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Nel 1971 il grande politico francese riuscì a unire col suo carisma tutte le anime del socialismo francese, arrivando in pochi anni all’Eliseo. Nel nostro Paese invece i galli a cantare sono tanti e il Partito democratico è ostaggio di un correntismo fine a se stesso

«Cari compagni, strutturerò il mio intervento intorno a tre punti: per cominciare: perché siamo qui. In seguito: che faremo dell’unità? Infine, come realizzarla?». Questo è l’incipit di un discorso che la sinistra italiana, o centrosinistra, attende invano da anni e  di cui avrebbe urgente bisogno. Il discorso di un grande leader, un grande capo politico. Tre punti semplici, a enunciarli. Complicatissimi, a svolgersi. Eppure, quello è l’inizio di un discorso che si tenne per davvero e che cambiò la storia di un grande Paese.

Questo grande Paese è la Francia, il discorso fu pronunciato da François Mitterrand il 7 giugno 1971 – mezzo secolo fa! – al Céntre sportif Léo-Lagrande di Epinay-sur-Seine, a nord di Parigi. “Epinay”, nei manuali di storia politica, da allora è il simbolo della unificazione del socialismo francese, il congresso nel quale Mitterrand si prese un esangue partito socialista, lo allargò e ne fece il vettore che lo portò dieci anni più tardi all’Eliseo, primo presidente socialista francese della storia. Seppe coniugare, Mitterrand, la manovra congressuale classica – gli accordi con i vari capicorrente – con la visione e la proposta: spostare la Francia a sinistra.

Mitterrand aveva una biografia non esente da punti oscuri ma appariva come la reincarnazione dello spirito libertario (e anche libertino) che dai philosophes del Settecento promanava giù fino al positivismo ottocentesco e poi, in qualche modo, al socialismo di Léon Blum del Novecento.

Un personaggio carismatico come la sinistra francese non aveva conosciuto. Passato per la fuga da un campo di concentramento e l’arruolamento nella Resistenza, nascosto per mesi nel 1944 in casa di Marguerite Duras con i nazisti per strada, e poi deputato e ministro della controversa Quarta Repubblica, fino alla inaudita sfida presidenziale a Charles De Gaulle nel ’65 persa ma comunque utile per la sua popolarità, quando il Generale lasciò il campo nel ’69, la nuova sinistra guardò a lui, leader di una piccola formazione (il Cir, la Convenzione delle istituzioni repubblicane), tendenziale punto di incontro fra le due parole magiche dell’immaginario francese: la Repubblica e il socialismo. I giovani che avevano fatto il Sessantotto parigino non chiedevano altro. Gli operai lo stesso. La borghesia si fidava. Stati Uniti e Unione sovietica lasciarono fare.

A Epinay, Mitterrand scende dunque in campo e sfida i vecchi, aprendo con il suo discorso una prospettiva nuova. Unificare tutte le anime del socialismo, tutte le organizzazioni piccole e medie, tutte le personalità di varia estrazione attorno alla rinascita del partito socialista, all’epoca fiacco erede della vecchia Sfio nata nel 1920 a Tours dalla scissione con i comunisti, come a Livorno l’anno successivo.

Lasciamo  la parola al fervido racconto di Bernardo Valli: «Mitterrand indossa un abito chiaro e una cravatta scura quando prende la parola. Il suo stile oratorio non è professorale. Non può insegnare il socialismo ai socialisti, lui che lo è appena diventato e che forse non lo è ancora nell’intimo (lo diventerà sul serio, senz’altro, col tempo, a forza di predicarlo). Usa accenti marxisti quel che basta per tinteggiare di rosso il moralismo cristiano, e dar sapore a un romanticismo un po’ ottocentesco. Cerca di conciliare le correnti marxiste, proudhoniane e personaliste (cristiane, alla Emmanuel Mounier). Ma soprattutto accende le emozioni passando dal mormorio confidenziale ai toni alti, perentori. Ai socialisti piace quel neo socialista che parla di socialismo con una semplicità familiare, chiara, scolastica».

Vince, il “fiorentino”, come lo aveva chiamato il grande scrittore cattolico François Mauriac alludendo alle sue capacità machiavelliche – della Firenze del Cinquecento Mitterrand fu grande studioso – portando il Ps a quei grandi numeri che non aveva mai avuto.

Tutti si adeguarono dietro il leader, personaggi oggi dimenticati ma all’epoca influentissimi, Gaston Defferre, Jean Pierre Chevénement, Pierre Mauroy (che poi fu primo ministro con Mitterrand all’Eliseo) e altri capi e capetti, mentre veniva su una nuova leva di giovani preparati esponenti pronti per il governo, i Jacques Delors, i Michel Rocard, il giovanissimo François Hollande.

Ai comunisti, sempre bloccati sugli antichi schemi marxisti e sulla politica internazionale filosovietica, in fondo andava bene così, era un ottimo tram per andare per la prima volta al governo della Francia. Non seppero cogliere l’occasione per un radicale rinnovamento, e iniziò la loro inesorabile discesa agli ínferi della politica.

Ma – domandiamoci – un’Epinay italiana è possibile? Da noi i galli a cantare sono tanti, ciascuno con le sue ragioni e suoi torti, le sue ansie e le sue velleità, i suoi consensi e i suoi odî. La geografia del centrosinistra italiano è come un arcipelago che sembra uno di quelli del Pacifico, piccole e meno piccole isole divise; o ricorda i Comuni italiani che Niccolò Machiavelli voleva fossero riuniti dal duca Valentino, il Principe che non giunse mai, perché la divisione porta «ruina».

Persino le storie piccole, come quella di una possibile candidatura unitaria in un collegio di Roma, si scontra con calcoli, giochi, gelosie. Non ci si parla nemmeno, certe volte. Un grande partito come il Pd continua a essere solcato da un correntismo (l’immancabile “tu con chi stai?”) fine a se stesso, o meglio, alla gestione di qualunque cosa, e i gruppi riformisti (un aggettivo che andrebbe colorato di contenuti come una tela lo è d’immagini) non si intendono tra di loro, diffidano, rinviano. Tutto è difficile, tutto è sospettabile, tutto è insincero. La personalizzazione della politica avviene al contrario, non per costruire ma per distruggere. E più il livello è mediocre e peggio è. I capi arrivano e lasciano, costretti a gettare la spugna dalle sconfitte elettorali, dagli avversari interni, dalle debolezze d’animo personali.

In un recente documento pubblicato dal Riformista – “16 tesi per il riformismo” – si guarda con interesse «al maturare nella vicenda politica del Paese di un soggetto liberale, riformista, europeista, attento alle questioni dello sviluppo economico collocato nel campo delle riforme e della innovazione, un soggetto cui possano riconoscersi forze liberaldemocratiche, radicali e socialiste. Un soggetto che contribuisca a un mutamento dell’attuale sistema politico e all’affermarsi di un indirizzo riformista nella politica italiana». Bene, ma chi lo fa? Questo è il problema.

In Italia non c’è un François Mitterrand in grado di riunire un centrosinistra spezzettato e afflitto dalla malattia della quotidianità e perciò abbastanza immobile. Per una Epinay italiana c’è da attendere. La Francia è lontana.

Sorgente: La sinistra italiana ha bisogno di un Mitterrand (auguri!) – Linkiesta.it

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