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L’accusa della Procura: così i Renzi creavano e chiudevano le coop – La Stampa

Una serie di prestanome a loro insaputa. Tiziano in una mail: Cambiamo il presidente e dirottiamo lavoro alla nuova società»

grazia longo
inviata a firenze

Una cooperativa inghiottita dentro un’altra, come una matrioska russa, perché «non appena maturava la difficoltà economica veniva caricata di debiti previdenziali e fiscali fino al fallimento». A questo puntavano, secondo l’accusa, i genitori dell’ex premier Matteo Renzi (agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta e falsificazione di fatture) ritenuti «amministratori di fatto» delle varie cooperative intestate a prestanome spesso inconsapevoli. Tutto per arricchire la loro diretta società «Eventi 6» che, infatti, dal 2014 al 2018 ha visto lievitare il suo volume d’affari da 1 a 7 milioni di euro, con un numero di dipendenti «modestissimo» (da 3 a 7), operando sostanzialmente attraverso le cooperative che fornivano alla società il personale per la distribuzione dei volantini pubblicitari. Alimentando così anche il mercato del macero, perché i volantini venivano stampati in eccesso.

Dalle indagini della Guardia di finanza emerge che il «sistema Renzi» si sviluppava a scapito delle altre cooperative Delivery Service, Europe Service e la Marmodiv per la quale la procura di Firenze ha chiesto il fallimento nell’ottobre scorso. E – come si legge nelle 36 pagine della richiesta di misura cautelare avanzata dal procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo e l’aggiunto Luca Turco – con Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio, che metteva nero su bianco le sue intenzioni. Scriveva in una email: «Creiamo una nuova cooperativa e la mettiamo pronta. Quando abbiamo preso in mano i lavoratori ed abbiamo capito facciamo il blitz, cambiamo il presidente e chiudiamo Marmodiv per mancanza di lavoro che nel frattempo dall’oggi al domani lo dirottiamo alla nuova. Ditemi se come strategia può andare sostanzialmente baci in bocca fino a gennaio e poi una calorosa stretta di mano».

Salgono a 18 gli indagati, compresi i tre arrestati (oltre a Tiziano Renzi e Laura Bovoli ai domiciliari anche l’imprenditore ligure Mariano Massone) per presunti reati commessi tra il 2010 e il 2018. Ma gli inquirenti non escludono che anche a ritroso, andando indietro fino al 2000, possa essere stato orchestrato il «modus operandi criminogeno».

Tra i prestanome, le teste di legno che formalmente comparivano nelle società, anche Cristina Carabot, «nipote degli indagati Bovoli e Renzi che ha riferito di aver partecipato alla costituzione della cooperativa su richiesta di un uomo di cui non sapeva indicare le generalità, di ricordare di aver versato una somma per la costituzione della società ma di non ricordare l’ammontare (si tratta di una somma di 14.800 euro)». O come Lavinia Tognaccini, «all’epoca dei fatti studentessa presso l’Istituto di Belle Arti, la quale ha riferito di essere stata contattata da Tiziano Renzi, amico della sua famiglia e, nutrendo fiducia nell’uomo, si era recata su sua indicazione dal notaio senza chiedere particolari spiegazioni». O ancora come Ettore Scheggi, «che all’epoca era neomaggiorenne, ha riferito di essersi recato presso lo studio notarile su indicazione di Gioia Palai (deceduta) amica della madre».

Anche i dipendenti spesso non si rendevano conto di quanto succedesse. Marco Dolfi, ad esempio, ha dichiarato a verbale «di essere stato assunto da Tiziano Renzi, per conto della Delivery Service. L’ho conosciuto a qualche assemblea politica. Successivamente il mio referente è divenuto Simone Verdolin, ma credo che lo stesso sia stato il mio referente per conto di un’altra società». A oltre 1 milione di euro ammontano le fatture false o gonfiate per poter scaricare l’Iva, anche grazie alla compiacenza di 7 pakistani e due carrozzieri.

I tre arrestati (per Massone era stato sollecitato il carcere perché già condannato due volte per bancarotta fraudolenta) saranno interrogati lunedì. «I coniugi Renzi risponderanno alle domande dei giudici», annuncia il loro avvocato Federico Bagattini, che ribadisce «l’uso sproporzionato dei domiciliari». Ieri intanto si è smorzata la polemica su tempi dell’arresto: i tre mesi impiegati dalla gip Angela Fantechi sono fisiologici e i domiciliari sono scattati 5 giorni dopo l’emissione della misura perché Massone, affidato ai servizi sociali per precedente condanna, era in viaggio.

Sorgente: L’accusa della Procura: cosìi Renzi creavano e chiudevano le coop – La Stampa

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