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Le contestazioni in Gran Bretagna. La rivolta francese contro la riforma delle pensioni. Il più grande sciopero tedesco da trent’anni. L’Europa ribolle

Si torna in piazza. Dalla Francia alla Germania al Regno Unito, e ora anche all’Italia dove si va verso lo sciopero generale, esplode la rabbia sociale. Dopo due anni di pandemia, con i lockdown che hanno congelato qualsiasi contenzioso nel mondo del lavoro, e poi i mesi della paura provocata dall’inizio della guerra in Ucraina, riemergono con forza le rivendicazioni dei lavoratori piegati dalla morsa dell’inflazione, ma non solo. In Francia è la riforma delle pensioni che ha acceso la miccia. Presentata a gennaio dal governo, ha già provocato finora dieci giornate di sciopero nazionale, con alcune delle manifestazioni più partecipate dagli anni Ottanta, drammatiche scene di scontri e violenza. Le immagini dei cumuli di spazzatura, provocati dallo sciopero dei netturbini, dati alle fiamme dai casseurs sono una delle tante immagini della primavera calda che vive la Francia.

 

Francia

 

 

A inizio marzo, Emmanuel Macron ha fatto passare la legge che rivoluziona il sistema previdenziale, aumentando da 62 a 64 anni l’età pensionabile, scavalcando il Parlamento. “In Francia toccare alle pensioni è sempre stato molto difficile, c’è una sorta di simbolismo”, commenta Alain Minc, consigliere di Macron e di tanti altri presidenti in passato. “E i francesi non si rendono conto di vivere in un paradiso: un’istruzione gratuita che funziona come l’assistenza sanitaria nonostante i problemi, orari di lavoro più brevi – settimanali e nella vita – e una ricchezza che rimane onorevole”. Ora la riforma è appesa al ricorso presso la Consulta mentre la premier Elisabeth Borne riceverà oggi i sindacati per tentare di riallacciare il dialogo. Ma nelle piazze francesi la difesa del sistema pensionistico è sfociato in una crisi democratica. “Gli ingredienti profondi vengono da lontano”, osserva la politologa Chloé Morin. “C’è la sfiducia nella classe politica, il fatto che il Paese sia molto frammentato in tre grandi blocchi. E poi ci sono le condizioni della rielezione di Macron: una campagna elettorale che non si è svolta, molto breve, un voto fatto contro Marine Le Pen e un contesto di indebolimento del patto repubblicano”.

 

 

Germania

In Germania il sindacato diventa conflittuale solo quando i padroni rompono i patti, non per pigra consuetudine, come accade altrove. E da decenni l’abitudine delle rappresentanze dei lavoratori tedeschi di frenare le proprie richieste in tempi di crisi per poi chiedere robusti aumenti salariali quando l’emergenza è finita, funziona. E probabilmente funzionerà anche stavolta. Perché quando i sindacati tedeschi si stancano di trattative senza sbocchi, quando proclamano come ultimissima istanza uno sciopero, l’impatto è quello di un’atomica. Lo dimostra lo stop dei dipendenti del settore pubblico e dei trasporti con tassi di adesione alle stelle che ha letteralmente paralizzato la Germania, lunedì scorso. L’ambizione di Ver.di, il secondo maggiore sindacato tedesco, e dei dipendenti pubblici che aderiscono al Dbb, ma anche di altre sigle come quella dei trasporti, è di adeguare i salari all’impennata dell’inflazione, tanto più dopo che l’ultima vertenza si era risolta con una richiesta contenuta (1,5%) per venire incontro alle imprese devastate dalla pandemia. E l’inflazione in Germania continua a correre al ritmo dell’8% al mese. Le rappresentanze in particolare dei servizi e del pubblico vogliono aumenti del 10,5% e “almeno” 500 euro in più in busta paga. E dopo tre giorni di maratona, mercoledì hanno abbandonato il tavolo, rifiutando con sdegno un’offerta dell’8% e di 300 euro in più, oltre a un’una tantum di 3.000 euro. Le trattative sono fallite: “Le posizioni erano inconciliabili” ha fatto sapere il capo di Ver.di, Frank Werneke. A Pasqua i sindacati avevano già promesso una tregua, facendo tirare un sospiro di sollievo a milioni di famiglie in partenza per le vacanze. E nel frattempo, ha fatto sapere la ministra dell’Interno Nancy Faeser, alla luce dell’irrigidimento delle parti, arriva la “Schlichtung”, la “conciliazione”. In questi casi ognuna delle parti esprime dei mediatori che cercano di negoziare tra di loro un compromesso da sottoporre poi al tavolo. C’è solo da augurarsi che funzioni. O la primavera tedesca si annuncia bollente.

 

 

Regno Unito

 

 

Nel Regno Unito non sono rivoluzionari come in Francia: vige tuttora la monarchia e raramente si vedono grosse manifestazioni in strada – Brexit e Black Lives Matter a parte. Di certo, però, anche a Londra e nel resto del Paese c’è stata una rivolta, silenziosa ma efficace: una marea di scioperi a causa dell’inflazione (tra l’altro clamorosamente risalita a febbraio 2023) e dei prezzi schizzati alle stelle soprattutto in Uk, che hanno fatto ricordare “l’Inverno del malcontento”, la citazione dal Riccardo III di Shakespeare e poi omonima stagione di forte tensioni sociali negli anni Settanta, quando il Regno Unito venne travolto da agitazioni e blocchi per chiedere salari maggiorati durante il fallimentare governo laburista del primo ministro James Callaghan. Tanto che, qualche settimana fa, il premier Rishi Sunak ha dovuto presentare una legge per vietare scioperi nei settori cruciali della società come la sanità (mentre è già vietato da molti anni lo sciopero generale). Nel 2022, Oltremanica si sono persi circa 2,4 milioni di giorni di lavoro a causa delle agitazioni sindacali di infermieri, ferrovieri, metropolitana, insegnanti, professori, autisti delle ambulanze, personale aeroportuale, mandarini, impiegati pubblici, fisioterapisti, scuole guida e addirittura le guardie di frontiera in aeroporto. È “l’ammutinamento” più alto dal 1989, quando al potere c’era ancora Margaret Thatcher e allora vennero bruciati 4,2 milioni di giorni. Tuttavia, secondo i sondaggi, la maggioranza della popolazione è dalla parte dei lavoratori che chiedono aumenti in busta paga. E almeno la situazione sta leggermente migliorando: dopo negoziati fiume, il governo Sunak sembra aver trovato un accordo con gli infermieri (aumento di circa il 11% in busta paga, dopo la loro richiesta iniziale del 19%) e anche con i sindacati dei ferrovieri potrebbe arrivare presto un’intesa. Che deve essere sottoposta ancora agli iscritti ma che, almeno la settimana scorsa, ha sospeso l’ennesimo sciopero dei treni in Gran Bretagna. E proprio nelle stesse ore in cui Macron approvava la sua controversa riforma delle pensioni da 62 a 64 anni, il governo di Rishi Sunak ha deciso di rinunciare ad anticipare quella del Regno Unito, che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile da 66 a 68 anni. Anche questa è una vittoria delle piazze.

Sorgente: Dalla Gran Bretagna a Francia e Germania, il ritorno delle grandi proteste in piazza – la Repubblica