Una politica che fa già schifo | Left

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Dalla prima seduta al Senato traspare lo spessore della classe dirigente: la destra, che oltre a essere impreparata è anche spaccata, e la presunta opposizione che ha fatto arrivare almeno 17 voti per La Russa. Siamo al potere per il potere perseguito con ogni mezzo, con qualsiasi comportamento

di Giulio Cavalli

Pronti non erano pronti. L’hanno scritto sui manifesti e l’hanno ripetuto per giorni arrabbiandosi con i giornalisti ma è bastato mettere leghisti, berlusconiani e meloniani nella stessa stanza per assistere all’indecenza che prima stava solo sui giornali. Non sono serviti gli incontri dei giorni precedenti tra Berlusconi, Meloni e Salvini, con fotografie sorridenti al seguito per nascondere una destra che oltre a essere impreparata è anche spaccata.

Silvio Berlusconi appena ha sentito profumo di potere ha limato le unghie per arraffare Giustizia e televisioni, secondo la sua antica ossessione di esercitare il potere per proteggere la sua flebile credibilità. Se a questo si aggiunge la sua proverbiale egomania che gli fa traslare in politica le sue piccole questioni private si capisce come sia riuscito a fare di Licia Ronzulli uno scoglio per un governo nel pieno della tempesta economica, della crisi energetica e della guerra alle porte dell’Europa.

Matteo Salvini è troppo occupato nel cercarsi un posto al sole. Per il leader della Lega il governo che viene continua a essere una questione personale. Perfino la scelta del ministero da occupare in questo momento è più funzionale alla sopravvivenza della sua leadership all’interno del suo partito, più che a un progetto a lungo raggio. Poi c’è lei, Giorgia Meloni, immersa nel suo percorso di travestimento politico, impegnata in un corso di buone e rassicuranti maniere che si è già sbriciolato con alla presidenza del Senato uno che è stato responsabile del Fronte della Gioventù e un putiniano di ferro (uno vero, mica uno di quelli che certi pessimi giornalisti vedono dappertutto) che forse oggi sarà presidente della Camera. L’atlantismo di Giorgia Meloni è una bugia appassita sugli scranni più alti del Parlamento.

A questo si aggiungono almeno 17 voti arrivati dalla presunta opposizione (ricca di politici che s’offrono fin dal minuto dopo i risultati delle elezioni). Troppo facile raccontarsi che la colpa sia tutto del sedicente terzo polo (che invece è il quarto). Anche se l’ipotesi fosse realistica (e non se la prendano Calenda e Renzi se dalle loro parti la credibilità è una qualità che gli riconoscono in pochi) tra i favoreggiatori di La Russa ci sono voti che arrivano anche da altro (Pd, M5s o entrambi). Gente che è disposta a pagare qualsiasi prezzo pur di poter servire. Senatori che nella loro prima votazione sono riusciti già a tradire il mandato elettorale, rendendo possibile il capolavoro politico di una destra che elegge il suo presidente senza averne i numeri. Qualcuno con il candelabro in mano – come nei libri gialli dal finale scontato – dice che la mossa “ha evidenziato la spaccatura nella destra”. Un vero capolavoro politico concorrere al fine degli avversari mettendo a disposizione i propri mezzi, in effetti.

Una cosa è certa, della prima seduta al Senato rimane il senso di vertigini tra le parole di Liliana Segre (applaudita anche da coloro che non hanno provato vergogna a scrivere La Russa qualche minuto dopo) e lo spessore della classe dirigente. Siamo sempre qui, siamo ancora qui. Siamo al potere per il potere perseguito con ogni mezzo, con qualsiasi comportamento. E viene fin troppo facile immaginare che la giornata di ieri contribuisca a qualche mezzo punto in più alle prossime elezioni. E come al solito grideranno “al fuoco al fuoco” coloro che hanno appiccato l’incendio.

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