Perché il vaccino di Oxford può farci sperare. Laboratori e produzione, quando lo useremo?

Perché il vaccino di Oxford può farci sperare. Laboratori e produzione, quando lo useremo?

21 Luglio 2020 0 Di Luna Rossa

La speranza è che, con la vaccinazione, le cellule producano la proteina spike che a sua volta attiva il sistema immunitario affinché neutralizzi l’infezione, e quindi la malattia

di Laura Cuppini

ChAdOx1 nCoV-19 (la sigla sta per «Chimpanzee Adenovirus Ox1 codificante per proteine di Sars-CoV-2») è basato su un vettore virale non replicante, quindi innocuo, in cui è stato introdotto con tecniche di ingegneria molecolare il gene della proteina spike, la chiave con cui il coronavirus entra nelle cellule umane. La speranza è che, con la vaccinazione, le cellule producano la proteina che a sua volta attiva il sistema immunitario affinché neutralizzi l’infezione, e quindi la malattia, in caso di contagio. I risultati pubblicati su Lancet riguardano le fasi 1 e 2, che sono state accorpate: la prima consiste nelle verifiche su sicurezza e capacità di indurre risposta immunitaria, nella seconda vengono stabilite dosi e tempi di somministrazione. È poi necessario superare la fase 3, ovvero lo studio di efficacia su migliaia di persone a rischio di infezione. Solitamente la produzione di un nuovo vaccino richiede circa 8 anni, tra ideazione e immissione sul mercato. Nel caso di Sars-CoV-2 le prospettive sono di 2 anni, grazie a un impegno senza precedenti.

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Quattro meccanismi

La lista dei «candidati» vaccini contro Sars-CoV-2 è lunga: sono 163, di cui 23 già in fase clinica (tra cui quelli di Oxford e dell’azienda farmaceutica statunitense Moderna). Gli altri 140 sono a livello pre-clinico: vengono testati in laboratorio e su animali per valutarne le caratteristiche e decidere se procedere alle prove sull’uomo. Tutti i potenziali vaccini si basano su uno di questi quattro meccanismi: vettori virali e Vlp (virus-like-particles); proteine ricombinanti; acidi nucleici (Dna e Rna, è il caso di Moderna); virus inattivati o attenuati. «I gruppi di ricerca hanno l’obiettivo principale di indurre anticorpi contro la proteina spike, che abbiano la capacità di neutralizzare l’ingresso del virus nelle cellule — afferma Sergio Abrignani, ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare «Romeo ed Enrica Invernizzi» —. Abbiamo ipotizzato che gli anticorpi contro la spike prevengano l’infezione ed è probabile che sia davvero così, visto che Sars-CoV-2 ha dimostrato di mutare poco».

Quanto dura la protezione?

Secondo uno studio cinese, pubblicato recentemente su Nature, gli anticorpi prodotti durante l’infezione tendono a scomparire dopo 2-3 mesi nelle persone guarite. Non sappiamo se il vaccino sarà protettivo ma, se lo fosse, sarà importante stabilire la durata della memoria immunologica indotta. La speranza è che sia più duratura di quella descritta nei soggetti che hanno superato l’infezione e la malattia da Sars-CoV-2. Gli anticorpi sono quelli identificati i test sierologici: le IgM (Immunoglobuline M), che si manifestano entro pochi giorni dalla comparsa dei sintomi e permettono di confermare la diagnosi di infezione, e le IgG (Immunoglobuline G), prodotte dopo circa due settimane. Le IgG rappresentano la «memoria immunitaria» ma, nel caso di Sars-CoV-2, non sappiamo per quanto tempo e in quale misura proteggano. «La presenza di IgG e IgM dimostra che il soggetto ha incontrato il virus, non che è protetto — sottolinea Abrignani —. Per essere certi dell’immunità occorre avere a disposizione un test che identifichi gli anticorpi neutralizzanti, quelli efficaci nel bloccare l’infezione».

Come procede la ricerca

Il vaccino prodotto da Moderna, negli Stati Uniti, si basa sull’iniezione di un Rna che — una volta entrato nelle cellule umane — si dovrebbe tradurre nella proteina spike che induce a sua volta la formazione di anticorpi neutralizzanti. «Molti gruppi di ricerca stanno lavorando allo sviluppo di vaccini basati su acidi nucleici (Rna o Dna) — sottolinea Sergio Abrignani —: si tratta di una tecnica più rapida da realizzare, ma anche meno nota rispetto a quelle classiche, basate su proteine ricombinanti o virus uccisi. Ad oggi non abbiamo sul mercato alcun vaccino basato su Rna o Dna». Un progetto nato dall’accordo tra due big pharma, Sanofi e Gsk, ha l’obiettivo di produrre un vaccino basato sulla proteina spike ricombinante, unita a un adiuvante. Buoni risultati arrivano anche da un gruppo di ricerca cinese: Ad5-vectored Covid-19 (è la sigla del vaccino), come quello dell’Università di Oxford, è basato su un adenovirus attenuato. Nei test di fase 2, su 500 persone, ha mostrato la capacità di indurre la produzione di anticorpi e linfociti T. L’esito dello studio è stato descritto su Lancet.

Il contributo italiano

Per quanto riguarda il vaccino di Oxford, è fondamentale il contributo italiano: l’azienda Advent-Irbm di Pomezia, in provincia di Roma, è uno dei leader globali nella produzione di vettori virali. «Nel nostro Paese c’è una grande tradizione di immunologia e vaccinologia — afferma Sergio Abrignani —. Quello che in tanti stiamo facendo è studiare la risposta immunitaria nel sangue dei pazienti, sia nella fase di malattia moderata/grave che nei paucisintomatici e negli asintomatici. Inoltre valutiamo l’evoluzione della risposta a distanza di tempo dalla guarigione. Poiché molti di noi sospettano che sia la guarigione che le complicanze dell’infezione dipendano dalle risposte immunitarie, questi studi ci potrebbero aiutare a capire come si struttura la risposta del nostro organismo e perché alcuni pazienti se la cavano con pochissimi sintomi o nessuno, mentre altri arrivano a complicanze estreme. Un ulteriore aspetto che si sta indagando è quello della durata della risposta: nei coronavirus più noti, quelli che scatenano i semplici raffreddori invernali, la memoria immunitaria è estremamente limitata nel tempo. Ma non è detto che sia così anche per Sars-CoV-2».

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