L’ambiente: la vittima collaterale della guerra in Ucraina per cui pagheremo un prezzo alto per anni – la Repubblica

L’ambiente: la vittima collaterale della guerra in Ucraina per cui pagheremo un prezzo alto per anni – la Repubblica

15 Marzo 2022 0 Di Luna Rossa

Il conflitto tra Russia e Ucraina ha ricadute sull’uomo, sull’economia e sul Pianeta. Non c’è soltanto la minaccia nucleare, ma anche missioni scientifiche cancellate che compromettono gli studi sul clima

Migliaia di vittime, due milioni di profughi, aumento dei prezzi della benzina, del gas, del pane, delle patate e altri prodotti. Questi i danni umani, morali e materiali visibili immediatamente della guerra in Ucraina. Ma ad essere ferito, in modo grave e non immediatamente riconoscibile, è anche l’ambiente. Biodiversità, fiumi, terreni sono le vittime collaterali dell’invasione che Putin ha scatenato dell’Ucraina anche in modo indiretto visto che la situazione sul terreno ferma anche le necessarie attività di monitoraggio e prevenzione.

Il Conflict and Environment Observatory, organizzazione che monitora le conseguenze degli interventi militari per l’ambiente e le persone, sottolinea che gli eserciti chiamati a raccolta usano ingenti quantità di carburanti, necessitano di energia e, ancora prima, usano armi che hanno un costo ambientale per la produzione, lo stoccaggio, il trasporto e lo smaltimento.

L’imboscata alle porte di Kiev

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La situazione del Donbass

Poiché zona ricca di giacimenti di carbone, nel sottosuolo si snodano centinaia di chilometri di tunnel che stanno facendo sprofondare il terreno liberando sostanze chimiche che rischiano di contaminare le risorse idriche dell’intera regione. Il conflitto complica le attività di controllo e di bonifica e la situazione delle acque reflue domestiche e industriali, già grave nel 2018, aumenta con il rischio di inquinamento del fiume Donec. Nel 2016 la situazione delle acque era già critica, 55 bacini idrici su 66 erano considerati non potabili e, in tre casi, i livelli di radiazione registrati erano al di là dei limiti di sicurezza.

 

 

Radiazioni, metano e rischi biologici

La Banca mondiale, già nel 2015, aveva sollevato la questione della vulnerabilità e dei rischi della parte orientale dell’Ucraina, nella quale si contano tra l’altro oltre 170 impianti chimici ad alto rischio e più di un centinaio di siti in cui vengono usati materiali radioattivi. Una situazione aggravata da quasi 9 anni di conflitti e dall’attuale intervento militare russo. Situazione ribadita nel 2018 da alcuni scienziati ucraini certi che l’intera zona fosse esposta ai medesimi rischi a cui sono state esposte Chernobyl e l’area limitrofa.

Rimane vivo il rischio che la Russia, pure non intenzionalmente, possa colpire uno dei 15 reattori nucleari ucraini, eventualità remota che avrebbe conseguenze ovunque. Lo scorso 4 marzo un attacco missilistico in prossimità della centrale nucleare di Zaporizhzhia ha fatto temere il peggio anche se, in un secondo momento, l’entità dei danni è stata ridimensionata.
In aggiunta, l’invasione da terra con veicoli pesanti potrebbe complicare il già delicato equilibrio del terreno. Prima dell’inizio del conflitto il ministero ucraino dell’Ecologia e delle risorse naturali ha identificato 4.240 siti come potenzialmente pericolosi, a causa di perdite di metano, rischi biologici e radiazioni.

Biodiversità e fiumi in pericolo

L’Ucraina, pur rappresentando il 6% del territorio del continente, ne possiede il 35% in termini di biodiversità, già provata dai problemi ambientali degli ultimi anni e ulteriormente stressata da quando il conflitto è iniziato tra incendi boschivi e a impianti petroliferi. La vita animale e vegetale comprende oltre 70mila specie e, tra queste, se ne contano quasi 1.400 protette. L’equilibrio delle aree protette ai piedi dei Carpazi, lontane per il momento dalle azioni militari, è messo in crisi dai profughi che vi trovano riparo. Federparchi ha lanciato una raccolta fondi per tutelarle. Al di là delle aree protette, un terzo circa del territorio ucraino è formato da foreste, paludi, steppe e habitat salini.
Anche la salute dei fiumi desta preoccupazione. Durante l’estate del 2021, il ministro dell’Ambiente ucraino Roman Abramovsky ha denunciato lo sversamento di oltre 6 mila tonnellate di fosfati nel Dnipro, provenienti per lo più dagli scarti industriali, che hanno alimentato la presenza di alghe nel fiume con ricadute sulla fauna acquatica e sulla balneabilità, sospesa per questioni di sicurezza.
Se i Carpazi sono ancora al riparo dai combattimenti, altrettanto non si può dire di Mariupol’, città industriale e portuale che affaccia sul mar d’Azov a cui attraccano navi che non rispettano i requisiti ambientali imposti dalle leggi. Le polveri fini nella zona sono tra le più alte dell’intero Paese, nel momento in cui scriviamo le particelle PM 2.5 sono al di sopra dei limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Le conseguenze ambientali del conflitto, pure se in modo indiretto, si ripercuotono anche a migliaia di chilometri. A prescindere dalla latitudine, come sottolinea il già citato Conflict and Environment Observatory, i danni ambientali e per la salute umana saranno tangibili per diversi anni dopo il cessate il fuoco.

L’Artico dimenticato

L’invasione Russa in Ucraina ha impedito l’avvio di una missione condotta da un consorzio globale di scienziati – tra i quali anche diversi russi – per studiare e monitorare il permafrost in tutta la zona artica, che avrebbe fornito dati vitali per comprendere come sta cambiando il clima. La Russia, che rappresenta circa la metà delle terre artiche, non può quindi essere area di studio e, inoltre, è diventata teatro di attività dannose per l’ambiente che rimangono incontrollate, andando a incidere ulteriormente sugli effetti del cambiamento climatico.

“Una campagna di rilevazioni sul permafrost sottomarino nel margine siberiano, condotta insieme con i colleghi dell’università di Stoccolma e del Politecnico di Tomsk era già stata programmata per il 23 marzo, ma è stata cancellata per via del conflitto”, spiega Tommaso Tesi, ricercatore all’Istituto di Scienze Polari di Venezia e componente del team italiano. Al momento, della missione che da anni tiene sotto controllo il livello dell’oceano e la quantità di gas che si sta sprigionando, non si sa nulla. Tutta la centrale delle rilevazioni è infatti territorio russo.

 

Dopo la foresta amazzonica, l’Artico è il più grande deposito mondiale di carbonio che si trova nelle profondità dei ghiacci e che ora, a causa del riscaldamento, rischia di essere rilasciato. Il permafrost, terreno perennemente ghiacciato tipico delle regioni fredde, immagazzina circa il 50% del carbonio ed è ricco di comunità virali che devono essere studiate, giacché i virus hanno un impatto sull’ecosistema.

La regione artica si sta riscaldando quattro volte più velocemente del resto del Pianeta e uno dei compiti che avrebbe dovuto svolgere la missione scientifica è legato proprio alla misurazione delle quantità di COche vengono assorbite e rilasciate nell’arco di periodi specifici. Le previsioni parlano di estati senza ghiaccio nelle zone artiche a partire dal 2035 e il blocco forzato della spedizione scientifica consuma tempo utile alle rilevazioni, esponendo a conseguenze tutto il globo.
Susan M. Natali, a capo della spedizione abortita, ha sottolineato al Time come l’Artico sia “una delle riserve di carbonio più grandi e vulnerabili del Pianeta e averne i dati è essenziale”. Informazioni che aiuterebbero a comprendere e a prevedere i cambiamenti climatici su scala globale

La crisi climatica

Greenpeace sottolinea gli aspetti legali all’accelerazione della crisi climatica: “La Commissione Europea presenterà un piano per ridurre la dipendenza dell’UE dal gas russo, in risposta all’invasione dell’Ucraina e alla conseguente crisi energetica. Secondo noi, tuttavia, cercare nuove fonti di importazione di gas fossile o di combustibili alternativi lascerà comunque l’Unione vulnerabile agli shock energetici, accelerando la crisi climatica“.

Da quanto emerge da una bozza che è trapelata del piano, la Commissione intende dare “la priorità alla diversificazione delle importazioni di gas fossile e all’importazione di altri combustibili come idrogeno e biogas. Il piano esclude la graduale eliminazione dell’uso di gas fossile anche se propone di velocizzare lo sviluppo di fonti rinnovabili e delle misure di efficienza energetica” spiega Greenpeace.

 

 

“Dopo una pandemia, con una crisi ambientale e climatica sempre più grave – dice Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia – una guerra è l’ultima cosa che ci serve. Oltre all’orrore, all’odio, ci preoccupa da un lato l’ulteriore corsa agli armamenti e dall’altro il rischio che questa crisi sia utilizzata dai governi per proporre ai cittadini soluzioni ‘energetiche’ fasulle, come gasdotti, rigassificatori e nucleare, che richiedono anni se non decenni, rimandando invece soluzioni più sicure per le persone e l’ambiente e già a portata di mano, come le rinnovabili. In Italia, secondo Confindustria, le aziende sarebbero pronte a investire 85 miliardi di euro per sviluppare una potenza di rinnovabili equivalente al 20% dei consumi nazionali di gas, creando 80.000 posti di lavoro”.

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