Crisi aziendali, dall’ex Pirelli ad Alcoa: così le cessioni rimandano i problemi senza risolverli. Sindacati: “Siamo in balìa di multinazionali” – Il Fatto Quotidiano

31 Ottobre 2019 0 Di Luna Rossa

Bekaert, Sider Alloys, ex Embraco, le acciaierie di Piombino, Industria Italiana Autobus: sono solo alcuni dei tavoli di crisi aperti da anni. Ma riconversioni o reindustrializzazioni continuano a non essere perfezionate: operai ancora in cassa integrazione e stessi temi in ballo, nonostante le ‘cure dimagranti’. Oggi 2 ore di sciopero dei sindacati. Palombella: “La politica ignora gli operai, che sono le sentinelle”. Re David: “Tema profondo è la mancanza di un progetto industriale del Paese. Iniziare a ripensare a capitale pubblico nelle industrie sul modello francese”

di Andrea Tundo

Pirelli se n’era sbarazzata nel 2014 cedendola alla Bekaert, competitor europeo, che avrebbe dovuto continuare a produrre lo steelcord, le cordicelle d’acciaio per rafforzare gli pneumatici. Quattro anni e una prima scrematura del 15% della forza lavoro dopo, il 22 giugno 2018, gli operai dello stabilimento di Figline Valdarno si sono visti recapitare l’avviso dell’azienda: “Chiudiamo il sito”. Era stato aperto nel 1959. Così rischia di finire una storia iniziata sessant’anni fa, mentre la multinazionale belga produce in Romania. In cassa integrazione per cessazione attività, a un anno dall’annuncio, ci sono ancora 211 dei 318 lavoratori iniziali.

Dopo 16 mesi i licenziamenti di nuovo alle porte
Beakert aveva anche imposto il proprio diktat, a un certo punto: “Se proprio reindustrializzazione dev’essere, la fabbrica non finisca ad altri produttori di steelcord”. Quindi la ricerca degli acquirenti, due manifestazioni d’interesse, nessuna risposta agli operai che hanno chiesto di tenere in conto la loro offerta di prendere in gestione la fabbrica attraverso una cooperativa e presentato un piano industriale. Sedici mesi dopo non ci sono novità, gli ammortizzatori sociali scadranno il 31 dicembre e in vista di quella data l’azienda ha aperto una nuova procedura di licenziamento collettivo. Quindi i sindacati hanno già chiesto al governo di prendere impegni per la proroga degli ammortizzatori sociali.

I sindacati: “Redditività a spese dei lavoratori”
Le ore di cassa integrazione straordinaria dei 211 della Bekaert rientrano nelle 116.550.310 autorizzate tra gennaio e settembre. In tutto il 2018 erano state 120.352.572. Il 2019 si avvia quindi ad essere assai peggiore rispetto al precedente, invertendo un trend di diminuzione che durava dall’annus horribilis 2010, il primo dopo la grande crisi globale. Anche se i dati complessivi sui trattamenti di integrazione salariale reggono, grazie a una diminuzione della Cig ordinaria. La sola industria, in 9 mesi, ha fatto segnare 99.707.534 ore di Cigs (+44% sull’anno). Segno che le crisi mordono ancora e i processi di ristrutturazione e riconversione aziendale spesso stentano a decollare. Così mentre oggi, 31 ottobre, gli operai di Bekaert saranno sotto il ministero per chiedere chiarimenti sul loro futuro, le fabbriche si fermeranno per 2 ore: “Sciopero generale”, è stata la convocazione di Fiom-Cgil, Uilm e Fim-Cisl per quella che definiscono una “situazione insopportabile” in cui i processi di ristrutturazione “troppo spesso garantiscono redditività alle imprese scaricandone il prezzo sui lavoratori”. In un settore, quello dell’indusria, che tra il 2008 e il 2018 ha perso complessivamente 287mila posti di lavoro. Senza contare l’edilizia.

Dall’ex Irisbus a Piombino: le tante Bekaert
La situazione della fu Pirelli, che arrivò a contare fino a 1.500 occupati a Figline Valdarno, conosce almeno dieci ‘sorelle’ da Nord a Sud. Con lo spettro dell’ex Ilva che aleggia sulla siderurgia e senza contare il caso Blutec di Termini Imerese, lo sanno bene all’Industria Italiana Autobus, società che fa capo a Leonardo e Invitalia, in attesa di un partner privato, in cui si sono fuse l’Irisbus di Valle Ufita e la Breda-Menarinibus di Bologna: in una crisi che si trascina da 6 anni restano 175 cassintegrati con la scadenza dell’ammortizzatore fissata al 31 dicembre 2019. “Le commesse ci sono, ma la produzione è in Turchia”, fanno notare i sindacati. La reindustrializzazione non decolla nemmeno alle ex Lucchini di Piombino: l’acciaieria era passata ad Aferpi del magnate algerino Issad Rebrab a dicembre 2014 nel giubilo di Matteo Renzi. Quattro anni dopo Rebrab, che di esperienza nel campo dell’acciaio non ne ha mai avuta, se n’è andato e l’acciaieria è finita a Jw Steel. È passato un quinquennio dal pugno alzato dell’attuale leader di Italia Viva, ci sono ancora 1.661 persone in cassa integrazione straordinaria, appena rinnovata, e i sindacati chiedono a gran voce un piano industriale.

Palombella: “Noi, sentinelle percepite come fastidiose”
“Veniamo da anni di disinteresse da parte del governo, al cui tavolo si dovrebbe discutere preventivamente di quei settori che sono a rischio per i cambiamenti tecnologici”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Rocco Palombella. Il leader dei metalmeccanici della Uilm lamenta: “L’industria è stata abbandonata a combattere il progresso, come se potesse far da sola e restare in vita per sempre. Manca la sensibilità nel governare i cambiamenti e la politica ignora gli operai, che sono le sentinelle”. Il paragone è calzante: “Non ascoltare i sindacati, che sono la prima linea e stanno dentro gli impianti, è come mettersi in viaggio su un’automobile che ha problemi e le spie non funzionanti. Non si ha idea di ciò che sta accadendo. Così, a un certo punto, la macchina si spegne e si resta a piedi. Veniamo percepiti come fastidiosi, ma dismettere il confronto non è mai positivo”. In questo modo, aggiunge Palombella, si finisce per “agire in emergenza”, quando le crisi sono già scoppiate: “Una reindustrializzazione o una riconversione presume un progetto. Quando si lavora con l’acqua alla gola e con una coda di 160 tavoli di crisi, finisci per affidarti a chi capita. Mancando la programmazione raccatti chi non ha come interesse primario l’investimento, quanto piuttosto la compressione della concorrenza, oppure imprenditori con poca esperienza nel settore. Penso, ad esempio, all’ex Alcoa: Syder Alloys è un broker, non un produttore di alluminio”.

Il caso dell’ex Alcoa
Nello sito sardo di Portovesme ci sono ancora 500 persone in attesa a quasi due anni dalla cessione dalla multinazionale statunitense a Sider Alloys. Gli svizzeri hanno riassunto 130 operai, ma non hanno ancora ricominciato a produrre per il nodo del costo dell’energia che incide per il 55% sulle spese complessive. Tutto fermo anche all’ex Embraco – gruppo Whirlpool – di Riva di Chieri, passata nel luglio 2018 a Ventures che dovrebbe produrre robot per la pulizia dei pannelli fotovoltaici. In diversi passaggi nel corso degli anni, lo stabilimento è passato da oltre 2000 occupati ai 550 di 15 mesi fa fino ai 409 di oggi. Nei fatti, il piano industriale non è mai stato avviato e negli scorsi mesi il ministero ha inviato i propri ispettori in fabbrica per comprendere se la riconversione è reale o solo sulla carta, visto che nel frattempo i dipendenti sono in cassa integrazione straordinaria. E l’investimento per far ripartire la produzione ha previsto 98 milioni in arrivo da Invitalia, 30 della stessa Sider Alloys e 8 della Regione Sardegna.

Whirlpool, l’accordo tradito
Francesca Re David
, segretaria della Fiom-Cgil, fa notare come a fronte di iniezioni di fondi pubblici per gestire i problemi occupazionali derivanti dalle crisi, lo Stato possa fare poco per “governare” il cambiamento: “Per questo – spiega a Ilfattoquotidiano.it – credo sia necessario intervenire sotto il profilo legislativo”. Anche perché, continua, “il Paese non ha più asset strategici. Quante multinazionali hanno la testa in Italia? Siamo in balìa delle loro decisioni, anche quando ci sono accordi firmati”. Il caso – emblematico e attuale – è quello di Whirlpool: a fronte di un’intesa nell’ottobre 2018 per rilanciare la produzione in Italia in cambio di incentivi e cassa integrazione, a un anno di distanza l’azienda è arrivata a un passo dalla chiusura o dalla cessione dello stabilimento di Napoli alla “misteriosa” Prs-Passive Refrigeration Solutions. L’acquirente aveva già annunciato che non sarebbe stato in grado di riassorbire i 400 occupati e avrebbe chiesto 24 mesi di cassa integrazione straordinaria. Sarebbe stata una cessione di ramo d’azienda dai risultati finali nebulosi e nel frattempo pagata da lavoratori e casse dello Stato.

Re David: “Governare cambiamento col modello francese”
“Stiamo affrontando 160 tavoli di crisi, più quelli che restano a livello regionale. Il tema profondo è la mancanza di un progetto industriale del Paese – continua Re David – Oggi rincorriamo le crisi e hanno risonanza solo quando il lavoratori si mobilitano”. E non sempre, come accaduto con le lavatrici in Campania, si raggiunge il risultato. “Mancano strumenti giuridici – sottolinea le leader dei metalmeccanici della Cgil – Bisogna iniziare a ripensare cosa significa capitale pubblico nelle industrie. Penso al modello francese, con Peugeot e Renault. Non significa statalizzare, ma partecipare”. In questo modo, prosegue, “si vincola e si riesce a intervenire quando le aziende, e capita spesso, aprono delle crisi che in realtà sono strategie industriali”. Che spesso guardano all’Est Europa, come fece Honeywell. Si torna così a Figline Valdarno, per comprendere meglio: la trattativa tra Pirelli e Bekaert ha portato sotto l’ala dell’azienda belga anche gli impianti in Romania, Turchia, Cina e Brasile. Le due società avevano sottoscritto un accordo con cui Pirelli si impegnava a comprare lo steelcord dall’acquirente fino al 2017, poi rinnovato fino al 2022. Bekaert intanto va via dall’Italia e le cordicelle per gli pneumatici della Bicocca, dopo 60 anni, arriveranno non dalla Toscana ma da Slatina, 164 chilometri ad ovest di Bucarest.

Sorgente: Crisi aziendali, dall’ex Pirelli ad Alcoa: così le cessioni rimandano i problemi senza risolverli. Sindacati: “Siamo in balìa di multinazionali” – Il Fatto Quotidiano

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