La neo maggioranza si divide. No all’arresto del deputato Fi | il manifesto

19 Settembre 2019 0 Di Luna Rossa

Alla camera. Nel voto segreto quasi 50 franchi tiratori Pd, su un caso però molto controverso che riguarda il piemontese Sozzani. «Nessun valore politico» giurano subito gli alleati. Di Maio però fa il più puro e attacca il «sistema»

Andrea Fabozzi

Il parlamento sonnecchia e con il nuovo governo viene tenuto in condizione di non nuocere, ma qualche voto bisogna pur farlo. Ieri la camera ha votato sulla doppia richiesta di autorizzazione a procedere ai danni del deputato piemontese di Forza Italia Diego Sozzani. La magistratura milanese, che lo indaga per corruzione e finanziamento illecito nell’ambito dell’inchiesta «mensa dei poveri», voleva utilizzare le intercettazioni telefoniche che lo coinvolgono e metterlo agli arresti domiciliari. Richieste respinte, perché alla prima occasione parlamentare importante la neonata maggioranza si è divisa. E la decisione presa insieme in giunta, cinquanta giorni fa, da 5 Stelle e Pd quando erano ancora avversari – autorizzare l’arresto di Sozzani – è stata smentita adesso perché i due partiti, che pure sono ormai alleati, si sono divisi.

La vicenda delle richieste di autorizzazione per Sozzani non è lineare. Il suo è il primo caso in cui il virus spia trojan che trasforma lo smartphone in un potente microfono ambientale – il cui impiego nelle indagini per corruzione è stato autorizzato dalla recente legge grillina «spazza-corrotti» – viene usato per intercettare un parlamentare. Intercettare per caso, sostengono pm e gip, senza convincere nemmeno il Pd che su questa richiesta ha votato contro assieme a tutto il centrodestra. Sia in giunta a fine luglio che ieri in aula. La richiesta di custodia cautelare ai domiciliari invece è stata avanzata perché, secondo i magistrati, c’è il rischio che Sozzani e gli altri soggetti coinvolti possano ripetere i reati. La richiesta però si basa proprio sulle intercettazioni. E anche secondo il Pd, che pure ha deciso di votare a favore degli arresti, «poteva essere meglio motivata» – così ha detto ieri in aula il deputato dem Alfredo Bazoli. In giunta per le autorizzazioni, in effetti, il relatore aveva proposto di respingere anche la richiesta di arresti, ma era finito in minoranza e la relazione era stata affidata a un deputato grillino. L’esito però non è cambiato, perché nel voto segreto la proposta della giunta è stata in questo caso respinta dall’aula e Sozzani salvato dall’arresto. Grazie ai franchi tiratori perché su tutte le questioni che riguardano le persone e i diritti di libertà il voto del parlamento è rigorosamente a scrutinio segreto.

In questo caso, vista la concomitanza di due voti, uno in cui il Pd si era espresso ufficialmente contro le richieste della magistratura (intercettazioni) e uno in cui era per accoglierle (arresto) non è impossibile capire com’è andata. Nel primo caso hanno votato contro Sozzani solo i 5 Stelle: 187 voti, mentre tutti gli altri – Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, Pd, Leu e gruppo misto – hanno votato contro la richiesta del gip: 352 voti. Pochi minuti dopo nella seconda votazione si è affermata per 309 voti contro 235 la linea favorevole a Sozzani, respinta dunque la richiesta di arresti. Dando per scontato che tutti gli altri gruppi hanno confermato il voto che avevano appena espresso sulle intercettazioni (Leu ha motivato la libertà di coscienza con il fatto che continua a non avere un posto nella giunta e dunque non può conoscere approfonditamente i dossier), sono mancati alla maggioranza M5S-Pd 48 voti. Tutti o quasi tutti prevedibilmente del Pd, visti i dubbi sulle motivazioni della richiesta e la scelta opposta sulle intercettazioni.

Nei rumors i franchi tiratori sono stati immediatamente identificati con i renziani, al loro ultimo giorno di permanenza nel gruppo Pd. Anche fosse, e non è improbabile, restano almeno altri venti voti di persistente marca Pd. Senza dimenticare che in giunta l’artefice della linea dura contro Sozzani è stato proprio un deputato, adesso sottosegretario, renzianissimo: Scalfarotto. I capigruppo Pd e 5 Stelle hanno immediatamente spiegato che al voto non va attribuito un significato politico e che non si può parlare di spaccatura nella maggioranza, trattandosi di un atto che non coinvolge il governo. Non per questo i democratici hanno risolto i loro problemi, visto che Di Maio non si è trattenuto dal partire all’assalto del voto segreto che «va abolito». E non ha avuto alcun riguardo dell’alleato. «Solo il M5S ha votato compatto a favore degli arresti domiciliari di Sozzani – ha detto -, guarda caso proprio certi partiti approfittando del voto segreto lo hanno salvato. Emerge tutta la differenza fra noi e il resto del sistema». Almeno quando non si tratta di salvare Salvini.

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