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Passata di mano nel 2013 e poi trovata vuota. «Non fu riciclaggio: ignota l’origine del denaro»

I 10 milioni spariti e mai reclamati: tutti assolti nel «giallo della valigetta»

di Giuseppe Guastella

L’unica cosa di cui c’è una ragionevole certezza è che dieci milioni di euro in contanti sono spariti e nessuno li reclama. Per il resto sono ancora tanti i lati oscuri di una storia che ha tutto il sapore di una truffa internazionale, di cui però non risponderà nessuno perché l’ eventuale reato sarebbe già andato in prescrizione. Si potrebbe cominciare con il classico: «Era una notte buia e tempestosa…», oppure metterla sulla barzelletta: «C’erano un ungherese, un russo, due vietnamiti e due italiani…», ma è più opportuno restare ai fatti per non perdere il filo del racconto.

Partiamo, dunque, dalle 23,30 di sabato 28 dicembre 2013 quando un volo privato proveniente da Budapest atterra nell’area riservata di Linate. Un avvocato ungherese, Tibor Orosz, 43 anni, sbarca portandosi dietro un collaboratore russo e una pesantissima cassetta blindata che presenta al varco doganale. «Niente da dichiarare?» gli chiedono. «Yes», risponde lui mettendo subito in chiaro con gli attoniti agenti, che forse già pregustavano la serena tranquillità di una domenica a 48 ore da Capodanno, che nella valigetta ci sono la bellezza di dieci milioni di euro in contanti.

Non solo, Tibor Orosz spiega che sono di provenienza più che lecita e presenta una copiosa documentazione che dimostrerebbe che arrivano dal conto di una sarta vietnamita in una banca ungherese e sono di proprietà di Xuan Hai Nguyen, un altro vietnamita che vive a Budapest «referente di molti commercianti cinesi e vietnamiti» il quale glieli ha affidati con un regolare mandato affinché concludesse un «affare immobiliare» in Italia, spiegherà poi agli inquirenti.

I doganieri ispezionano la cassetta con i raggi x e quando la aprono, mentre Orosz filma con il cellulare per documentare con dovizia di particolari l’intera operazione, trovano effettivamente 20 mila banconote da 500 euro. Le spiegazioni, evidentemente, sono sufficienti a placare gli iniziali sospetti degli agenti che, senza altre misure, lasciano andare Tibor Orosz che al cancello di uscita di Linate trova ad attenderlo una Mercedes e un Range Rover. Sono della società ungherese di trasporto valori che è stata incaricata dallo stesso Tibor Orosz di portare lui e i soldi in Piemonte dove di lì a poco dovrà incontrare Pietro Mauro.

Chi è costui? Secondo la versione che Orosz darà a Milano nelle indagini e nel processo, con la difesa dell’avvocato Giacomo Lunghini, per quanto ne sapesse lui, era l’uomo d’affari con cui doveva chiudere per un’operazione finanziaria che consisteva nel cambio i 10 milioni di euro in 18 milioni di dollari con un tasso di cambio «molto favorevole» al vietnamita che così ci avrebbe guadagnato qualche milione di dollari rispetto al tasso ufficiale. Perché mai Mauro, ci si chiede, non si sarebbe dovuto rivolgere ad una banca italiana? Forse, viene da immaginarsi, perché il vietnamita pensava che non potesse farlo per qualche motivo, di sicuro non proprio lecito, magari perché sospettava che la provenienza dei dollari non fosse del tutto chiara. Fatto sta che lo scambio si conclude alle 3 di mattina nell’autogrill Viverone sull’autostrada A/5 nei pressi di Ivrea.

Orosz mette i dollari nella stessa cassetta, che viene sigillata, e risale sulla Range Rover che, stavolta, punta diritto all’Ungheria con il carico prezioso e senza passare per Linate. All’arrivo a Budapest viene custodita nel caveau della società di trasporto dove rimane un paio di giorni. Quando viene riaperta, sorpresa delle sorprese, dentro ci sono solo 150 mila dollari veri e tanta carta straccia. Le inchieste partono sia sul suolo ungherese che in Italia. Tibor Orosz non si sottrae alle convocazioni degli inquirenti e, a Milano, collabora alle indagini del pm Stefano Civardi, come ribadirà più volte nel futuro processo l’avvocato Lunghini che deve difenderlo dall’accusa di falso e di riciclaggio.

Civardi, infatti, non crede alla storia della truffa e accusa tutti di aver messo su una messinscena per far sparire 10 milioni di euro di provenienza ungherese illegale. Potrebbero averlo fatto, proviamo a ipotizzare, anche truffando i commercianti cinesi, ai quali era forse stato fatto credere che avrebbero ottenuto un lauto guadagno, dimostrando loro anche di aver usato ogni accortezza possibile per proteggere i loro soldi. Agli investigatori italiani, che lamentano di non aver potuto contare su un’assistenza giudiziaria fattiva da parte ungherese, Mauro, che è pregiudicato per truffa in Italia e in Grecia, ammette di aver organizzato il raggiro che, come tutte le truffe in grade stile, aveva avuto bisogno di una lunga fase preliminare di studio e preparazione.

Difeso dagli avvocati Patrizio Nicolò e Raffaella Zucchetti, dichiara che si era incontrato a Torino con Xuan Hai Nguyen per «dimostrargli» di essere davvero in possesso dei milioni di dollari da cambiare. Si erano visti in un famoso e lussuoso albergo dove il vietnamita aveva portato una macchinetta contasoldi per verificare personalmente. Mauro riesce a fare un gioco di prestigio. Aveva solo una mazzetta di dollari veri: «Li ho fatti girare tante volte e il vietnamita continuava a contare sempre gli stessi», ha messo a verbale. Gli altri dollari glieli aveva fatti vedere confezionati con il cellofane e fascettati. Erano tutti falsi. Quando aprono la cassetta e trovano solo i 150 mila dollari, che Mauro dice di aver lasciato lì per sbaglio, scatta l’allarme.

 Partono le indagini con Orosz che fa di tutto, a suo dire, per cercare di rimediare. Nessuno però, gli chiede nulla indietro forse perché le persone che glieli avevano dati, «non sono così scontente che i soldi siano stati portati in Italia», suggerisce Civardi, secondo il quale, «forse tutto è successo, meno che una truffa» afferma prima di chiedere condanne da tre a 6 anni per gli imputati.

A nove anni dal fatto, dopo che l’Ungheria ha archiviato la sua inchiesta, mercoledì è arrivata la sentenza dei giudici della terza sezione penale del tribunale di Milano che, presieduti da Maria Teresa Guadagnino, hanno assolto tutti dall’accusa di riciclaggio «perché il fatto non sussiste» in quanto non è stato possibile chiarire la qualità della provenienza dei 10 milioni di euro, se essi siano o no provento di un reato presupposto. Non resterebbe che procedere per truffa, ma non si può perché il reato sarebbe ormai prescritto.

 

Sorgente: Milano, 10 milioni di euro spariti e mai reclamati: tutti assolti nel «giallo della valigetta» | Corriere.it