Il Cile al voto per chiudere i conti col passato della dittatura

Il Cile al voto per chiudere i conti col passato della dittatura

23 Ottobre 2020 0 Di luna_rossa

Il compromesso di un anno fa ha messo fine alle proteste popolari contro la disuguaglianza e ha innescato il processo di riscrittura della Costituzione

  • Domenica 25 ottobre circa 15 milioni di cilene e di cileni, su una popolazione totale di quasi 20 milioni di abitanti, saranno chiamati a votare per il referendum costituzionale, ufficialmente “Plebiscito Nazionale 2020”.
  • È la prima tappa di un lungo processo che dovrebbe portare alla stesura di una nuova Costituzione.
  • Alla sua convocazione si è giunti dopo un accordo tra maggioranza e opposizione, raggiunto nel novembre dell’anno scorso, per placare le imponenti manifestazioni popolari che dal 18 ottobre 2019 e per varie settimane avevano infiammato il paese.

 

I cittadini dovranno rispondere a due quesiti: se approvare o rifiutare l’elaborazione di una nuova carta e quale organo costituente dovrà redigere il testo, un’Assemblea costituzionale mista, composta in parti uguali da parlamentari e cittadini eletti, oppure un’Assemblea costituzionale composta interamente da rappresentanti eletti attraverso il voto popolare.
La partecipazione al voto è volontaria e nel caso dovesse vincere il Sì le elezioni per l’organo costituente si terranno l’11 aprile 2021.

La Costituente, cui spetterà il compito di scrivere la legge fondamentale ma non di modificare gli organi dello Stato e le sue regole e procedure di funzionamento, avrà nove mesi di tempo dopo l’elezione dei suoi membri per terminare i lavori, con la possibilità di chiedere una sola proroga di 3 mesi.

La procedura dovrebbe quindi concludersi entro l’aprile del 2022. Sessanta giorni dopo, in un secondo referendum, il cui voto sarà obbligatorio, i cittadini saranno chiamati ad approvare la nuova Costituzione.
La consultazione era stata fissata per lo scorso 26 aprile, ma è stata poi rinviata a causa della pandemia da Covid-19.

Alla sua convocazione si è giunti dopo un accordo tra maggioranza e opposizione, raggiunto nel novembre dell’anno scorso, per placare le imponenti manifestazioni popolari che dal 18 ottobre e per varie settimane avevano infiammato il paese.

Iniziata dagli studenti secondari che si erano rifiutati di pagare il biglietto della metropolitana, la protesta sociale dell’ottobre del 2019 si era estesa rapidamente a diverse categorie e gruppi sociali.

Uno degli slogan più diffusi in Cile in quelle settimane era stato «No es por 30 pesos, es por 30 años» (non è per trenta pesos, è per trent’anni), a evidenziare come a distanza di un trentennio dalla fine della dittatura poco o nulla fosse stato fatto per mettersi alle spalle i retaggi autoritari e le profonde diseguaglianze economiche e sociali.

Anche se la disparità di reddito e la povertà sono diminuite negli ultimi decenni, queste sono infatti rimaste elevate e determinano disagio e malessere in una parte maggioritaria della popolazione.

I livelli di povertà, in particolare, sono piuttosto alti presso alcuni gruppi sociali (principalmente tra i giovani, gli adulti giovani e gli adulti con figli), variano di molto a seconda delle diverse zone del paese, che presentano importanti disparità nella diversificazione economica, nella qualità dell’istruzione e disponibilità di servizi pubblici, e ciò è ancor più evidente e significativo in ambito rurale e tra i popoli originari.

L’ONDA LUNGA DEL NEOLIBERISMO

Una protesta, quindi, quella dell’ottobre scorso, che veniva da lontano e durante la quale l’indice è stato immediatamente puntato contro decenni di politiche neoliberiste basate sulla privatizzazione dei servizi sociali, dell’istruzione e della salute, e legittimate dal consenso politico e da un sistema giuridico-legale dittatoriale al servizio del grande capitale.

Il dissenso ha messo in discussione la visione ‘positiva’ della transizione democratica cilena favorita soprattutto da fattori di carattere macroeconomico.

Pur essendo ampiamente note alla ristretta cerchia di studiosi e opinionisti, nell’ultimo anno circa sono diventate di dominio pubblico, infatti, le profonde contraddizioni di quella che è stata definita una transición pactada (transizione negoziata), e, più in generale, dell’evoluzione del processo politico ed economico cileno post-dittatoriale.

Un percorso in cui emergono più i fattori di continuità rispetto agli anni del terrorismo di Stato che quelli di rottura, al punto da spingere diversi studiosi a definire il Cile attuale come una sorta di “dittatura costituzionale”.
Questa continuità sarebbe evidente, in primo luogo, a livello politico-istituzionale.

L’attuale carta costituzionale è, infatti, in larga parte quella approvata dal regime civico-militare nel 1980. Le modifiche realizzate durante la presidenza del socialista Ricardo Lagos (2000-2006) ridussero in qualche modo l’autonomia dei militari dal potere civile, ma non scalfirono la struttura originaria e, ciò che è più importante, il tipo di democrazia, “protetta e autoritaria”, edificata dalla Costituzione.

Questa, quindi, contempla ancora una regolazione in senso restrittivo della libertà di azione di forze politiche e sindacati, norme “anti-terrorismo” ampiamente discutibili, un sistema di “supermaggioranze” che consegna una sorta di potere di veto permanente alla minoranza che favorisce gli abusi più diversi. E, cosa forse ancora più rilevante, continua a contenere in sé le regole fondamentali di quel sistema economico ultraliberista fatto proprio alla metà degli anni Settanta dalla dittatura e mai messo da parte.

I CONTI COL PASSATO

La mancanza di volontà da parte delle varie forze politiche giunte al governo dopo il ritorno alla democrazia di superare l’ingombrante eredità lasciata dal regime militare e di fare i conti con i lasciti negativi a questa collegati – e ciò nel silenzio di una parte significativa dell’intellettualità locale e dei mezzi di informazione – spiegano, in buona parte, la delegittimazione delle istituzioni e la profonda sfiducia nei confronti della politica che interessa in particolare le giovani generazioni.
L’ex presidente Michelle Bachelet, attualmente Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, pur avviando, durante il suo secondo mandato (2014-18), un processo costituente basato sull’ascolto della cittadinanza, con il coinvolgimento di 200 mila cittadini, non è riuscita a vincere le tante e diffuse resistenze e a ottenere un risultato tangibile.

Spetterà, quindi, alle cilene e ai cileni il compito ineludibile di dare una spallata all’attuale e trasversale sistema di potere, accendendo il motore di una macchina che vedrà il traguardo solo tra circa due anni.

L’obiettivo è dotare il paese di una nuova Costituzione, la quarta della sua storia, dopo quelle del 1833, 1925 e 1980. A quasi cinquant’anni dal golpe dell’11 settembre e a quaranta dal testo imposto dai militari.

Sorgente: editorialedomani.it

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