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Hadombrato su questo giornale una possibile matrice Cia-servizi di sicurezza ucraini della strage di Mosca che ha suscitato consensi e critiche. Raggruppo queste in due filoni: a) gli americani avevano avvertito l’Fsb che era imminente un attentato ed è quindi illogico pensare a una loro responsabilità visto che, come banalizza Gramellini sul Corsera, nessun ladro telefona alla vittima che sta per derubarla. La mia risposta è che la reale segnalazione all’Fsb può essere stata artefatta, nei tempi e nei modi, allo scopo di depistare il servizio russo e precostituirsi un alibi. Cose che possono succedere nelle relazioni tra due intelligence di Paesi in guerra. È innegabile, comunque, il clamoroso fiasco dell’Fsb, parallelo a quello della Cia che ha sopravvalutato l’effetto politico-militare del massacro. b) L’assenza di prove empiriche a sostegno della mia ipotesi. Confermo ancora una volta di non pretendere di conoscere la verità. Ho fondato la mia interpretazione su due eccezionali inchieste del New York Times (28.2.24) e del Washington Post (23.10.23) che mostrano come i servizi ucraini siano una estensione della Cia e contengano due divisioni specializzate in azioni cruente, inclusi assassinii di civili nel territorio russo. Mi ha influenzato anche la mia esperienza di collaboratore di grandi casi giudiziari (attentato al Papa da collaboratore del presidente del collegio giudicante Santiapichi, Andreotti-Cosa Nostra da collaboratore di Falcone, attentati del ‘93 da consigliere Dia). In nessun omicidio o strage di larga portata si può pretendere di trovare la pistola fumante. E meno che mai partendo induttivamente dalla scena del crimine e dai killer. Le indagini in questi casi partono spesso dalle ipotesi deduttive fatte a ridosso dell’accaduto. Una volta formulate, queste ipotesi possono essere modificate solo in un secondo tempo e a fatica (indagini sull’attentato al Papa partite seguendo la pista bulgara e finite con la pista islamica, indagini sull’11 settembre iniziate con l’Afghanistan e l’Iraq e finite con l’Arabia saudita). Le prime piste tendono a seguire l’agenda politica del momento, incolpando il devil du jour più comodo (l’attentatore isolato per Kennedy, l’Unione Sovietica per il caso Papa, l’Isis per la strage di Mosca). L’importante è distogliere l’attenzione dalla pista più logica, e più promettente (establishment anticomunista-bellicista per Kennedy, complicità politiche-istituzionali per i delitti di mafia, guerra e Cia-servizi ucraini oggi). Solo nel caso delle stragi del ’93 e di qualche altro delitto di mafia ci si è avviati subito lungo la pista giusta. Ma la verità giudiziaria, per i casi maggiori, non si è mai trovata.

(DI PINO ARLACCHI – ilfattoquotidiano.it)

Sorgente: Strage al concerto: l’ipotesi della mano dei Servizi esteri segue due inchieste – infosannio – notizie online

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