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Una legge di non facile applicazione e un grande progetto ma tutto privato: così in Italia proteggiamo i sopravvissuti alla violenza

Elisa Messina

«Orfani speciali» li chiamava Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa che, per prima (prima anche dello Stato) si dedicò a una ricerca sugli orfani dei femminicidi: «Quei tanti orfani di mamme uccise dai padri. Tanti, tantissimi ma ignorati e segregati – Scriveva Baldry nel 2017 nel presentare un enorme dossier a cui lavorava da tre anni – Come stanno oggi, dopo 5, 10, 15 anni da quel tragico e assurdo giorno? Chi sono? dove sono adesso? E cosa è accaduto loro, dove stanno, con chi? A questi figli cosa è stato detto? La legge cosa ha fatto di loro? E quegli adulti che si sono ritrovati ad aprire le loro case che sostegno psicologico ancora prima che economico è stato dato, se è stato dato, dovendo loro stessi, i familiari delle vittime, elaborare il loro di lutto e trauma, nonché gestire tuti i problemi sociali e giuridiche derivanti dall’omicidio?».

Quando Baldry si poneva queste domande gli orfani di femminicidio erano, agli occhi della legge, equiparati a tutti gli altri orfani. Il legislatore non si era posto il problema di pensare al loro diritto di futuro oltre il lutto tremendo che li aveva colpiti. Oggi, a quasi dieci anni dalla partenza del primo progetto di mappatura dedicato a loro e alle persone che se ne prendono cura, possiamo dire che qualcosa si è mosso, una legge ad hoc esiste. Ma c’è ancora molta strada da fare. In varie direzioni.

Innanzitutto, quanti sono e chi li aiuta? «Non ci sono stime ufficiali su quanti siano gli orfani delle vittime di femminicidio in Italia, come non esiste una mappatura dei femminicidi anche se il Ministero dell’Interno ci sta lavorando» spiega Mariangela Zanni, consigliere nazionale di D.i.Re, Donne in rete contro la violenza. Oggi un primo progetto, privato ma dalle dimensioni importanti, dedicato agli orfani e alle loro famiglie esiste ed è stato varato dall’impresa sociale «Con i bambini» nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Si chiama «A braccia aperte», prevede un investimento di 10 milioni che arrivano dalle fondazioni bancarie (Acri) e si snoda capillarmente su tutto il territorio nazionale in quattro progetti (Nord Est, Nord Ovest, Centro Italia e Sud) coinvolgendo operatori pubblici e realtà del terzo settore: cooperative, associazioni, centri antiviolenza.

I numeri

Sono 157 gli orfani presi in carico dai progetti su scala nazionale attivati da «Con i Bambini» nell’iniziativa «A braccia aperte». Ma è un dato variabile perché altri 260 in tutta Italia sono stati già agganciati e a breve inizieranno anch’essi un percorso di sostegno e accompagnamento con le loro famiglie. I numeri maggiori sono al Sud. «Ma perché al Sud il lavoro di ricerca e sostegno è iniziato da molto tempo» rivela Fedele Salvatore, presidente dell’associazione Irene 95 che da anni a Napoli si occupa di minori vittime di violenza assistita e che partecipa al progetto per il sud «Respiro».

Il 74 per cento ha tra i 7-17 anni, il 17% tra i 18-21 e l’8% ha meno di 6 anni.

«Per rintracciarli abbiamo fatto un capillare lavoro di ricerca su siti di informazione, servizi sociali, tribunali, centri antiviolenza. Siamo risaliti fino a delitti commessi 9 o 10 anni fa» spiega Anna Agosta, consigliere D.i.Re e presidente dell’Associazione Thamaia Onlus che partecipa al progetto «Respiro». «Abbiamo incontrato orfani storici sui quali si era sedimentata un’assenza di attenzione – racconta Salvatore – Alcuni non hanno mai incontrato i servizi sociali, ad altri, a distanza di 5,6 anni dal delitto non era stata mai raccontata la verità sui fatti: “la mamma è morta in un incidente” è spesso la pietosa bugia ricevuta. Non è stato semplice, dopo tutto questo tempo, raccontare la verità, ma è solo comunicando la verità, in modo corretto che si possono aiutare questi ragazzi. Le bugie dette per “buon senso” non aiutano, anzi, finiscono per far danni».

L’impatto

Il 36% di loro era presente quando è stata uccisa la madre. Uno su quattro ha assistito. L’impatto psicologico che ne deriva è devastante e porta a una vera sindrome denominata «child traumatic grief»: la sofferenza è tale che il bambino diventa incapace di elaborare il lutto e si trova intrappolato in uno stato di dolore cronico. «Per questo, intorno all’orfano e all’enormità di quello che lo colpisce devono lavorare persone competenti con un approccio che si chiama “trauma informed”, focalizzata sulla comprensione del trauma e la sua elaborazione» racconta Salvatore.

Il 13% degli orfani presenta forme di disabilità.

Dove vivono e con chi

Il 42% vive in famiglie affidatarie, spesso gli zii o i nonni della mamma, il 10% vive in comunità (pensiamo ai minori stranieri che non hanno parenti qui), il 10% con una coppia convivente e solo il 6% è stato dato in adozione.

L’83% delle famiglie affidatarie arriva a fine mese con grande difficoltà, anche per la necessità di dover ricorrere a specialisti e professionisti che aiutino i bambini. Quindi il sostegno organizzato dal progetto “A braccia aperte” non può che essere articolato: è psicologico, economico ed educativo ed è rivolto ai minori e alle loro famiglie. Ma prevede anche interventi nelle scuole frequentate dai minori, progetti di avviamento al lavoro, pagamento di rette universitarie. Importante anche la parte dedicata alla formazione di tutti gli operatori coinvolti: quelli dei servizi socio-sanitari, dei Centri antiviolenza, le forze dell’ordine, il personale del tribunale per i minorenni, gli insegnanti. «Proprio per evitare tutti quelli errori commessi spesso in buna fede da familiari o da operatori pubblici. In alcuni casi, poi, la famiglia affidataria è quella del padre omicida con tutto quello che questo comporta, ovvero si tende a giustificare il crimine del familiare in carcere parlando di raptus. E si porta il minore dal padre in prigione senza prepararlo a un incontro come quello» racconta Salvatore.

I soldi

Le risorse in campo per il progetto nazionale sono importanti: 10 milioni messi a disposizione dal Fondo per le povertà educative che dispone, in totale, di 760 milioni forniti dalle fondazioni bancarie (Acri) che ottengono in cambio dallo Stato un credito d’imposta. «Stiamo parlando del primo progetto nazionale, anzi, il primo in Europa pensato su misura per sostenere questi bambini e ragazzi raggiungendoli sul territorio» spiega Zanni, «coinvolge tante realtà del terzo settore e servirà per dare linee guida alle istituzioni in modo che colmino quel vuoto che c’è stato finora».

La legge del 2018

Che cosa ha fatto il legislatore per questi orfani e per le famiglie che li hanno accolti? si chiedeva Baldry. Una legge dedicata in effetti, c’è, la n°4 del 2018, che riconosce una serie di tutele processuali ed economiche. Per esempio si procede automaticamente al sequestro dei beni dell’indagato per risarcire i danni dei figli della mamma uccisa. Un analogo automatismo trasferisce l’eredità della madre ai figli. Già, prima accadeva che la pensione di reversibilità della donna uccisa finisse al partner in carcere. Inoltre si stabilisce un fondo economico dedicato e si dà la possibilità a questi orfani di cambiare cognome.

«La legge è la risposta a qualcosa che Baldry ha svelato, ovvero i bisogni degli orfani e come rendere più agevole per loro il “dopo”. Dalla partecipazione al processo all’eredità, al recupero di un risarcimento del danno, ai bisogni materiali» spiega Elena Biaggioni, penalista e vicepresidente D.i.Re. «Una legge innovativa ma con il grosso limite di essere poco conosciuta e poco usata anche perché le procedure per la sua applicazione sono complesse». La criminologa, scomparsa nel marzo 2019, fece appena in tempo a vedere l’approvazione della norma di cui era stata stimolo. Ma i cui decreti attuativi furono varati ben due anni dopo.

«Familiari e care giver degli orfani, non sono in grado di destreggiarsi tra i commi e gli articoli. Per non parlare della modulistica da compilare e presentare in prefettura rispettando scadenze e burocrazia» spiega Fedele Salvatore. A che serve una buona legge se poi le persone non riescono ad usufruirne? Ora il progetto “A braccia aperte” sta evidenziando tutte le difficoltà pratiche e offrendo soluzioni di semplificazione anche attraverso specialisti e legali che affianchino le famiglie affidatarie. Un esempio tra i tanti che ci fa capire che la legge va semplificata ce le spiega Salvatore: «Tutti i benefici finanziari di cui gli orfani hanno diritto, a partire dal sequestro dei beni, sono applicabili quando c’è una sentenza di condanna anche di primo grado. Ma decadono in caso di suicidio del padre omicida. E questo avviene circa nel 30 per cento dei femminicidi».

Non solo. La legge prevede copertura per spese medico-sanitarie ma si tratta quasi esclusivamente di sostegno psicoterapeutico. Ma un bambino può aver bisogno, banalmente, di un apparecchio per i denti. Così, anche in questi casi, interviene il nuovo progetto con la possibiltà di doti specifiche.

Parlando con gli esperti e gli operatori che hanno lavorato al progetto si scopre che non è stato affatto semplice convincere le persone a fidarsi e affidarsi specie quando si risale a delitti indietro nel tempo. «Molti preferiscono non rivangare – racconta Zanni che lavora al progetto Nord Est – Abbiamo trovato persone arrabbiate, che non si sono sentite comprese». Per questo uno dei nodi del progetto è quello di attivare protocolli di aiuto dedicati alle prime ore dopo il trauma quando la famiglia è scioccata e frastornata: ci vogliono persone specializzate che sappiano comunicare e accompagnare. Anche in dettagli apparentemente marginali, come la partecipazione a un funerale.

«Mio padre ha ucciso mia madre»: vivere da orfani di femminicidio

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Sorgente: Quanti sono gli orfani di femminicidio e chi si prende cura di loro?- Corriere.it