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L’uomo sulla Luna, lo sbarco impossibile che oggi fa sognare Marte – Repubblica.it

Sono passati cinquant’anni, ma l’orma sulla superficie lunare e la bandiera a stelle e strisce restano il simbolo del viaggio verso altri mondi. Che oggi potrà contare su nuove tecnologie e alleanze allora impensabili

di Matteo Marini

Gli americani dovevano raggiungere la Luna, a tutti i costi, per surclassare i sovietici nella corsa allo spazio. Era una sfida tecnologica e politica ma portava in grembo anche un sogno, assecondava una predisposizione naturale, la curiosità di spingersi oltre, la voglia di conoscenza. Le colonne d’Ercole ormai sono l’atmosfera e la gravità della Terra. Il nuovo mondo, la superficie di un altro pianeta. Quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin posarono lo scarpone sulla soffice polvere del Mare della Tranquillità, era il 20 luglio 1969, sei ore dopo aver toccato il suolo con il modulo Eagle, l’Aquila, il buon esito della missione era ancora tutt’altro che scontato.

NASA History Office

@NASAhistory

“On the eve of your epic mission, I want you to know that my hopes and my prayers – and those of all Americans – go with you.” 50 years ago, President Nixon sent words of encouragement in a telegram to the Apollo 11 crew. Words of thanks followed in person.

Il presidente Nixon aveva già pronto in tasca il discorso da tenere nel caso in cui i due astronauti scesi sulla Luna non fossero stati in grado tornare indietro. Iniziava con queste parole: “Il fato ha decretato che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace, resteranno sulla Luna per riposare in pace”. Ma non andò così.

Sei missioni hanno portato in tutto 12 uomini a sbarcare sul nostro satellite naturale in poco meno di tre anni e mezzo, dal 1969 al 1972. Tutti maschi, tutti americani. Oggi li potremmo chiamare “daredevil”, temerari scavezzacollo, se vogliamo anche loro malgrado, per i rischi che si trovarono a correre. La lista di inconvenienti durante le varie missioni Apollo è lunga. A cominciare dalla prima discesa con l’Apollo 11, quella di Armstrong e Aldrin, quando il computer si mise a fare le bizze. Saltò fuori che Aldrin aveva tenuto operativo il radar per tornare in emergenza verso il modulo in orbita se ci fossero stati problemi. Troppe cose da gestire per un computer super affidabile ma dalla potenza paragonabile a un Commodore 64.

La disavventura dell’Apollo 13 la conosciamo tutti, il serbatoio di ossigeno che esplose durante la fase di crociera. Jim Lovell che disse la celebre frase “Houston, abbiamo avuto un problema”, un’orbita sola attorno alla Luna senza scendere e il rientro in emergenza. Lo stesso Armstrong aveva rischiato la vita durante un test con il modulo Lem. E d’altronde quelli che sarebbero dovuti essere i primi astronauti delle missioni Apollo, Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee, persero la vita nell’inferno scoppiato dentro alla capsula sigillata dell’Apollo 1. Era il 27 gennaio 1967, due anni e mezzo prima dello sbarco di Armstrong e Aldrin. Un dramma che scosse come un terremoto l’America, plumbeo auspicio per un’avventura che si rivelò poi un successo.

Sulla Luna gli uomini hanno camminato, saltellato, guidato auto e giocato a golf. Per la prima volta un piede umano calcava la superficie di un altro mondo. Pur nell’impaccio della tuta i loro muscoli sollevavano un peso diverso, un corpo sei volte meno gravoso. Grazie ai campioni raccolti, ora sappiamo che la Luna è una ‘gemella diversa’ della Terra, con una composizione simile a quella del nostro Pianeta.

Nel 1971 David Scott, astronauta dell’Apollo 15, portò con sé una piuma per dimostrare la teoria dei gravi in diretta tv. La lasciò cadere assieme a uno dei martelli che usava per raccogliere pietre. Essendo nel vuoto pressoché assoluto, toccarono il suolo nello stesso momento, come accadrebbe sulla Terra se non ci fosse atmosfera. “Galileo aveva ragione”, disse Scott. Insomma era un altro mondo, ma con le stesse leggi. Sembra banale, ma non lo è, perché nessuno fino ad allora lo aveva mai vissuto.

Un anno e due missioni dopo la Luna era diventata sì, quasi banale. Più che altro superflua. L’avventura era cominciata nell’estate di Woodstock ma anche della “escalation” del Vietnam (mentre i Creedence Clearwater Revival cantavano l’Apocalisse in Bad Moon rising). Nel 1972 Nixon chiuse anticipatamente il programma Apollo, annullando le ultime tre missioni. Dopo le umiliazioni dello Sputnik e Gagarin, la sfida con l’Unione Sovietica era vinta, l’America ormai correva solo contro se stessa, nello spazio, mentre all’orizzonte si profilava la sconfitta in una guerra che aveva logorato il Paese.

La corsa allo spazio e la conquista della Luna hanno dipinto immagini nitide nell’immaginario collettivo, scavato solchi profondi nell’evoluzione tecnologica e plasmato la cultura pop. Nel 1968 usciva 2001 Odissea nello spazio. Girato tra il ‘65 e il ‘66, proprio al culmine delle operazioni del programma Gemini statunitense. Stanley Kubrick e Arthur C. Clarke raccontarono il conflitto con la macchina, la sfida e la solitudine dello spazio. Più ci si allontana dalla Terra e più si fa i conti col proprio intimo, mentre si è circondati dal vuoto e dal silenzio: dove un essere umano non potrebbe mai sopravvivere.

Come un copione che ripete la fiction, Neil Armstrong fu costretto a escludere il computer di bordo dell’Eagle e scendere con una manovra manuale. Anche se l’Agc (Apollo guidance computer) non era così “cattivo” e nemmeno così intelligente come Hal 9000. Proprio Kubrick fu al centro della tesi complottistica più celebre di tutte, secondo la quale sarebbe stato lui il regista del “finto allunaggio”. Teoria che è diventata, come la conoscenza, globale e soprattutto ora trova migliaia di adepti in giro per il mondo.

Nell’estate del 1969, a pochi giorni dall’approdo sulla Luna, David Bowie cantava Space Oddity, di Major Tom che fluttua oltre la Luna, “e non c’è nulla che possa fare”. E poi divenne Ziggy Stardust. Abbandonato al silenzio con se stesso. Lo spazio ha plasmato così anche la concezione che abbiamo di noi come specie umana. Capace di arrivare sempre più lontano con i razzi progettati da un ex ufficiale delle SS naziste. Eppure sempre più fragile, alla deriva su un pianeta perso nel buio. È un labirinto di contraddizioni che si amplia a ogni passo.

Il modulo Eagle dell’Apollo 11 fotografato da Michael Collins (Credits: Nasa, 1969)

C’è una foto che rende bene l’idea. È stata scattata da Michael Collinsal modulo Lem che sta risalendo con a bordo Armstrong e Aldrin di ritorno dalla superficie della Luna. Sullo sfondo c’è la Terra. Bene, in quello scatto compare tutta l’umanità: passata presente e futura. Eccetto lui. C’è la Terra con tutti noi, ci sono i due astronauti che si avvicinano. È l’unico dietro la linea dell’obiettivo, un diaframma tra lui e tutto il resto. Per più di un giorno Collins era rimasto nel Columbia a orbitare in attesa del rendez-vous con i colleghi. In quelle ore, quando vedeva la Terra scomparire all’orizzonte e lui si affacciava sul lato nascosto senza possibilità di comunicazioni radio, era l’essere umano più lontano e solo mai nato. Una specie di icona che, assieme alle altre, ci rimette al nostro posto nell’Universo, un’altra, piccola, rivoluzione copernicana, come l’immagine divenuta nota col titolo di Earthrise, scattata dagli astronauti dell’Apollo 8 nel dicembre del 1968, che mostra l’alba della Terra dalla Luna vista per la prima volta da un essere umano. E il Blue marble, altro scatto iconico della Terra “piena”, la “biglia blu” immortalata dall’oblò dell’Apollo 17 nel dicembre del 1972. E infine il Pale blue dot, quel puntino azzurro appena percettibile nell’infinito. Siamo noi ripresi dalla sonda Voyager 1 che si girò per volere dello scienziato, visionario, umanista e divulgatore Carl Sagan, da sei miliardi di chilometri di distanza. Dagli anni ‘60 a oggi le avventure spaziali hanno rivoluzionato la nostra conoscenza fisica, chimica, matematica e tecnologica. Allo stesso tempo hanno fissato uno specchio così lontano da noi da poterci mostrare tutto il vuoto che abbiamo attorno.

Ora che sulla Luna stiamo per tornarci, vale la pena guardarsi indietro e capire quanto le cose siano cambiate. La corsa allo spazio aiutò l’uomo a implementare le tecnologie che usiamo ancora oggi, non ultimo i circuiti integrati, gli antenati dei primi computer grazie alla miniaturizzazione dei componenti. Ma quello fu uno sforzo solitario, quasi velleitario fatto con dispositivi affidabili sì ma ai limiti della sufficienza per un’impresa così grande. Mezzo secolo dopo siamo diventati una civiltà spaziale. Senza le tecnologie legate allo spazio non potremmo vivere e arrivare in orbita: è diventata quasi routine. Grazie soprattutto alla collaborazione internazionale. La Nasa non ne ebbe bisogno negli anni ‘60, tutto il programma Apollo è costato più di 25 miliardi di dollari negli anni ‘60 e primi ‘70 (150 al giorno d’oggi). Ora è indispensabile.

Raggiungere la Luna 50 anni fa era un lancio di dadi. Nessuna agenzia spaziale oggi e nessun astronauta sarebbero disposti a correre questi rischi. Ora possiamo farlo in tutta sicurezza, forse già nel 2024 gli americani porteranno la prima donna a calpestare quel suolo. La Luna questa volta non dovrà essere più la meta. Ma una tappa.

Cinquant’anni fa sembrava che il sogno di costruire colonie e vivere su un altro pianeta fosse alla portata. E invece per i successivi 47 anni gli uomini (e anche donne, finalmente) non sono mai andati oltre i 400 chilometri di altezza, più o meno la quota alla quale orbita la Stazione spaziale internazionale. Ed è proprio dal laboratorio scientifico in orbita, nel quale si sono incontrati americani, russi, europei, giapponesi e canadesi, insomma (quasi) tutto lo spazio che conta eccetto i cinesi, che servirà ripartire per costruirne un altro molto più lontano. In orbita attorno alla Luna. Non sogniamo più, lo stanno progettando gli ingegneri e gli astronauti di Nasa, Esa e Roscosmos. Dalla Luna, dove un giorno forse fonderemo colonie, estrarremo acqua, elio-3 per la fusione fredda e carburante, e faremo il vero grande salto, verso Marte.

Von Braun ci voleva andare già negli anni ‘80. Subito dopo il successo dell’Apollo 11, il padre del razzo Saturno V, il più grande e potente mai costruito che ha spedito i primi pionieri sulla Luna, aveva un piano per arrivare a toccare anche il Pianeta rosso. Lo stop fu granitico, lo spazio era il grande sogno di Kennedy, non quello di Nixon. E per fortuna, verrebbe da dire. Se andare sulla Luna era un stato un grande azzardo, fare rotta verso Marte sarebbe stato un suicidio.

Paragonato alla potenza di calcolo del ‘cervello’ che guida una qualsiasi sonda spaziale, il computer di bordo dell’Apollo è una pascalina. Ma i problemi da risolvere restano ancora tanti. Nonostante le sfuriate del presidente Trump che vorrebbe vedere una bandiera americana sventolare (questa volta con più gagliardia, Marte a differenza della Luna un’atmosfera e del vento li ha), gli uomini della Nasa abituati ad aver a che fare con le pretese dei politici sanno che il Pianeta rosso è ancora irraggiungibile. Fare tappa sulla Luna è necessario per sviluppare le tecnologie indispensabili per portare uomini fino a Marte. Dove gli equipaggi saranno così distanti da escludere qualsiasi ritorno rapido in caso emergenza (a dispetto di quanto si vede in Star Trek e Star Wars, non si può girare l’astronave e dare gas).

In un’interessante analisi pubblicata dalla rivista del Mit di Boston, Konstantin Kakaes spiega come “il programma Apollo abbia fallito nel fare il ‘salto gigante’. Il suo successo fu portare la tecnologia del tempo il più lontano possibile, così come i faraoni avevano costruito le piramidi più grandi possibili. Era un monumento all’ingegno e alla determinazione. Ma i monumenti sono, per progetto e definizione, dei punti di arrivo, non degli inizi”.

Forse è questo ciò che abbiamo imparato dalla corsa alla Luna: “Dobbiamo andarci, non tornarci”. Sono le parole del direttore generale dell’Esa Jan Woerner in un’intervista su Le Scienze di questo mese. Andarci ora, non come ci si è andati allora. Sarà una sfida comune. E allora troverebbero davvero un altro senso le parole con cui si chiudeva il discorso di Nixon, quello mai pronunciato, in onore degli astronauti caduti: “Ogni essere umano che solleverà lo sguardo alla Luna nelle notti che verranno saprà che c’è un angolo in un altro mondo che è per sempre dell’umanità”.

Sorgente: L’uomo sulla Luna, lo sbarco impossibile che oggi fa sognare Marte – Repubblica.it

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