceduto il cuore in un giorno del 2001, sei anni prima. Non un giorno qualsiasi: il 28 agosto, compleanno (sarebbe stato il trentottesimo) di suo figlio Cosimo divenuto Valentina. Agnese ricorda i genitori con affetto, lo stesso che riserva a Valentina (ogni tanto per sbaglio lo chiama “mio fratello”).

Intervista ad Agnese Andriani, la sorella di Valentina. 16 dicembre 2018

Gli investigatori sfogliano il calendario all’indietro, cercando una pista nel passato. Le modalità dell’omicidio di Prinzi fanno pensare a un’esecuzione. Due colpi alla nuca. Come in certe prigioni orientali in cui tutti i giorni la guardia armata accompagna il detenuto a fare una passeggiata, gli cammina alle spalle e ogni passo dell’altro può essere l’ultimo. Torna la leggenda del libretto rosso, l’agendina in cui Valentina avrebbe segnato i nomi dei suoi clienti: calciatori, politici, imprenditori. Ancora una volta quell’espressione: gente di Torino, della “Torino bene”. Il libretto rosso in realtà non esiste. Non più. Era Umberto Prinzi medesimo. I nomi di chi andava a quelle feste li aveva (e li diceva) tutti lui. Famosi, non famosi: dimenticati. Ai medici legali sorge un sospetto. Lo strozzamento, più che dovuto a mani umane, pare l’effetto di una cinta, senza buchi. Pensano alla cintura di sicurezza di un’auto, stretta intorno alla vittima per tenerla ferma mentre la pistola, una calibro 7.65, si appoggia alla pelle, sotto l’orecchio. Le ultime parole: un’offesa come congedo da questo mondo. Fuoco. E ancora. Con il silenziatore, all’interno di un’automobile. Se si trova quella, le indagini imboccheranno una pista.

La pistola ripescata dai sommozzatori dei vigili del fuoco, nel tratto del Po che attraversa il Parco del Valentino, il 14 dicembre 2018

Il cadavere di Umberto Prinzi finisce nella cella frigorifera. Ci resterà fino al funerale. Passerà tre mesi in un isolamento ghiacciato. Niente, in confronto ai dodici anni del corpo di Valentina a macerarsi nell’orrido. Esequie in forma privata l’ultimo giorno di febbraio del 2019, una breve funzione nella cappella del cimitero di Moncalieri, poi la tumulazione. È un luogo comune tra i poliziotti e i preti che l’assassino sia presente ai funerali della vittima. Non stavolta. La madre di Umberto è morta da anni, sola in casa: la trovò quella maestrina, al tempo innamorata, che aveva le chiavi e l’assisteva. Sparita anche lei, disamorata forse, dopo che romanticismi e pentimenti non avevano prodotto sconti di pena. Il padre, anche lui morto lasciando come eredità la badante divenuta compagna del figlio. Unica presenza la zia, che dice ai cornisti: “Voleva sempre soldi. Se l’è andata a cercare”. Una manciata di terra e addio. Poche nere figure si disperdono nella nebbia. Nessuno sa ancora che gli investigatori hanno trovato l’auto di Prinzi, abbandonata in un parcheggio. Sul sedile del guidatore, tracce del suo sangue. Chi gli ha sparato stava dietro. Dunque, ci doveva essere una terza persona, seduta davanti. L’auto è una vecchia Lancia Delta scura, con la fiancata rovinata. L’aveva comprata da poco, per sistemarla e rivenderla. La speranza era ricavarne qualche centinaio di euro, forse mille, come con gli orologi. Tanto vale battere una seconda pista, meno suggestiva della vendetta o dei segreti da tutelare e scollegata al delitto del ’95: quella dei traffici a cui si dedicava, della gente che incontrava per comprare o vendere.

Piazza Vittorio, Torino

Porta a dama in poche mosse. La convivente indica i nomi dei suoi accoliti. Due in particolare le sembravano pericolosi e quando usciva con loro tornava tardi e molto nervoso. Sono Nicola Termine 51 anni e Antonio Serra, 47, pregiudicati. Il primo lo arrestano a casa, il secondo in un dormitorio perché senza fissa dimora. Il suo volto rimanda a un video esaminato da poco. La videocamera all’esterno di un condominio lo ha ripreso mentre con un complice picchia e deruba un’anziana, strappandole i duecento euro appena vinti al bingo: dalla sala l’avevano seguita fino a casa. A Prinzi ha sparato dopo una discussione su una partita di orologi falsi. Termine riceve accuse minori, patteggia e se la cava con cinque anni. Quando si arriva al processo per Serra, nel maggio del 2020, è già scoppiata la pandemia e l’Italia è in lockdown: impossibile presenziare alle udienze. Ci si tiene a distanza e ci si collega da remoto. La situazione influisce anche sui dibattimenti. Gli imputati spesso non sono presenti. Assistono ed eventualmente intervengono in videoconferenza. Quando però Antonio Serra cerca di farlo, il collegamento non funziona.

La notizia della morte di Umberto Prinzi. 15 dicembre 2018

L’immagine scompare, la voce non arriva. Si tenta e ritenta, invano. Alla fine dice, al telefono: “Vorrei partecipare, ma se i miei avvocati dicono che oggi può anche andare così, accetto il loro consiglio”. Dei suoi due legali uno si era presentato in aula senza toga e aveva rifiutato di procurarsene una in prestito da un collega, per timore del contagio. Un inizio improbabile per un processo segnato, di quelli di cui si dice abbiano “la sentenza già scritta”. Trent’anni: questa la durata della detenzione a cui verrà condannato. Serra. Due anni al ragazzo perbene che uccide il trans forse per gioco forse per errore. Ventidue al ragazzo scapestrato che uccide il trans per cupidigia e disprezzo. Trenta al balordo che ammazza l’ex ragazzo scapestrato. Nel computo delle pene influiscono a vario titolo i tipi di colpevoli e di vittime. Comunque sia, con la sentenza Serra la vicenda arriva al capolinea. Ha percorso un lungo tratto di storia, toccando temi chiave, per la collettività e gli individui. Da un lato: l’immigrazione da sud a nord e la sua frenata; la modifica dei corpi; il mutamento poi la frantumazione del quadro politico. Dall’altro, immancabile, il diavolo nei dettagli, la possibilità che un destino cambi direzione per poco più di niente: il colore di uno slip, lo scarto di un cromosoma, il furto di un formaggio.

Il luogo del ritrovamento del corpo di Umberto Prinzi a Moncalieri, Torino il 15 dicembre 2018. In alto destra, Nicola Termine, condannato per favoreggiamento. In basso a destra Antonio Serra, condannato a 30 anni

Ora è finita. Il cerchio si è chiuso. Lo si capisce quando l’anello finale si incastra nel primo. Ci sono tre elementi che fanno scattare il collegamento. Come si sostiene: tre indizi, una prova (o una suggestione). Uno: la scena dell’ultima morte, quella di Umberto Prinzi (un colpo di pistola mentre è in auto con due persone, di cui una assiste) è identica alla prima, quella di Asha. Due: il terzo assassino, Serra, veniva da Spinazzola, in Puglia, sessanta chilometri (un’ora d’auto) da Molfetta, dove nacquero i fratelli Andriani. E, tre: si chiamava Antonio come, alla nascita, la vittima numero uno. All’interno del cerchio nulla è più come prima, nemmeno il modo di raccontare una storia. È tutto asettico, rapido, non per questo indolore. La “giusta distanza” si è tramutata in indifferente distanziamento. Occorrerebbe ancora guardare negli occhi vittime e colpevoli, staccando prima dell’effetto ipnotico, ma conservando la compassione, la volontà di rimettere le cose a posto, trovando un significato, una redenzione nel tempo. Nel 1992 avevo scritto “sulla lapide incideranno il nome alla nascita, quello maschile”. Nel 2007 quel che fu Cosimo Andriani è stato consegnato al marmo come Valeria. Non Valentina, il nome con cui è morto, ma Valeria, quello che si sarebbe dato quando fosse diventata completamente donna. L’evoluzione è anche nel rispetto, più ancora che nella pietà, per le vite mancate, i desideri non esauditi.

Piazza Vittorio, Torino

 

guarda il video: https://https//media.gedidigital.it/repubblicatv/file/2021/02/09/755162/755162-video-rrtv-2500-loop_torino0902.mp4?_=1

 

Sorgente: Il delitto dei trent’anni | Rep

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