Il declino della verità, Bernard-Henri Lévy: “Così si è imposto il potere delle fake news” – La Stampa

15 Febbraio 2019 0 By ken sharo

Invitato da Google Europe a un seminario di riflessione sul declino della verità e il diffondersi delle fake news e i mezzi per fermarle, comincio con l’inquadrare la vicenda nella sua storia e nel suo contesto. Cito le Riflessioni sulla guerra spagnola dove George Orwell spiega che «nel 1936 la storia si è fermata» perché lì, in Spagna, ha scoperto «per la prima volta», «articoli di giornale che non avevano alcun rapporto con i fatti»; lì ha avuto «l’impressione» che fosse «la nozione stessa di verità» che, rovinata dai fascismi rossi e bruni, stava «per scomparire da questo mondo»; ed è lì, in sostanza, che Goebbels è diventato possibile («Decido io chi è ebreo e chi non lo è») o, un giorno, Trump («Avete i vostri fatti? – noi abbiamo i nostri – che sono fatti alternativi!»).

Da Nietzsche a Putin e Trump

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Continuo evocando, a monte e a valle di questa rivoluzione totalitaria, i punti focali, ovvero:

1) il «criticismo» di Kant, che, separando il noumeno del fenomeno, limitando la nostra conoscenza a quest’ultimo e postulando che possiamo sapere solo quello che ci lasciano intravedere i filtri della sensibilità, le categorie della comprensione e le idee della ragione, inietta nel rapporto con la verità una parte di soggettività di cui i sostenitori della Brexit, per esempio, sarebbero oggi le lontane vittime;

2) un «prospettivismo» nietzschiano che, facendo della verità un «punto di vista», fino a giudicare «vero» il punto di vista che rafforza una vita, «falso» quella che la avvilisce e la sminuisce, provoca un secondo shock da cui possiamo benissimo immaginare si sia diffusa la deriva che porta fino alle notizie false di Putin o, ancora, di Trump;

3) il «decostruzionismo» post-nietzschiano che, storicizzando la «volontà di verità» (Foucault), mettendo l’oggetto «tra virgolette» (Derrida) e separandolo dal suo referente («la conoscenza dello zucchero non è zuccherata», Althusser), annegandone la testimonianza, infine, in una nuvola di grafici e schemi (Lévi-Strauss) o nel nodo borromeo (Lacan), ci ha fatto perdere il contatto con quanto il Vero poteva avere di semplice, solido, inconfutabile.

Nel pollaio del web

E quindi colloco la responsabilità di Internet e dei Gafa (Google, Apple, Facebook e Amazon, ndt) lì, alla fine del processo e di una sequenza finale i cui stadi sono, grosso modo, i seguenti. Numero, quasi infinito, delle parole liberate dalla democrazia digitalizzata. Il web diventa una ressa, per non dire un pollaio, dove ognuno è saldo nella sua opinione, nella sua convinzione e sostiene la sua verità Il web diventa una ressa, per non dire un pollaio, dove ognuno è saldo nella sua opinione, nella sua convinzione e sostiene la sua verità. E, al fondo di una china resa inavvertibile dal rimbombo di quegli acufeni che sono i tweet, i retweet e i vari post con cui bombardiamo il web, ora, per questa nuova, recente verità, esigiamo il rispetto dovuto alla precedente. Si era partiti dall’idea che tutti hanno lo stesso diritto di esprimere la propria opinione, ora si arriva a dire che tutte le opinioni espresse hanno lo stesso valore.

Un patchwork di certezze

Si è cominciato col chiedere: «ascolta, comprendi quello che dico»; poi è diventato: «qualunque cosa tu pensi, rispetta quello che dico»; e ora finisce con l’essere: «non venirmi a dire che un modo di pensare è superiore a un altro e che, in questo chiacchiericcio globalizzato in cui ci arrabattiamo per tenere il punto, ci sarebbe una scala delle verità».

Si pensava di democratizzare il coraggio della verità, caro all’ultimo Foucault; si pensava di dare a tutti gli amici della verità i mezzi tecnici perché anche loro potessero contribuire, con audacia e moderazione, alle avventure della conoscenza. Ma no! Questo è un banchetto! È il corpo della Verità quello che è stato messo sul tavolo! Si pensava di democratizzare il coraggio della verità, caro all’ultimo Foucault; si pensava di dare a tutti gli amici della verità i mezzi tecnici perché anche loro potessero contribuire, con audacia e moderazione, alle avventure della conoscenza E, mosso da un istinto cannibale, ognuno ha cominciato a smembrarlo! Ognuno si è confezionato un patchwork di certezze e sospetti con questi lacerti insanguinati e poi in decomposizione; ed ecco, poteva non risorgere, accanto all’eleganza dei greci, la perversità di quei famosi sofisti secondo i quali la verità è solo un’ombra incerta, l’uomo è la misura di tutte le cose, e la verità di uno vale esattamente come quella del vicino?

A partire da questo, e visto che sono ospite di Google, propongo a Carlo D’Asaro Biondo, suo «presidente responsabile delle collaborazioni e delle relazioni strategiche», tre idee concrete e, mi pare, abbastanza «strategiche».

Siamo tutti a un bivio

Una hall of shame, un Olimpo della vergogna che, in collaborazione con i 50, i 100 o i 200 più grandi giornali del mondo, elenchi, in tempo reale, le fake news più devastanti a livello globale. Un concorso che, sul modello delle accademie francesi del XVIII secolo da cui uscirono (scusate se è poco) i due Discorsi di Rousseau, inviti il popolo del web a proporre il testo, il video, l’opera che con la potenza della verità o dello scherzo inchiodi le notizie false più dannose – e, naturalmente, riconosca e premi il vincitore. E poi, due secoli e mezzo dopo Diderot, la compilazione di una nuova «Enciclopedia» – sì! Una vera enciclopedia! L’opposto, quindi, di Wikipedia e del suo brodo di scarsa cultura! Perché chi altro se non uno dei Gafa, queste imprese mondiali, ha il potere, se così decide, di riunire migliaia di veri e capaci studiosi, di tutte le discipline, di elaborare uno stato della conoscenza disponibile all’inizio del XXI secolo?

Enciclopedia o ignoranza. Ricucire la trama della verità o rassegnarsi alla sua definitiva lacerazione. Addentrarsi sempre più nella Caverna, nella sua profusione oscura e vociferante o iniziare, forse, a uscirne. Non vorrei dare a questo seminario di Google più importanza di quello che merita. Ma potrebbe essere l’inizio di una presa di coscienza? Il segno che si sta rimettendo qualcosa in discussione, un’inversione di rotta? Potrebbe essere che faccia tornare in auge la responsabilità, nel bene e nel male? Nel distruggere come nel rimediare? Di disoperare il mondo e di rimetterlo al lavoro? Siamo tutti a un bivio.

Traduzione di Carla Reschia

Sorgente: Il declino della verità, Bernard-Henri Lévy: “Così si è imposto il potere delle fake news” – La Stampa

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