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25 April 2024
0 7 minuti 2 mesi

L’OTTO MARZO. La mobilitazione indetta da NonUnaDiMeno incontra le istanze delle attiviste con disabilità: da Sud a Nord, per la prima volta le manifestazioni si dotano di strumenti per diventare accessibili. Le voci di Marta Migliosi e Ambra Zega

La lista delle piazze sembra non finire mai: sono 39 le città a mobilitarsi oggi, da Cuneo a Gela, passando per Cagliari, Brindisi e Messina – finalmente il Sud non è sottorappresentato – per arrivare ai centri più grandi, Roma Milano Napoli Firenze Torino Bologna. La chiave di questa giornata di lotta sembra essere l’unione delle forze nella pluralità del loro esprimersi, senza lasciare nessuna indietro, come sottolinea già il nome della grande piattaforma NonUnaDiMeno, il collettivo espanso che dal 2017 ha scelto di interpretare la ricorrenza dell’otto marzo come uno sciopero transfemminista.

LE RAGIONI per scendere in piazza quest’anno sono forse ancora più numerose del solito. Un governo di destra dove la prima premier donna è uno specchietto per le allodole rispetto a politiche ben poco inclusive. La guerra in Medio oriente e in Ucraina il cui conto si presenta anche e soprattutto sui corpi delle donne. E poi, l’ondata di indignazione e la rabbia che ancora respiriamo per l’uccisione di Giulia Cecchettin, con mezzo milione di persone accorse a manifestare contro la violenza patriarcale lo scorso 25 novembre.

LA REDAZIONE CONSIGLIA:

Tsunami fucsia su Roma. Contro la violenza di genereSe ne potrebbero aggiungere molte altre di ragioni. Una di queste è che, per la prima volta, tutti i cortei si sono dotati di strumenti per rendersi accessibili alle persone con disabilità. Una piccola rivoluzione partita da una lettera aperta scritta da due attiviste, Asya Bellia e Marta Migliosi. Quest’ultima, raggiunta al telefono, afferma: «Tutto è iniziato con la manifestazione del 25 novembre: anch’io volevo venire al corteo a Roma, ma alle domande sulle caratteristiche del percorso, sulla presenza di un’assistenza, sulle barriere architettoniche, non avevo avuto alcuna risposta.

E se i cortei non sono accessibili, ciò denota una mancanza di ascolto». Il cuore della lettera era proprio il racconto della difficile esperienza che alcune attiviste con disabilità avevano vissuto in piazza quel giorno, nella migliore tradizione femminista del personale che si fa politico, facendosi portavoce di un’istanza condivisa da molte. «Quello che volevamo era che le pratiche venissero messe in discussione. Se si prende coscienza dell’abilismo imperante, si vedrà che le persone socializzate come donne che hanno una disabilità sono maggiormente esposte all’oppressione patriarcale, così come si metterà in questione il livello di produttività a cui siamo costrette al lavoro. È una presa di parola, e anche per questo vogliamo manifestare» racconta ancora Migliosi.

La buona notizia è che la dura critica che la lettera indirizzava al movimento è stata recepita e ha innescato un processo di confronto. «Abbiamo deciso di coinvolgere le associazioni e i collettivi che promuovono la tutela dei diritti delle persone con disabilità e il loro diritto all’indipendenza e all’autonomia, come Disability Pride con cui abbiamo collaborato». A raccontarlo è Ambra Zega, del gruppo Accessibilità a cura di NonUnaDiMeno Roma. «Vogliamo sia chiaro, nel nostro collettivo sono bandite le espressioni di pietismo e commiserazione. Siamo persone che vogliono lottare e manifestare, prima ancora che disabili. Siamo esseri umani e tutti gli esseri umani, bene o male, sono portatori sani di diversità e di complessità. Tutti devono essere inclusi».

UNA PROSPETTIVA che mette in discussione un certo modo di stare in piazza, un atteggiamento muscolare o testosteronico di occupare lo spazio, in favore di una propensione alla cura – il che non significa «ammorbidire» la contestazione. «Tutti gli esseri umani hanno diritto di manifestare il proprio dissenso e li dobbiamo mettere nelle migliori condizioni per farlo, perché così avviene il cambiamento culturale» spiega ancora Zega.

Per mettere in pratica questi principi, a Roma come in altre piazze, è stata lanciata una chiamata per persone che si volessero rendere disponibili per fornire assistenza durante il corteo. «Chiunque, nel proprio piccolo, può dare un contributo significativo a una persona che ha delle necessità. E poi ci sono anche persone specializzate, operatori socio sanitari, insegnanti di sostegno, educatori e logopedisti, interpreti di lingua dei segni. Abbiamo avuto una grande adesione». I volontari e le volontarie saranno riconoscibili per una fascetta bianca al braccio e al Circo Massimo saranno riuniti dietro lo striscione «Disability Pride Network».

Nel percorso sono stai previsti dei punti di decompressione dove chi soffre di disturbi di ipersensibilità si potrà riposare dagli stimoli del corteo, sarà resa disponibile una mappa dove saranno segnati i bagni accessibili e le panchine. Il camion avrà a disposizione una pedana e l’aiuto umano sarà determinante per superare le barriere architettoniche di una città difficile come Roma. Tutti gli interventi saranno poi tradotti in tempo reale in Lis.

«L’INCLUSIVITÀ è diventata finalmente un tema politico ma il punto è che vogliamo poter andare in piazza! – afferma Migliosi – Anche la storia, credo, può aiutarci. Fino alla fine degli anni ’80 le persone trans e queer non erano visualizzate all’interno del movimento femminista. Ora sta accadendo lo stesso tipo di fenomeno: abbiamo chiesto anche noi di entrare, di esserci». La giornata di oggi, insomma, sarà storica. Abbattere non solo più con i discorsi ma anche con la pratica i muri che ancora discriminano, mettere in discussione i canoni che rendono un corpo accettabile o abbastanza performante per una protesta. I frutti che stiamo raccogliendo dal movimento transfemminista sono sempre più preziosi.

Sorgente: Tutte in strada. Cortei inclusivi in 39 città: una giornata storica | il manifesto

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