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La tardiva costituzione di parte civile del governo della destra sul processo per la strage di Brescia per cui è già stato condannato un ex Msi

Mentre tra le agenzie e le homepage dei quotidiani online rimbalzava freneticamente la notizia della mancata costituzione di parte civile da parte della Presidenza del Consiglio nel nuovo processo d’indagine per la strage di Brescia del 28 maggio 1974, il governo si affretta a rimediare. E meno male. La bomba di piazza Loggia, che assassinò 8 persone nel cuore di un’affollata manifestazione antifascista contro l’escalation delle violenze di estrema destra, fu derubricata come “strage politica” ex articolo 285, un delitto contro lo Stato. La politica vive anche di gesti simbolici, e la costituzione di parte civile in procedimenti come quelli per le grandi stragi terroristiche è tra quelli di grande significato. Non è solo un segno che lo Stato non abbandona le vittime e i loro familiari. Vuol dire che il più alto organo di governo sceglie di entrare come parte lesa in processi che portano alla luce come per decenni, nel cuore dello Stato, alti ufficiali delle forze di sicurezza abbiano depistato e ostacolato le indagini a carico dei terroristi neri, con esiti funesti per la giustizia.

 

Nel caso del governo Meloni, accanto alla (tardiva) costituzione di parte civile, non guasterebbe una parola in più su questa pagina scomoda per la destra di governo, che rivendica fieramente la propria discendenza dal Movimento sociale italiano. Nel 2015 infatti è stato condannato in via definitiva per la strage di piazza della Loggia Carlo Maria Maggi, medico della Giudecca e reggente di Ordine nuovo per il Triveneto (poi deceduto nel 2018). Era il punto di raccordo di una trama stragista ricostruita nell’ultimo processo per la strage di Brescia, anche grazie a note informative, ampiamente vagliate e riscontrate in dibattimento. Il Sid, servizio segreto militare dell’epoca, seguiva la sua attività praticamente passo dopo passo, grazie alle informazioni fornite da Maurizio Tramonte, poi condannato per strage con Maggi e, attraverso il generale Maletti (condannato per azioni depistanti nell’inchiesta su piazza Fontana, altra strage di chiara matrice ordinovista) nascose tutto, indirizzando invece gli inquirenti bresciani verso una pista “morta”.

 

 

Scorrendo le pagine del Secolo d’Italia dell’aprile 1972, nel riquadro intitolato “Le liste della Fiamma” (proprio quella fiamma tricolore che guizza ancora nel simbolo di Fratelli d’Italia, nonostante gli appelli a rimuoverla da parte di figure come la senatrice Liliana Segre) sono elencati i candidati della Destra nazionale (la formazione con cui si presentava il Msi) alle elezioni politiche di quell’anno: nella circoscrizione di Venezia-Treviso troviamo “Maggi Carlo Maria, medico chirurgo” – e un omonimo medico dentro al partito non risulta ci sia. Maggi era rientrato nel Msi al seguito di Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, nel 1969. Nel 1973 era stato espulso dal partito, travagliato da una forte crisi legata alla presenza di elementi radicalizzati, ma dalle ricostruzioni processuali risulta che ancora nel ’74 mantenesse rapporti con il missino Gian Gastone Romani, che faceva parte dell’esecutivo nazionale del partito. Di tutto questo la destra non parla mai. Per anni, anzi, molti suoi esponenti hanno contestato le condanne per strage a carico di terroristi neri, anche quelle passate in giudicato (per Bologna in particolare). Parlano di “pacificazione”, prospettano addirittura una nuova commissione parlamentare sugli anni Settanta. Forse sarebbe più utile se qualcuno cominciasse a parlare in modo netto e chiaro su quanto già si sa, per esempio sul fatto che dalle file del Msi è uscito uno stragista del calibro di Maggi.

Sorgente: Le radici nere da recidere – la Repubblica


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