Non è un amico degli ultimi | L’ Intellettuale Dissidente

Non è un amico degli ultimi | L’ Intellettuale Dissidente

28 Marzo 2020 0 Di Luna Rossa

Il modello di lavoro cui si ispira Draghi è in netto contrasto con le previsioni dell’art. 1 della Costituzione, un modello che sarebbe poi stato esaltato dal Governo Monti e dal Jobs Act di Renzi, che infatti ha dichiarato di voler addirittura imparare a memoria le parole dell’ex Governatore della BCE; un modello che non ha nulla a che fare con i diritti, un modello che non ha nulla da riconoscere agli ultimi, che con Draghi ultimi lo saranno ancora di più.

di Salvino Balzano

Arriva un momento, nella vita di un Paese e del suo Popolo, nel quale si consuma la più triste delle liturgie: quella nella quale si fatica indicibilmente a restare delusi e magari ad incazzarsi con una classe politica che appare in una determinata circostanza incapace, inetta, inadeguata rispetto ai tempi e alle sfide. Probabilmente è il momento che vive l’Italia: gli italiani sono costretti ad assistere alle messe in scena della politica contemporanea senza riuscire più a trovare la forza di indignarsi, dissociarsi, infuriarsi. Dopotutto, è il velenoso frutto dei nostri giorni e tutto è ormai disillusione e spettacolo: laddove un tempo sedevano figure come la Iotti, come De Gasperi e Di Vittorio, oggi siedono Renzi, la Bellanova e la Bernini. Ho detto tutto.

È una politica completamente priva di reali contenuti e di slancio, una politica completamente priva di coraggio, se non negli slogan, nello spararla sempre più grossa, nel tentativo disperato di strappare qualche like in più. E che vi potete aspettare da una politica che smantella gli ospedali pubblici, che invita alla calma e alla normalità, che va a farsi l’aperitivo dicendo a mari e monti che è solo una banale influenza, per poi avere persino qualcosa da dire dinanzi alle migliaia e migliaia di morti che il nostro Paese sta contando?

Non vi fermate, uscite per lo spritz!

Dopotutto, scriveva bene mercoledì scorso Martino su queste stesse colonne:

vogliamo davvero credere che loro siano migliori di noi? Che agiscano nell’interesse esclusivo della Nazione e quindi del popolo italiano? Ma tu che leggi, studente, disoccupato, lavoratore, precario, pensionato, che cos’hai da spartire con loro? Con omuncoli che un mese fa abbracciavano un cinese e oggi vogliono passare da Churchill di Tor Pignattara, con “imprenditori” per cui #Milanononsiferma significa solo ubriacarsi, consumare e fare after ai Navigli? Cos’ha la tua vita, quella della tua famiglia, del bianco e nero delle foto dei tuoi nonni con i calli alle mani e la faccia pulita di lavoratori con la loro? Nulla.

E non fa eccezione quanto sta accadendo in questi giorni a seguito dell’uscita di Mario Draghi fa sul Financial Times, cui ha fatto seguito l’incredibile e appecoronato susseguirsi di leccate di culo da parte di tutti, o quasi, i principali leader politici italiani: eccolo, il nuovo salvatore, il nuovo Mario Monti pronto a guidarci e a tirarci fuori dalle macerie post Covid-19. E tutti a dire bravo, a citare, a sviolinare, a sbrodolare: dalla politica, all’informazione. Nessuno, nessuno che ricordi chi è davvero Mario Draghi e quali e quanti siano i suoi (de)meriti nella storia del nostro Paese.

Certo, in effetti qualcuno c’è, ma sono i soliti noti, quelli scomodi, i “rossobruni del muretto”: ci ha pensato ieri Thomas Fazi a ricordarcelo, raccontando di quando nel 2011, “pochi mesi prima che Draghi assumesse ufficialmente la carica alla BCE, e nel pieno della furia speculativa nei confronti dei titoli italiani, lui e il suo predecessore, Trichet, inviarono al governo italiano quella famosa “letterina”, che poi sarebbe entrata nella storia, in cui intimavano al governo italiano “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”, “privatizzazioni su larga scala”, “la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari”, “la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale”, “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e persino “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”. Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per “ripristinare la fiducia degli investitori”.

Ed è proprio su questa lettera che vorrei invitare il lettore a riflettere, sulle conseguenze drammatiche che essa ha comportato per il nostro Paese, per lo Stato Sociale, ricordando come oggi le conseguenze di quelle scelte, consistenti nella scellerata e lineare compressione della spesa pubblica, si traducano nel devastante numero di morti da Covid-19: non è speculazione, non è strumentalizzazione. È solo la realtà: c’è gente che muore a casa, c’è tanta tanta gente che muore senza accedere alle strutture sanitarie oberate, colme e sature. È di questo che si muore oggi e i principali responsabili di quelle scelte sono gli stessi che questa classe dirigente bavosa, viscida e maledetta chiama a salvare il Paese. Il loro belare ipocrita risuona in tutti i talk show fino ad arrivare alle auguste riflessioni di Formigli a Piazza Pulita di qualche sera fa:

il coronavirus abbiamo visto che non conosce confini e nessun paese, che sia di destra, di sinistra, nazionalista, globalista è stato risparmiato: è la fine dell’utopia sovranista?

Viene da interrogarsi su chi stia davvero speculando sulle vittime che piangiamo per l’epidemia. Tutta questa gente guarda a Draghi per salvare l’Italia, ma i lavoratori, in particolare, possono essere sereni e speranzosi in relazione a tale ipotesi? Proviamo a rispondere molto brevemente.

La chiave è proprio nella lettera che citava Thomas nel suo pezzo di ieri, datata 5 agosto 2011: costituiva la promessa dei disastri che il mondo del lavoro avrebbe subito negli anni successivi. La prima risposta a quella lettera la diede già il Governo Berlusconi che affannosamente provava a rimanere in sella, sperando che il Decreto Sacconi fosse sufficiente a distogliere chi già guardava al governo tecnico. Il 13 agosto del 2011, infatti, l’esecutivo emanò il Decreto Legge n. 138 che stravolgeva di netto le regole della contrattazione collettiva.

Questa norma è particolarmente significativa perché archiviò letteralmente la gerarchia delle fonti nel diritto del lavoro, che fino a quel momento era stato caratterizzato da inderogabilità. Tradotto in parole povere, i livelli di contrattazione più “bassa” potevano solo integrare (una volta infatti si parlava di “contratti integrativi”) le norme di rango superiore, modificandole solo in meglio, potendo introdurre solo deroghe contenenti trattamenti di miglior favore per il lavoratore. Col Decreto Sacconi per la prima volta si consentì alla contrattazione aziendale di modificare le norme contenute nei contratti collettivi nazionali in peggio, ma non solo: i contratti di “prossimità” hanno la possibilità di modificare negativamente persino disposizioni di legge. Il meccanismo ha permesso a imprenditori malintenzionati di ricattare le organizzazioni sindacali aziendali: o firmi un accordo col quale rinunci a a questo e a quel diritto riconosciuto dalla legge e dai contratti, o mando tutti a casa. È successo e succede ancora. Un vero e proprio dramma consumato da quel Governo per obbedire agli ordini di Mario Draghi, ricorrendo peraltro a uno strumento scarsamente democratico come il decreto legge e mentre gli italiani erano al mare.

C’è dell’altro. Come ricordato, mediante il ricorso allo spread, Draghi (non dimentichiamo il ruolo di Napolitano, il “comunista” amico del popolo) disarcionò Berlusconi da Palazzo Chigi e ci pose Mario Monti, il professore della Bocconi chiamato a salvare il Paese sull’orlo del default. A Monti e alla Fornero si deve la nota riforma delle pensioni, introdotta da quell’ipocrita pianto televisivo che ancora oggi molti italiani ricordano con la bava alla bocca e fanno bene. Ma non è di questo che interessa parlare qui in questo momento: meno di un anno dopo dall’entrata in vigore del Decreto Sacconi, infatti, il Governo dei tecnici espugnò la roccaforte dell’art. 18 con la legge 92 del 2012, passata alla storia come legge Fornero, era il mese di giugno.

Ai sensi del nuovo articolo 18, si ha diritto alla reintegra solo in casi assolutamente residuali (alcuni ritenuti quasi “di scuola”, tanto sono considerati rari) quali il licenziamento intimato oralmente, quello discriminatorio, quello fondato su un fatto che non sussiste, etc.). In tutti gli altri casi, il datore di lavoro è semplicemente condannato al pagamento di una indennità risarcitoria (peraltro caratterizzata da un tetto massimo di 24 mensilità, che la rende assai meno temibile del risarcimento del danno previsto dal vecchio articolo 18).

S. Balzano, “Pretendi il Lavoro!”

La legge Fornero costituisce davvero una ferita profonda nella storia e nell’attualità del nostro Paese: chi studia il diritto del lavoro, chi ogni giorno prova a difenderne i presidi, chi se ne occupa anche scrivendone come forma di impegno civile, non può che ricordare con profondo dolore quella scelta, quella di barattare i diritti dei lavoratori sull’altare dell’austerità disegnata da Draghi e Monti.

E c’è peraltro una nettissima correlazione tra la riforma dell’articolo 18 e il contenimento dei salari dei lavoratori (auspicato dalla lettera firmata da Draghi): porre infatti il lavoratore in una condizione di precarietà e di ricattabilità, non avendo egli la possibilità di invocare la reintegra in sede di giudizio, lo avrebbe inevitabilmente relegato nell’angolo dell’accettazione e della rassegnazione. Un lavoratore privo di certezza circa il suo futuro e circa la prospettica sussistenza dei mezzi necessari a garantire a lui e alla sua famiglia una vita dignitosa, inevitabilmente rinuncerà a resistere, a contrastare, a rivendicare, a denunciare, a lottare.

Questo è il modello di lavoro a cui si è ispirato Draghi, un modello di lavoro in netto contrasto alle previsioni dell’art. 1 della Costituzione, un modello che sarebbe poi stato esaltato dal Governo Monti e dal Jobs Act di Renzi, che infatti ha dichiarato di voler addirittura imparare a memoria le parole dell’ex Governatore della BCE, un modello che non ha nulla a che fare con i diritti, un modello che non ha nulla da riconoscere agli ultimi, che con Draghi ultimi lo saranno ancora di più.

Sorgente: Non è un amico degli ultimi | L’ Intellettuale Dissidente

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