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Qualche decimale di deficit di bilancio, su 4 o 7 anni, monopolizza il confronto politico, mentre le questioni fondamentali rimangono fuori. Dinanzi a esse, la variazione delle regole di bilancio è sostanzialmente irrilevante

di Stefano Fassina

È segno dei tempi che eccellenti macroeconomisti valutino le proposte legislative della Commissione europea sulle regole di finanza pubblica a prescindere dal contesto di politica monetaria, di regolazione dei mercati, di economia reale. Purtroppo, la scienza economica ha perso la capacità di interpretazione sistemica. La politica pure, nonostante dovrebbe averla nel DNA comune, non affidata a una scuola di pensiero.

Così, si guarda al dito delle norme sull’aggiustamento dei conti dello Stato e si trascura la luna, enorme e minacciosa: dell’innalzamento dei tassi di interesse e ri-immissione sul mercato dei titoli di Stato pandemici da parte della Bce, in un’economia post-Covid, di guerra e de-globalizzazione; dell’emoraggia di redditi da lavoro e gettito fiscale conseguenza del dumping sociale e fiscale alimentato dal mercato unico europeo esteso a Stati a welfare minimo e tassazione paradisiaca; del trattamento ordinario del debito pubblico accumulato durante un riconosciuto stato di eccezione. Sui tre assi qui richiamati si sono compiute e si prevedono scelte politiche decisive (per esempio, ingresso accelerato dell’Ucraina e dei Balcani nell’Ue con conseguente inasprimento della svalutazione del lavoro nella “vecchia Europa”). Si sarebbero potute e si possono fare, invece, scelte di segno sociale opposto. Ma non si può discutere: il dibattito politico è proibito.

Invece, qualche decimale di deficit di bilancio, su 4 o 7 anni, monopolizza la discussione. La politica ha già perso, in particolare chi vorrebbe rappresentare gli interessi del lavoro sul versante sociale (i sindacati in perdurante silenzio sulle principali questioni di macroeconomia) e politico (si chiamava Sinistra, un tempo). Che senso ha una durissima battaglia per ottenere mezzo punto percentuale di indebitamento quando, a Francoforte, le vendite programmate dei tuoi Titoli “sovrani” determinano la sostenibilità del tuo debito pubblico, ancor di più in presenza di un Mes revisionato, esplicitamente aperto alla sua ristrutturazione? Quando subisci, inconsapevolmente o passivamente, l’imposizione di tagli al welfare per far fronte a venti punti percentuali di maggior debito, dovuti a pandemia e conflitto in Ucraina e in mano alla Banca Centrale non alla famosa vecchietta indigente? Quando continua incessante l’erosione delle tue basi imponibili a causa della concorrenza al ribasso sulla tassazione dei tuoi partner della vecchia e nuova Europa?

Ma veniamo, costretti dalla miseria della politica nel triste tornante in corso, alla revisione delle regole di finanza pubblica (per favore, almeno aboliamo il truffaldino utilizzo del termine “riforma” per qualsivoglia cambiamento normativo che, nel 99% dei casi, è di segno regressivo). In sintesi, anche no, grazie: sono eccessivamente discrezionali e riducono ancor di più i residui spazi di democrazia. Nonostante la sbandierata “ownership”, ossia la negoziabilità, fino a farlo diventare proprio, del piano sottoscritto da ciascun governo nazionale con la Commissione europea, la realtà è diversa. L’esecutivo comunitario in via esclusiva definisce gli obiettivi; li allinea su un profilo temportale modulato dall’attuazione di “riforme strutturali” (la formula per indicare tagli al welfare, interventi di precarizzazione del lavoro, privatizzazioni e concorrenza sleale via Bolkestein) espresse come conditionality; ne dispone l’attuazione, assistita da sanzioni economiche ridotte ma realistiche. Va rimarcato che la definizione di tali obiettivi è fondata su scelte arbitrarie, apparentemente tecniche, ma sostanzialmente politiche, a partire dall’analisi di sostenibilità del debito. È vero che anche le regole in vigore, sospese fino al 31 dicembre prossimo, hanno notevoli gradi di discrezionalità e opacità. Ma il confronto andrebbe declinato alla luce dell’applicazione effettiva di quest’ultime, ossia inclusiva delle decine di circostante attenuanti, sempre utilizzate per flessibilizzare parametri rigidi.

Il tentativo di legittimare la proposta appena consegnata con il riferimento al metodo proprio del Recovery and Resilience Facility è di corto respiro. I PNRR sono scritti dai governi nazionali e vengono valutati dalla Commissione in un quadro dove il quantum dei finanziamenti è dato ed è il risultato di criteri oggettivi e noti ex ante, come sono specificate le tipologie di programmi “buoni” e, almeno a grandi linee, le quote di risorse da dedicare a ciascuno di essi. Si negoziano gli specifici progetti. Qui, invece, variabili politiche fondamentali rimangono ignote: la traiettoria tecnica di riduzione del debito (“plausibly downward path” è scritto: ma quali sono le condizioni di “plausibilità”? Per “downward” può andar bene -0,1% all’anno o è necessario almeno il -1%?); la previsione di medio periodo del Pil, ossia il tetto sotto al quale tenere l’andamento della spesa primaria (rientra dalla finestra un parametro cardinale); il rilievo attribuito alle singole misure di innalzamento della crescita. Soprattutto, rimane un’incognità la sensibilità alle singole variabili, oltre che l’orientamento, della Commissione in relazione al suo segno politico determinato dalle elezioni europee e nazionali.

Dato il quadro di incertezze e opacità, non stupisce che tutti i governi siano scontenti. Gli Stati cosiddetti frugali e a minor debito pubblico temono sentieri di rientro troppo morbidi. Gli Stati più indebitati, al contrario, si preoccupano di una camicia di forza soffocante. È comprensibile. Inoltre, andrebbe rilevato un ulteriore limite: i governi successivi al governo negoziatore e sottoscrittore del “Piano nazionale di medio termine per le politiche di bilancio e le riforme strutturali” avrebbero le mani ancora più legate di oggi. L’ex ministro Enzo Moavero lo ha rilevato da tempo.

Insomma, tanto rumore per nulla o per poco, mentre le questioni fondamentali rimangono fuori dal confronto politico: la miscela esplosiva per il debito pubblico è prodotta dall’insieme delle componenti della politica economica. La variazione delle regole di bilancio è sostanzialmente irrilevante.

Sorgente: Da Francoforte e Bruxelles, miscela esplosiva per il nostro debito pubblico – HuffPost Italia