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I tre virus dei rifugiati in Libia: corona, fame e schiavitù | il manifesto

Africa. L’Unhcr sospende le attività per mancanza di attrezzature protettive. Partenze verso l’Europa sono sospese, i centri di detenzione troppo affollati. Cresce la paura tra i richiedenti asilo

Roberto Prinzi

In Libia si sta scherzando con il fuoco. Non bastava la guerra civile che dura da un anno e che vede contrapposti il Governo di accordo nazionale libico (Gna) e l’Esercito nazionale libico (Enl). Ora a far paura è anche la diffusione del coronavirus. Se finora è stato registrato solo un caso positivo, è pur vero che questo dato lascia più di qualche dubbio dato che la Libia non ha strumenti idonei per rivelare i contagi.

Se il numero di infettati dovesse crescere, il disastro umanitario sarebbe scontato: il sistema sanitario libico è al collasso dopo anni di guerra, mancanza di fondi e corruzione endemica. Le due autorità rivali in Tripolitania e Cirenaica hanno sigillato le città imponendo coprifuoco serali, ma il contenimento resta una misura cosmetica fin quando parleranno le armi.

A pagare il prezzo sono i civili e, tra questi, quelli meno tutelati: i migranti. Rinchiusi con la complicità europea (e italiana) in lager in condizioni vergognose più volte denunciate dalle organizzazioni umanitarie, i rifugiati vivono giorni se possibile ancora più difficili del solito.

A poco sembra servire la campagna per sterilizzare i centri di detenzione a Tripoli. «Abbiamo paura di questa malattia – ha raccontato un eritreo – Se arriverà, sarà molto pericoloso. Viviamo in una casa dove tra le sei e le otto persone dormono in una stanza perché l’affitto è alto».

C’è poi il “virus” della fame. «Il governo ci impedisce di lasciare le case – racconta un uomo dal Darfur – ma abbiamo pur bisogno di lavorare per comprare il cibo».

La situazione è critica: la scorsa settimana l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, ha deciso di sospendere le attività in Libia per evitare i contagi. Risultato: niente più visite ai centri finché gli operatori non avranno l’attrezzatura protettiva adeguata né servizi al centro di registrazione di Tripoli dove i migranti si recavano per chiedere aiuto. Per ora ci sarà solo consulenza telefonica.

A inizio anno – quando il Covid era qui ancora parola sconosciuta – l’Unchr ha annunciato la chiusura del suo centro di “Raccolta e Partenza” (Gdf) di Tripoli perché l’infuriare della guerra civile l’aveva reso un «obiettivo militare».

Istituito nel 2018, il Gdf doveva essere una struttura «alternativa alla detenzione», un posto sicuro dove le persone vulnerabili potevano risiedere prima di essere evacuate. Ma, stando ai resoconti di alcuni rifugiati raggiunti dal Guardian, il centro era anche usato dalle milizie per nascondere armi e per proteggersi dai raid di Haftar. Per gli uomini armati, i migranti svolgevano una duplice funzione: quello di «scudi umani» e di «schiavi» di cui poter disporre a proprio piacimento.

In queste condizioni scappare verso l’altra sponda del Mediterraneo per mettersi in salvo dall’inferno libico è una necessità. Ma ora è più difficile. Vuoi per i controlli più rigidi visto il coprifuoco, vuoi perché a salvarli in caso di naufragio non ci sono nemmeno le ong che hanno dovuto sospendere i loro soccorsi per il virus.

Quello che non è sospeso è il traffico di esseri umani. Sulla tv panaraba al-Arabiya una fonte dell’Enl di Haftar ha rivelato la scorsa settimana «l’esistenza di un vero e proprio mercato» nel villaggio di Adiri (a nord di Sebha, centro-sud della Libia). Qui i migranti sono venduti a dei mediatori libici.

E selezionati: i più forti sono mercenari da inviare al fronte. Gli altri proseguono il «viaggio». Quanto può valere un essere umano? Qui centinaia o migliaia di dollari. Dipende da quanto la merce è «pregiata».

Sorgente: I tre virus dei rifugiati in Libia: corona, fame e schiavitù | il manifesto

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