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L’8 marzo non è per niente una festa, ricorda vittime di tragedie del passato e glorifica le eroine. Arriverà mai il momento in cui la gentilezza e la cura daranno un posto, sicuro, nel mondo?

Concita De Gregorio

08 Marzo 2023

Elogio della gentilezza controvento, controtempo. «Si batte», «combatte», «gareggia». Le dodici donne dell’anno secondo la rivista Time sono guerriere. Ce n’è persino una che fa a pugni per mestiere, pugile professionista: Ramla Ali, 33, che in biografia di ragioni per picchiare ne ha parecchie e di benemerenze pure. Originaria della Somalia, sostenitrice dei rifugiati, per sua storia personale ha scelto di offrire lezioni gratuite a donne di minoranze etniche e religiose, alle sopravvissute ad abusi domestici. Sopravvissute, c’è proprio scritto. Sopravvivere è un titolo di merito: hai vinto, se non ti hanno ammazzata. In aggiunta, è la prima somala a competere alle Olimpiadi e stupenda ambasciatrice di due marchi globali di moda con sede a Parigi. Che fenomeno, effettivamente. Però anche che segno triste del tempo, un po’, che per essere modelli di donna si debba essere in lotta.

Supersoniche, capaci di tutto e tutto insieme, il ring e il tacco dodici, bioniche. Che riferimento irraggiungibile e chissà se davvero ispirazionale e non mortificante, per una sedicenne in qualunque cameretta si trovi nel globo, portare ad esempio un’attivista iraniana protetta dall’omicidio annunciato in un rifugio segreto dell’Fbi (Masih Alinejad), la sorella di un’attivista uccisa (Anielle Franco). Combattono, si battono, eroine.

Se avessi sedici anni oggi, se fossi una ragazza fra quei cinquantamila adolescenti autoreclusi in camera – rapporto Cnr Pisa di questa settimana – che non escono più dalla loro stanza perché nel mondo fuori sentono di non poter essere niente. Nel mondo virtuale, lì sì, nel gioco, con un avatar, possono essere eroi di una battaglia in cuffia. Se alla mia età dovessi togliere due anni, perché questo bisogna fare: scontare due anni a chi ne ha venti, diciotto, sedici. Quei due anni di pandemia non li hanno vissuti. Non sono sicurissima, ecco, che vorrei sentirmi dire forza, dai, esci e combatti. Mettiti a repentaglio, vai a fare a pugni nel mondo. Non sono certa, soprattutto, che questo magnifico esempio portato da un mondo adulto e a me ostile saprebbe convincermi a lasciare il rifugio dove mi sembra di poter cambiare le sorti di qualcosa, pazienza se è un gioco, per andare in un altro dove se non ho il fisico, se non ho la tempra allora sarò una fallita: una che non eccelle nel merito, che non supera con agilità gli esami, che non sa manipolare i potenti per trarne vantaggio, essere fedele scudiera, traccheggiare nello stage alle offerte di favori in cambio di carriera. Forse resterei in stanza.

Certo, le ragazze iraniane rischiano la vita per la libertà, la perdono uccise dai tiranni. Lo vedrei anche io: le donne afghane si mettono in mare coi figli neonati, rischiano la morte e muoiono. Ma è davvero questa la via che vogliamo indicare a chi si affaccia alla vita persino qui, nell’Occidente opulento ed evoluto: in paesi dove per buona sorte e per sacrificio di chi ci ha precedute se anche non fondi una Onlus e non sfili intanto in passerella puoi vivere lo stesso e avere diritti, libertà, possibilità? Non siamo tutti obbligati a essere eroi, le donne in specie: perché dovremmo esistere solo se più forti, più agguerrite, capaci di sconfiggere il vicino? Quando arriverà il momento in cui anche la gentilezza, la cura delle piccole cose, la possibilità di essere quello che siamo chiunque noi siamo ci dia un posto, sicuro, nel mondo?

E’ di nuovo l’8 marzo. Non è per niente una festa. E’ una ricorrenza che ricorda donne vittime di tragedie del passato e glorifica, nel presente, donne guerriere. Le cose vanno un po’ meglio, si sente dire in giro, anche da noi. Qualcosa è cambiato persino nella retrograda maschilista Italietta del «chi ti porta», «di chi sei figlia, moglie, sorella». Abbiamo per la prima volta nella storia una capa del governo donna, un capa dell’opposizione donna, una presidente della Cassazione persino. Accipicchia. Eppure no, non è cambiato molto. Speriamo, scommettiamo sul futuro. Ma le donne guadagnano meno, sono denigrate di più, messe alla prova il triplo e facci vedere chi sei, forza, combatti. Se guardiamo alle nostre figlie, e guardiamole per favore, dovremmo essere capaci di dir loro non importa, se sei una che vince. Non è una gara la vita. Non devi prevalere, sterminare l’avversario. Devi esistere e pretendere rispetto. Ma l’educazione al rispetto non riguarda le donne: riguarda la società intera, la quale è tuttora governata da un modello maschile di forza, di prevaricazione, di potere. Bello, sarebbe un 8 marzo in cui non ci fosse bisogno di dire alle ragazzine: armati ed esci a picchiare, a rischiare la vita. Se non vogliono rischiarla hanno anche ragione. Vivi la tua vita come vuoi viverla, questo dovremmo prima o dopo riuscire a dir loro. Non da martire, non da pugile, non da Antigone destinata alla morte. Resta pure ai margini, costeggia i bordi se questo ti fa sentire libera. Se non vuoi giocare a questo gioco non giocarlo. C’è posto per tutte, anche per te. Vieni fuori, nessuno ti farà del male.

Sorgente: Beato il Paese che non ha bisogno di guerriere – La Stampa