Dai campi alle città: l’urlo dei braccianti

6 Luglio 2020 0 Di Luna Rossa

A Roma coltivatori, rider e precari: «Ci considerate essenziali, ma siamo senza diritti». In piazza anche Santori

ROMA. Ci sono i braccianti agricoli e quelli metropolitani, le lavoratrici dei call center e le partite Iva, i lavoratori della scuola, della cultura, i disoccupati, quelli che non hanno casa e i dipendenti delle aziende in crisi. Salgono tutti sul palco di piazza San Giovanni a Roma per raccontare le loro difficoltà a chi preferisce voltarsi dall’altra parte, negando la loro condizione di sfruttati. «Non siamo invisibili», ripetono centinaia di persone radunate dal sindacalista Aboubakar Soumahoro: «Sono tutti accomunati dalla stessa condizione di sfruttamento, alienazione e paga misera, indipendentemente dalla collocazione geografica», spiega.

L’urlo dei braccianti in piazza: “Vogliamo essere italiani subito!”

Sul palco ci sono le cassette con zucchine e pomodori in arrivo dalle campagne del Foggiano e gli stivali sporchi di terra. La prima a prendere la parola si chiama Francesca, lavora in un call-center da 13 anni. Racconta come abbia avuto un contratto a tempo indeterminato senza sapere che fosse «il mio precariato a tempo indeterminato». «Ogni tre anni cambio datore di lavoro e devo tribolare senza sapere se riuscirò a comprare delle scarpe nuove ai miei figli». La situazione è peggiorata durante la quarantena: «Siamo stati considerati servizio essenziale, dovevamo andare a lavorare in presenza ma in stanze grandi senza areazione, il distanziamento sociale non esisteva, il nostro diritto alla salute non è stato preso in considerazione».

Dopo di lei prende la parola uno dei braccianti arrivato dalle campagne del Foggiano. «Siamo noi a portare il cibo sulle tavole dei politici. Nelle campagne non ci manca da mangiare, ma noi braccianti non abbiamo diritti». Chiedono un permesso di soggiorno, di essere riconosciuti come cittadini. Ma tutte le altre richieste sono identiche a quelle di chiunque altro prenda la parola. Tommaso, un rider, insiste proprio su questo punto: «Durante la quarantena siamo stati considerati un servizio essenziale, ci hanno anche definiti eroi ma i contratti di prestazione occasionale con cui lavoriamo sono un lavoro nero legalizzato. Noi siamo braccianti metropolitani». Tutti hanno lavorato senza dispositivi, senza tutele per la salute e dal palco molti avvertono: «Non siamo corpi da sfruttare».

Nella piazza non ci sono bandiere ma alcuni pezzi della politica che era stata invitata. C’è la vicepresidente dell’Emilia Romagna Elly Schlein. C’è Mattia Santori, portavoce delle Sardine, una delegazione del Pd. Carola Rackete manda il suo sostegno attraverso un video. I genitori di Giulio Regeni inviano un messaggio a distanza promettendo di continuare la lotta “per tutti i Giuli’ locali. Aboubakar Soumahoro conclude la giornata con un manifesto che prevede, fra l’altro, il Piano nazionale per l’uguaglianza, un piano per la tutela dell’ambiente, la riforma della filiera del cibo e delle politiche migratorie.

Sorgente: Dai campi alle città: l’urlo dei braccianti – La Stampa – Ultime notizie di cronaca e news dall’Italia e dal mondo

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