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Nero veneziano 

Quando si affacciò sulla scena politica della città, amici e detrattori lo paragonarono a un giovane Kennedy lagunare, intelligente, brillante, spregiudicato, con una laurea in chimica riposta in un cassetto insieme a una promettente carriera universitaria, una moglie ereditiera, con un congiunto ingombrante, che rivendica di sostenerlo ma senza metterci i quattrini di papà. Lui e la dinastia familiare che via via acquisiva influenza, anche per via delle leggende metropolitane sulla mamma volitiva, che, si diceva, aveva fatto laureare il giovane marito già padre, laureandosi insieme a lui,  o che, dopo che uno dei rampolli era stata menato da un bullo, si era presentata all’università e aveva preso per la collottola e redarguito l’incauto giovinastro, o anche che seduta a tavola in quella sobria casa borghese in calle dei Ragusei, partecipava dei propositi dei due figli maggiori, l’uomo politico e l’uomo di cultura, impegnati a pianificare ambizioni  e carriere, insieme a una cerchia di ambiziosi giovanotti determinati a occupare militarmente posizioni e ruoli: banche, amministrazione cittadina e regione (sono del 1970 le prime lezioni del nuovo istituto), aziende di servizi, istituzioni culturali.

Poi però, più avanti, Gianni de Michelis  viene invece soprannominato il Doge. Non era una novità: anche grazie a uno dei giornali locali più conservatori  assoggettati al tallone di ferro Dc – che  quando c’era un sindaco un po’ meno gradito alla cerchia dorotea dedicava una rubrica quotidiana, con tanto di foto di pantegane e scoasse,  alla prossima rovina della Serenissima, intitolandola “L’Angolo del degrado” – chiunque per censo o per ruolo si distinguesse e emergesse dal conformismo bianco, diventava il nuovo Doge, compreso un presidente dei confindustriali veneziani che avrebbe dovuto perpetuare i fasti e soprattutto i nefasti dell’industrializzazione dopo Volpi e Cini, ma che invece passò alla storia come il Banal Grande per via di uno scarso spirito di iniziativa e di una inclinazione a non accorgersi degli eventi in corso, autunno caldo compreso.

Avrebbero aspirato a farsi chiamare così anche i sindaci che seguirono quello della liberazione, il comunista Gianquinto, Tognazzi, Gavagnin, e anche quel Favaretto Fisca che visto al giorno d’oggi fa sembrare la Venezia d’allora Atene sotto Pericle, non foss’altro che per l’iniziativa di affidare il progetto di un nuovo ospedale cittadino a Le Corbusier, ipotesi fallita per tenere aperto quel cantiere perenne al servizio di imprese e clinici bramosi di lasciare un’impronta con padiglione intitolato,  ridotto oggi a dépendance del nosocomio di Mestre.

Venne chiamato il Doge anche il gran borghese  trevigiano Bruno Visentini,  cui si devono le leggi che riformarono le norme per la stesura dei bilanci societari ma anche una proposta di governo istituzionale, purtroppo molto imitata anche ultimamente, sdegnosamente avverso alla Lega e altrettanto ostile alla megalomania modernista dell’Expo in laguna. Fu proprio lui uno di quelli che si batté con più energia in Parlamento per far approvare la prima legge speciale per la salvaguardia di Venezia, nel 1973, poi distorta e manipolata per allestire annuali mangiatoie per le belve del Mose.

Perché già nel maggio del 1952, Angelo Spanio, democristiano, primario medico prestato alla politica, da poco meno di un anno sindaco di Venezia aveva convocato in Municipio una ventina di giornalisti, tra i quali i corrispondenti dei maggiori giornali italiani e delle più note agenzie di stampa italiane ed estere, per “avvertire il Paese e il mondo che la città unica […] minaccia di soccombere all’offesa delle maree, delle correnti, della salsedine”, ma fu la tremenda alluvione del 1966 a rivelare la vulnerabilità della città, la sua fragilità fisica. Intorno a questa consapevolezza “come intorno al letto di un malato”, si disse,  si strinse un sodalizio internazionale che voleva contribuire alla sua tutela e difesa dalla acque, si. Ma non da un destino segnato che il ceto dirigente attuale vuole realizzare completamente, quello di una città senza identità, senza storia, senza abitanti condannata a essere la meta più ambita, la destinazione preferita dell’immaginario collettivo.

E’  in quegli anni che il più grande prodigio urbanistico, l’utopia realizzata, diventa invece il laboratorio della distopia, della perdita del senso delle città e del welfare urbano, della gestione del territorio e dell’abitare retrocessa a pratica negoziale con speculazione e rendite, culminata esemplarmente in quel nefando mostro giuridico, un ente padrone della città che fa e disfa e si fa pagare e corrompe per fare e disfare costruendo il suo successo affaristico sul fango. E che ingoia risorse e investimenti, quelli dello Stato, quelli della Legge Speciale, quelli dei cittadini, progressivamente cacciati, costretti all’esodo per il trasferimento dei servizi in terraferma, per i prezzi delle case e gli affitti esosi, per lo stato di abbandono del patrimonio immobiliare, problema non nuovo se nel 1952 nel pieno della “ricostruzione” il Comune diagnosticò che circa 700 famiglie vivevano in alloggi “impropri” e degradati.

Eppure in quegli anni ’70 ce n’era di gente che avrebbe dovuto fermare l’esproprio reale e l’alienazione morale di Venezia: c’erano poeti maledetti e amati che si sedevano nei caffè a riempire quaderni di versi con una scrittura antiquata e veloce, c’erano storici e storici dell’arte, c’erano artisti impegnati nel sociale, c’erano architetti e urbanisti usciti da quella fucina di talenti e sapere che era l’Iuav. C’erano i luoghi: l’Arsenale oggi definitivamente alienato e consegnato al Consorzio Venezia Nuova, c’era la Breda, c’era il Mulino Stucky i cui dipendenti lottavano per mantenerlo in attività al suono della Marangona, c’erano le vetrerie dove artisti e maestri vetrai realizzavano quelle creazioni che contribuirono alla fama commerciale del Made in Italy, c’era il Porto, convertitosi ormai in procacciatore di incarichi per il Consorzio e in agente locale delle multinazionali dei corsari. E poi c’erano gli artigiani e le loro botteghe oggi sostituite dalle catene commerciali che espongono merci tutte uguali qui come a Dubai, le telerie, le scarpe su misura dei calegheri, le sartorie che cucivano anche i costumi per la Fenice,  le imprese al lavoro per la Biennale o la Mostra del Cinema, quelle impegnate nella manutenzione del patrimonio abitativo e artistico, che allora ancora si faceva.

E c’erano gli operai di Porto Marghera: qualcuno a Venezia ci abitava, tutti si sentivano comunque veneziani, ricattati allora come oggi, là come all’Ilva, persuasi a accettare come ineluttabile la prospettiva di una seconda zona industriale (e poi di una terza) che doveva essere   “una ripetizione pura e semplice” dell’operazione compiuta da Volpi per la prima zona con l’insediamento di aziende private in un territorio bonificato (l’imbonimento per la prima aveva sottratto alla laguna circa 600 ettari di barene, per la seconda almeno 1000) urbanizzato e munito di servizi a carico del bilancio pubblico a fronte dell’impegno degli industriale per la promozione nelle aree concesse dallo Stato di attività di piccole  medie imprese ai fini di “una maggiore armonia produttiva, più propulsivo impiego di capitali, maggiore occupazione operaia”.

Si ce n’era di gente che avrebbe dovuto capire che questo progetto di sviluppo “armonioso” affidato a un  Consorzio per lo sviluppo del porto e della zona industriale di Porto Marghera condizionato dai grandi gruppi, Montecatini ed Edison era illusorio.

Ce n’era di gente che avrebbe dovuto battersi contro la sua “ristrutturazione”   iniziata nel 1981 che  parte dallo stabilimento Petrolchimico dove per la prima volta viene introdotta la cassa integrazione speciale che porta via via all’espulsione di 2751 lavoratori e dove vengono istituite  figure anomale di mediatori che in regime clientelare e arbitrario conducono trattative individuali tra lavoratori e aziende.

Ce n’era di gente che avrebbe dovuto capire che quello che accadeva nella giunta veneziana con l’ingresso trionfale del Pci nella maggioranza era il trailer di quello che via via si sarebbe verificato, in un nuovo consociativismo di organizzazioni sindacali CGIL CISL UIL, referenti dei partiti della “sinistra” PCI e PSI insieme alla Dc, che avrebbe svendute e smantellate tutte le conquiste delle lotte dei lavoratori. Che doveva sospettare della “rivoluzione” del 1975 col varo di una giunta di sinistra con il socialista Mario Rigo sindaco e il comunista Giovanni Pellicani nel ruolo di vicesindaco, tra le cui priorità si collocava il progetto di difesa dalle acque alte e il rilancio del Carnevale. Così come avrebbe poi dovuto sospettare della sdegnosa conduzione del governo della città del divino schizzinoso, esecutore apparentemente recalcitrante delle politiche di conversione della città in sito museale, ancorché ben difesa dalla formidabile creazione ingegneristica.

Quello che accadde in quegli anni a Venezia stava verificandosi in tutto il Paese grazie anche all’ascesa di una generazione politica cinica e spregiudicata, incantata dai miti sviluppisti e efficientisti, posseduta dal demone dell’ambizione e priva di senso dello Stato e delle istituzioni, della quale il Kennedy lagunare diventato il godereccio Falstaff dei locali notturni era il prototipo, mettendo una indubbia intelligenza al servizio del padronato, da Ministro del Lavoro, con il decreto di San Valentino del quale fu estensore, quello che tagliò quattro punti di contingenza e che Berlinguer considerava «una sorta di violazione della Costituzione materiale», della fortezza europea  da entusiasta sottoscrittore in qualità di ministro degli Esteri, dei Trattati di Maastricht, senza i quali, disse, il Paese avrebbe preso una deriva «sud-mediterranea», da fautore del modernismo più cialtrone e fatuo con il progetto dell’Expo a Venezia anteprima per fortuna irrealizzata dei Grandi Eventi che dovrebbero restituirci reputazione in previsione della trasformazione definitiva in Luna Park mondiale, da cauto ma benevolo spettatore delle più visionarie ipotesi di metropolitane lagunari e sublagunari, annunci spericolati di sottovie fiorentine, Tav e ponti sullo Stretto.

Pare che Gianni De Michelis abbia concluso la sua vita malato e in miseria avendo continuato a pagare i debiti contratti nella sua attività pubblica, distinguendosi così dai dirigenti politici e dai leader del suo tempo, ma icona simbolica di un ceto che ha ballato l’estate e fa scontare a noi povere formiche il suo istinto di cicala.

Sorgente: Nero veneziano | Il simplicissimus

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