Draghi non paga il conto elettorale di Salvini

Draghi non paga il conto elettorale di Salvini

5 Ottobre 2021 0 Di Luna Rossa

La Lega strappa sul fisco (ma senza Giorgetti). Ma il premier non se ne cura e incassa lo stesso l’ok

By Giuseppe Colombo

Quando al tavolo della cabina di regia a palazzo Chigi è il turno della Lega, Mario Draghi ha già incassato il sì dei 5 stelle e di Forza Italia alla delega fiscale. Sono le tre del pomeriggio e tutto fila liscio in vista di un Consiglio dei ministri più che formale. La parola passa a Massimo Garavaglia: il ministro leghista sostituisce il collega Giancarlo Giorgetti, assente. E vista la protesta plateale contro il premier che Matteo Salvini inscenerà alla Camera qualche ora dopo, l’assenza del più filo-premier in casa Lega non passa di certo inosservata. Per capire perché bisogna andare alle parole che pronuncia Garavaglia: “Presidente Draghi, non è possibile discutere di un testo che ci è stato inviato mezz’ora fa”. Il premier resta in silenzio. Il ministro insiste: la riforma del catasto è un corpo estraneo, un veicolo di nuove tasse. Draghi ribatte: ”È un’operazione di trasparenza, nessuno vuole alzare le tasse”. Garavaglia annuncia che deve condividere il testo con il suo partito, si alza e se ne va. Un ministro grillino si gira da un collega e sussurra: “Ma quindi la delega salta?”. Venti minuti dopo il premier suona la campanella per dare il via al Consiglio dei ministri che approverà la delega.

La riunione del Cdm dura appena cinquanta minuti. Le sedie dei ministri leghisti sono vuote. Il premier, scortato dal fedelissimo ministro dell’Economia Daniele Franco, si limita a riassumere brevemente i contenuti della delega. Ma è evidente che l’uscita anticipata di Garavaglia dalla cabina di regia e la diserzione dei ministri leghisti hanno fatto piombare il risultato deludente del Carroccio alle amministrative sul tavolo del Governo. Insomma, come ampiamente prevedibile, il giorno dopo è partita la rumba dei partiti. Meglio del partito di Matteo Salvini. In evidente affanno. E quale occasione migliore se non le tasse, meglio il paventare lo spettro di un aumento delle imposte, per provare a dare un segnale, per dire che la Lega c’è, è viva e vegeta e può incidere dentro al Governo. La conferenza stampa convocata a Montecitorio qualche minuto dopo quella di Draghi a palazzo Chigi, la messa in dubbio degli accordi pattuiti con il premier sulla delega fiscale, soprattutto le parole utilizzate. Queste: “Noi non chiniamo il capo quando ci sono di mezzo la casa e il risparmio degli italiani”. E queste: “Non è l’oroscopo, non è possibile avere mezz’ora di tempo per analizzare il futuro degli italiani. C’è qualcosa da cambiare nella modalità operativa”. Il primo vero attacco frontale a Draghi, con il tentativo di agganciare “gli italiani”, chi non l’ha votato e soprattutto chi non ha votato.

Ma i guai elettorali di Salvini sbattono contro il decisionismo del premier. Non senza una certa irritazione, che tra l’altro Draghi non nasconde quando durante la conferenza stampa risponde a una domanda sull’assenza della Lega al Cdm con un “ce lo spiegherà Salvini”. Se da una parte il premier prova a tenere l’esito del voto lontano dall’azione del Governo (“Non credo che il risultato delle elezioni abbia indebolito il Governo, ma non so neppure se si sia rafforzato”), dall’altra non può evitare l’affondo di Salvini. Lo scontro si amplia, seppure con una diversa intensità, e registra la drammatizzazione estetica del Pd che convoca una riunione d’urgenza al Nazareno. Ma sono i guai di Salvini a occupare la scena. In altri tempi avrebbero scomodato la categoria della crisi di governo. Non è questo il caso e infatti, non a caso, Salvini ribadisce che “ha fiducia” in Draghi, ma questa fiducia, sottolinea, non è in bianco né a tempo indeterminato.

Se le tasse diventano il terreno di scontro non è solo per la delicatezza della materia in sé. Le questioni sono di merito e di metodo. Le prime riguardano l’oggetto del contendere tra Draghi e Salvini: la riforma del catasto. Il disegno di legge delega dice chiaramente, e il premier lo ribadisce anche in conferenza stampa, che da qui al 2026 il Governo sarà chiamato a integrare le informazioni presenti nel catasto dei fabbricati di tutta Italia. Nel concreto significa che a una casa non sarà attribuita solo la rendita catastale che è determinata secondo le leggi vigenti, ma anche il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata ai valori di mercato. Con un paletto, che sarebbe stato suggerito a Draghi dal fedelissimo Renato Brunetta. Anche questo è scritto nero su bianco nella delega: le informazioni aggiuntive che si metteranno in fila nei prossimi cinque anni non dovranno essere utilizzate per modificare la tassazione attuale. Insomma le tasse non cambiano. Fino al 2026. Certo il 2026 è un’altra era geologica, ma già il fatto che il Governo ha deciso di mettere mano al catasto basta a Salvini per avere in mano il pretesto necessario a fare partire la rumba dopo la sconfitta nelle urne. Non è tanto il timore che potrebbe ritrovarsi lui a far pagare il conto del nuovo catasto agli italiani. La prospettiva è molto più vicina: sono i ballottaggi del 17 ottobre.

Sorgente: Draghi non paga il conto elettorale di Salvini | L’HuffPost

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