«Salario minimo, l’erga omnes su contratti è buon punto di partenza» | il manifesto

10 Settembre 2019 0 Di Luna Rossa

Un tavolo sul Salario minimo con una delegazione di rider con l'ex ministro del Lavoro Luigi Di Maio

Intervista a Tania Scacchetti (Cgil). La segretaria confederale della Cgil: «Sbagliato invece fissare i 9 euro lordi come valore per tutti. Così si dà un alibi alle imprese per uscire dalla contrattazione. Poi servono diritti comuni per tutti i lavoratori, anche autonomi»

Massimo Franchi

Tania Scacchetti, segretaria confederale Cgil. La neoministra Nunzia Catalfo – presente ai tavoli tecnici – fissò il salario minimo a 9 euro lordi l’ora. Da dove si riprenderà la trattativa?
Da presidente della commissione Lavoro del Senato è stata un’interlocutrice attenta alle istanze delle parti sociali. Ora ha assunto un ruolo diverso, vedremo come si comporterà. Per noi si deve ripartire dalle cose sempre sostenute unitariamente: il salario minimo esiste già, sono i minimi dei contratti nazionali. Non solo nella parte retributiva ma anche nella parte normativa. Bisogna dare loro valore erga omnes.

E così c’è scritto nel programma di governo. Contenti?
Mi pare che sia un passo importante per un nuovo terreno di lavoro.

Però ci sono contratti nazionali – vigilanza privata, il famigerato MultiServizi – al di sotto dei 9 euro orari lordi.
Dipende. Se il salario minimo è la paga del livello più basso è vero: oltre a quelli citati, anche alcuni contratti dell’edilizia. Se invece quei 9 euro sono il trattamento economico complessivo che tiene conto dei ratei di 13esima e Tfr, quasi tutti i minimi contrattuali sono sopra i 9 euro lordi. Nell’ultima versione del ddl Catalfo si parlava di Trattamento economico «minimo» e non più «complessivo». Portarlo a 9 euro ingerisce negativamente sulla contrattazione. Non va indicata una cifra fissa perché i contratti vengono da storie e pratiche diverse e quindi hanno minimi diversi. È improprio e pericoloso invece dare i 9 euro a tutti perché per noi è possibile coprire tutti i lavoratori subordinati con un contratto nazionale. Diversamente si concede un alibi per uscire dalla contrattazione ad un pezzo significativo di categorie di imprese.

I rider in questo quadro avrebbero applicato il contratto della logistica come è successo recentemente a Firenze.
La norma del M5s aveva di positivo l’estensione del salario minimo ai co.co.co. eterodiretti. È giusto che alcune figure oggi sono inserite nell’ambito del lavoro autonomo vengano ricondotte nella dipendenza. Abbiamo però sempre posto il tema di un perimetro di diritti a prescindere dalla natura giuridica del rapporto di lavoro per evitare sfruttamento e dumping. Per lavoratori autonomi e partite Iva genuini c’è il tema dell’equo compenso che va applicato dopo le tante discussioni.

Sulla legge sulla rappresentanza, basta applicare il Testo unico sottoscritto con Confindustria e trasformarlo in legge o serve di più?
Come Cgil nella Carta dei diritti prevediamo delle formalità – registrazione di tutti i soggetti – come nella legge già prevista nella pubblica amministrazione. L’intesa con Confindustria non è applicabile a tutti i settori. I principi cardine però sono quelli: elezione dei delegati sindacali, misurazione della rappresentanza, una certa soglia per essere legittimato a trattare.

Nel programma di governo si parla di «indici rigorosi». Il 5% a livello di settore e il 3 a livello aziendale del Testo unico permetterebbero a Usb e Cobas di essere presenti in molti settori…
Mica vogliamo escluderli. La frantumazione della rappresentanza che ha portato da 300 a 900 contratti è figlia della parte datoriale, che siamo costretti a rincorrere. La strada è il rilancio del contratto nazionale, argine che ha permesso la tenuta dei diritti in questi anni.

Sorgente: ilmanifesto.it

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