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18 June 2024
0 4 minuti 12 mesi

L’ultima volta che l’esercito israeliano aveva usato gli elicotteri da combattimento contro i palestinesi in Cisgiordania era stato 18 anni fa, durante la seconda intifada. Questo fa capire il livello di violenza raggiunto il 19 giugno nella città di Jenin, nel nord della Cisgiordania, dove un elicottero da guerra israeliano ha aperto il fuoco per liberare alcuni soldati in difficoltà.

L’esercito israeliano era intervenuto nel centro di Jenin per arrestare un militante del movimento islamista Hamas, ma è stato accolto con ordigni esplosivi e spari che hanno provocato un’escalation dello scontro. Il bilancio è stato di sei morti e 91 feriti palestinesi, oltre a diversi soldati israeliani feriti. Un giornalista palestinese è stato colpito da un proiettile all’addome nonostante esibisse chiaramente la scritta “stampa”.

Come se non bastasse, la crisi potrebbe non essersi ancora conclusa. Bezalel Smotrich, ministro di estrema destra a cui è stata assegnata la gestione dei territori palestinesi, ha immediatamente scritto su Twitter: “Bisogna farla finita con le azioni singole e lanciare una vasta operazione antiterrorismo nel nord della Samaria”, il nome con cui i religiosi chiamano la Cisgiordania. I coloni, chiaramente, sostengono questa proposta, ma l’esercito è reticente all’idea di condurre un’azione così rischiosa.

Esasperazione crescente
Quello del 19 giugno non è stato un incidente isolato, ma va letto nel contesto di un aumento della tensione in Cisgiordania in atto dall’inizio dell’anno scorso, prima ancora della nascita della coalizione di governo israeliana che comprende le forze di estrema destra.

Gli incidenti mortali si moltiplicano. È il segno dell’esasperazione crescente dei giovani palestinesi, ormai senza alcuna prospettiva politica, ma anche dell’aggressività sempre maggiore dei coloni israeliani e di un discredito totale dell’Autorità palestinese di Abu Mazen.

Netanyahu è impegnato su due fronti, quello interno e quello palestinese

A tutto ciò bisogna aggiungere il fatto che i palestinesi si sentono abbandonati dalla comunità internazionale, compresi i paesi arabi che hanno allacciato nuovi rapporti con Israele nonostante l’impasse sulla Palestina.

Questa miscela esplosiva è resa ancora più instabile dalla presenza al governo di personaggi politici di estrema destra legati al movimento dei coloni e indispensabili per garantire una maggioranza a Benjamin Netanyahu.

Il primo ministro israeliano sta moltiplicando le concessioni nei confronti dell’estrema destra, a cominciare dal recente annuncio della costruzione di settemila abitazioni supplementari nelle colonie della Cisgiordania (dopo aver promesso agli americani che non lo avrebbe fatto). Washington ha manifestato la sua contrarietà, ma Netanyahu sa di avere abbastanza appoggi negli Stati Uniti da poter ignorare le rimostranze.

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Nel frattempo Netanyahu ha dichiarato di voler presentare alla knesset, il parlamento israeliano, la contestatissima riforma della giustizia. Il processo legislativo era stato sospeso tre mesi fa su richiesta del presidente della republica, impegnato a mediare con l’opposizione. Ma la trattativa è fallita, e ora Netanyahu vuole far approvare con la forza la riforma nonostante le gigantesche manifestazioni che ogni sabato sera evidenziano una vasta spaccatura nel paese.
Netanyahu è impegnato su due fronti, quello interno e quello palestinese.

La strategia della tensione è un classico del suo approccio, ma ora rischia seriamente di perdere il controllo. Di sicuro all’interno della coalizione esiste una dinamica pompiere-piromane, con alcuni ministri che non esitano ad appiccare incendi in nome di un’ideologia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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Sorgente: Scene di guerra in Cisgiordania – Pierre Haski – Internazionale

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