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di Alfonso Navarra* e Luigi Mosca** (membri di ICAN)

* Giornalista, coordinatore del collettivo ‘Disarmisti esigenti’  ** Fisico, già direttore del ‘Laboratoire Souterrain de Modane’ (LSM)

Prima di passare a considerazioni legate all’attualità, partiamo da una premessa più strutturale sull’angosciosa “condizione atomica” in cui si è cacciata la civilizzazione umana.

Ben documentati – si pensi solo al ‘caso Petrov’ del 1983 –  possiamo affermare che esiste un pericolo concreto di “guerra nucleare anche solo per errore”: questo rischio andrebbe messo in cima alle ragionevoli preoccupazioni di chiunque abbia a cuore la sopravvivenza della specie umana sulla Terra.

Se da un lato spetta ai nove Stati dotati di armi nucleari prendere una iniziativa risolutiva di denuclearizzazione, compete anche a noi, società civile, di aiutarli a raggiungere tale consapevolezza. Serve cioè una “esigente” pressione dal basso la cui base di riferimento è il Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW), promosso principalmente dalla Rete International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN), adottato in sede ONU nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021.

Quale degli Stati nucleari potrebbe essere l’iniziatore di un simile processo? Potremmo pensare alla Cina che, nonostante il suo regime totalitario, ha adottato un atteggiamento relativamente aperto nei confronti del processo che ha portato all’adozione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e che è l’unica potenza nucleare ad aver completamente escluso dalla sua dottrina qualsiasi forma di “attacco nucleare per prima”. Come primo passo, la Cina potrebbe proporre la creazione di un Gruppo di lavoro, composto da esperti dei nove paesi nucleari (un WG9) con la missione specifica di formulare una ‘road map’ realistica per un disarmo multilaterale coordinato, che servirebbe poi come base per i negoziati tra i nove Stati nucleari e i loro alleati. Allora l’adesione universale al TPNW non dovrebbe più incontrare ostacoli significativi. 

Negli ultimi tempi il rischio di guerra nucleare, intenzionale o accidentale, è ancora aumentato, principalmente a causa di due fattori: 1) lo sviluppo delle “mini-nukes”, cioè armi nucleari di potenza intermedia tra quella della bomba di Hiroshima e quella delle armi convenzionali. Queste “mini-armi nucleari” sono più facili da usare sui campi di battaglia e quindi romperebbero il “tabù” dell’uso delle armi nucleari, con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare, 2) il possibile utilizzo degli algoritmi di IA (“Intelligenza Artificiale”) nella rilevazione di attacchi nucleari e, cosa ancora peggiore, nel processo decisionale per un’eventuale ritorsione.

Di conseguenza, dobbiamo concentrarci principalmente su questi due fattori di rischio, oltre a quello di una possibile deriva delle guerre attualmente in corso, per spingere gli Stati dotati di armi nucleari a decidere un disarmo nucleare globale.

Per quanto riguarda i fattori ansiogeni sul futuro della intera società umana, assistiamo a una brutta ‘gara’ tra rischio nucleare e rischio climatico, del resto tra loro intrecciati. Avevamo già segnalato questo nesso  con un working paper alla Conferenza Onu del 2017 nella quale venne formulato e poi adottato il già citato trattato TPNW. Stiamo assistendo ora, con la stessa ansia manifestata dalla maggioranza del popolo italiano, a una pericolosa deriva bellica: la “guerra mondiale a pezzi”, denunciata da Papa Francesco (che detiene il copyright dell’espressione) la quale rischia di ampliarsi e unificarsi in una conflagrazione potenzialmente mondiale.

Il focolaio più pericoloso è il conflitto ad alta intensità (la guerra d’attrito tra grandi eserciti che si spostano sui carri armati e scavano trincee) che ha preso piede in Ucraina dall’invasione russa del febbraio 2022; ma anche la crisi palestinese, riaccesa il 7 ottobre 2023, sullo sfondo della contesa tra Israele e Iran (e gli altri conflitti tra medie potenze dell’area), che è fonte di gravi e nervose preoccupazioni del tutto giustificate.

Eppure, negli anni che hanno seguito la dissoluzione dell’URSS, vi era stato un netto riavvicinamento tra la Russia e l’Occidente: nel 1997 era stato firmato l’Atto Fondatore NATO-Russia, che fu rotto in seguito all’invasione dell’Iraq da parte della NATO nel 2003, senza mandato dell’ONU, basata su una totale menzogna e senza aver consultato la Russia di Putin!

Si tratta ora di riprendere un dialogo Est-Ovest interrotto circa 20 anni fa, in modo da passare da una ‘cultura del nemico’ (perdente-perdente) ad una ‘cultura della cooperazione’ (vincente-vincente).

Noi, Disarmisti esigenti, nati come progetto nel 2014, abbiamo partecipato sin dai suoi inizi a questo cammino della rete ICAN; ed ora, nel contesto della nostra campagna “Italia ratifica” ma con un’ottica internazionale, abbiamo proposto l’idea di un collegamento tattico tra due campagne: ICAN e No First Use Campaign (NFU).

Questa proposta si è di recente tradotta in un working paper, preso in conto dal Secondo meeting degli Stati parte TPNW, che si è svolto a New York dal 27 novembre al 1° dicembre 2023, essendo presente, anche come nostro rappresentante, Sandrino Ciani. Questo working paper sarà discusso durante il Terzo meeting degli Stati parte del TPNW, a New York nel 2025.

Le proposte che avanziamo di modifica del Trattato sono due: 1) proibire tutte le armi nucleari, qualunque sia la loro potenza; 2) stabilire una categoria riconosciuta formalmente di Stati “collaboratori” (“fiancheggiatori”) del Trattato, vincolata a una dichiarazione sul ‘no first use’.

Sarebbe apprezzabile che l’adozione ufficiale di dottrine sulla deterrenza che escludano un primo colpo nucleare in qualsiasi circostanza sia accompagnata da misure, sotto controllo da parte dell’IAEA, che rendano più difficile la guerra nucleare per errore, come la de-allerta delle testate e la separazione delle stesse dai loro vettori. È da segnalare inoltre che il TPNW, all’articolo 4, prevede un periodo di conversione e una certa flessibilità nelle forme di adesione da parte degli Stati dotati di armi nucleari e degli Stati che ospitano armi nucleari controllate da un altro Stato (come nel caso dell’Italia).

Quanto alla situazione conflittuale nel Medio Oriente, essa evidenzia anche i rischi di proliferazione, aventi come base l’intreccio tra nucleare militare e nucleare civile.

È questo il caso dell’Iran : la vicenda che ha portato prima all’accordo Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA), poi al ritiro da esso di Trump, può essere utilizzata per cogliere il “mistero” del rapporto tra nucleare civile e nucleare militare. Allo scopo basta riflettere sulle notizie che ci offre la stampa, per nulla segrete, squadernate belle belle sotto i nostri occhi, che ci dicono tre cose :

  • esistono delle tecnologie di arricchimento dell’Uranio (le famose centrifughe) che, così come preparano il combustibile nucleare da “bruciare” nei reattori, allo stesso modo, con un aumento ulteriore (almeno sino al 90%) dell’isotopo fissile, l’U(235), nell’Uranio naturale, producono l’esplosivo per le bombe nucleari;
  • i programmi “civili” di un Paese possono quindi servire di base a finalità militari ed è lo Stato l’attore principale che li progetta, finanzia e realizza;
  • questi programmi cripto-militari vengono spesso giustificati in modo subdolo con scopi di utilità sociale. Si pensi alle centrali nucleari che dovrebbero, si fa per dire, risolvere il problema energetico dell’Iran: i persiani sono tra i principali produttori di petrolio al mondo ma non hanno le raffinerie per produrre la benzina che farebbe circolare le loro auto. Se avessero una reale preoccupazione energetica non penserebbero innanzitutto a come procurarsi delle semplici tecnologie di trasformazione petrolifera?

Vi è poi il danno, anch’esso considerevole, che potrebbe essere arrecato colpendo una centrale nucleare civile : il fallout radioattivo di una fusione del ‘nocciolo’ di ogni reattore sarebbe superiore a quello di esplosioni da armi nucleari di media potenza, anche se spazialmente meno esteso. Non stiamo avanzando ipotesi fantastiche : gli attacchi, per ora limitati, alle centrali di Zaporijja e di Isfahan mostrano come ci si stia irresponsabilmente avvicinando, dentro la deriva bellica in cui ci siamo infilati, a prendere in considerazione perfino l’attacco agli impianti nucleari civili come innesco per un “first strike” (primo colpo), che, in rapida escalation, potrebbe condurre ad una conflagrazione ben più estesa. E mentre accade questo, dobbiamo, da ultimo, anche registrare che il nucleare civile è rientrato ufficialmente nei piani del governo italiano.

Qui forse, come movimenti di base, dovremo ricorrere al terzo referendum, dopo quelli vinti nel 1987 e nel 2011. Dobbiamo ancora fare leva sulla volontà popolare che chiaramente si espresse in queste consultazioni popolari per soffocare all’origine il rilancio del nucleare in Italia.

Immagini:

1) “T1539 Controller for Nuclear Weapon Locks” di rocbolt  – CC BY-NC 2.0.

2) Disarmisti esigenti

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 53 di Maggio – Giugno 2024: “Chi fa la guerra non va lasciato in pace

Sorgente: L’atomo “civile” aggrava il rischio di una guerra nucleare – ATTAC Italia


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