Contagi da record: abbiamo perso tempo ma possiamo ancora rimediare

Contagi da record: abbiamo perso tempo ma possiamo ancora rimediare

15 Ottobre 2020 0 Di luna_rossa

 

 

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 13 Ottobre 2020 Roma (Italia) Cronaca : Il personale sanitario dell’ospedale San Giovanni Addolorata si occupa dei numerosi tamponi che vengono effettuati al drive in e nell’ambulatorio Nella Foto : lo staff dell’ambulatorio allestito in sala Mazzoni Photo Cecilia Fabiano/LaPresse October 13 , 2020 Roma (Italy) News : The sanitary staff of the San Giovanni Addolorata hospital takes care of the numerous covid swabs that are carried out at the drive in and in the clinic In The Pic : The staff working in the Mazzoni clinic

Due settimane fa il governo considerava la soglia di allarme quella dei 4000 contagi al giorno. Ieri ne abbiamo registrati 7332, mai così tanti. Il record precedente è del 21 marzo, ma quel giorno erano stati fatti soltanto 26mila tamponi. Ieri i tamponi sono stati 152.196. La capacità di tracciamento dell’epidemia è dunque migliorata, ma questa è l’unica buona notizia.

La cattiva è che il virus si sta diffondendo, immune anche alla cortina di propaganda che ha avvolto l’azione del governo in questi mesi.

L’esecutivo ha sempre rivendicato di aver gestito bene l’emergenza e si è crogiolato nell’illusione del ritorno alla normalità.

La verità è che le misure drastiche della primavera, rispettate con sorprendente rigore dalla maggior parte dei cittadini, hanno comprato tempo ma non abbiamo usato bene quel vantaggio nella rincorsa tra virus e prevenzione.

Come osserva un dossier appena pubblicato dal ministero della Salute, c’è un giorno preciso in cui si inverte la tendenza: il 16 agosto 2020, nel pieno di un’estate folle con spiagge, discoteche, festival, feste e raduni.

Da quel 16 agosto l’indicatore Rt, che misura l’andamento della pandemia, è tornato stabilmente superiore a 1. Il contagio ha ricominciato a espandersi, dopo essere stato abbattuto dal lockdown e rimasto più o meno stabile tra giugno e metà agosto. Visto che le terapie intensive rimanevano vuote, abbiamo deciso – non solo i politici, ma tutti noi – che potevamo prendere meno precauzioni.

Questo clima pericolosamente rilassato ha lasciato buchi nella rete di protezione, nazionale e locale. La app Immuni serve a poco (chi segnala il potenziale contagio non riceve test e assistenza), chi prova a fare un tampone non riesce a ottenerlo, molte regioni non hanno comprato abbastanza vaccini per l’influenza stagionale e così ogni raffreddore rischia di innescare quarantene, isolamento e stress per medici e ospedali già oberati.

L’ultimo Dpcm del governo scarica sui cittadini ogni responsabilità di prevenzione. Mentre tecnici di palazzo Chigi esercitano la loro perversa creatività a elaborare distinzioni sottili tra “feste” e “celebrazioni”, il virus se ne frega di loro e prepara un’altra strage.

Otto mesi di pandemia ci permettono però di vedere con maggiore chiarezza le poche alternative disponibili. La prima è continuare con la politica dei piccoli passi, una limitazione nuova alla settimana. L’esito è quello vaticinato ieri dal dottor Andrea Crisanti: un lockdown generale a Natale, per evitare di festeggiare il capodanno in terapia intensiva. Per quanto efficace, la chiusura generalizzata è anche la soluzione più iniqua e traumatica, la sconfitta della politica.

Prima di arrivarci, vale la pena tentare la seconda strada: interventi drastici, immediati e mirati. Stanziamo i miliardi che servono per ridurre l’impatto economico (meglio spenderli così che per il ponte sullo stretto di Messina tanto caro a questo governo) e chiudiamo tutto quello che si può chiudere: ristoranti, stadi, chiese, palestre, scuole e università in grado di offrire la didattica a distanza, uffici, centri produttivi.

Nelle grandi città tutti quelli che possono lavorare da casa dovrebbero essere messi in condizione di farlo, così da evitare i mezzi pubblici. Il ministero della Salute ha già pronta la lista delle misure, con 2-3 settimane di sacrifici la situazione tornerebbe sotto controllo. Sono interventi che richiedono coraggio al governo e collaborazione dalle regioni, dalla Confindustria, dai sindacati, dalle associazioni di categoria.

La politica deve indicare la linea poi spetta a noi fare tutto il possibile.

 

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