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Fortebraccio, perché l’ironia è il modo più gentile di uccidere – Il Dubbio

Sono trascorsi trent’anni dalla morte di Fortebraccio, pseudonimo di Mauro Melloni. Il corsivista dell’Unità, tanto amato dai lettori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che oggi temo pochi ricordino.

Fortebraccio. Sono trascorsi trent’anni dalla morte di Fortebraccio, pseudonimo di Mauro Melloni. Il corsivista dell’Unità, tanto amato dai lettori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che oggi temo pochi ricordino.

Il tempo passa irrimediabilmente, e i più giovani hanno giustamente nuovi modelli e nuove testimonianze a cui guardare e a cui ispirarsi. Tuttavia alcune sue fulminanti immagini restano nella storia. Come «la fronte inutilmente spaziosa» dell’ex ministro socialdemocratico, Mario Tanassi, poi finito nella maglie della vicenda Lockeed e condannato. Oppure, sempre in riferimento ai leader del Psdi: «Si aprì la portiera dell’auto. Non scese nessuno. Era Antonio Cariglia».

Considero tuttavia giusto ricordarlo e metterlo in relazione a giovani giornalisti che oggi incarnano un certo tipo di giornalismo e di impegno, se non esplicitamente politico, come nel caso di Fortebraccio, certamente di natura civile.

I ritratti fulminanti di Fortebraccio restano nella memoria solo di chi ha vissuto quel determinato periodo storico e quell’irripetibile atmosfera politica.

Oggi, nel ricordarlo – almeno chi scrive, con innegabile nostalgia – è naturale chiedersi quali possono essere i suoi possibili eredi. In realtà, come è semplicemente un pretesto per testimoniare l’ammirazione nei confronti di chi oggi rappresenta degnamente il lavoro di giornalista.

Forse lo stesso Fortebraccio ammirerebbe la penna e l’animo critico di Mattia Feltri, il suo modo di osservare e commentare le vicende e le maggiori personalità del nostro tempo.

I corsivi che appaiono sul quoridiano La Stampa hanno una rassomiglianza di stile con quelli del mitico Fortebraccio.

Entrambi hanno il pregio del nitore e della levità della scrittura giornalistica.

Con la differenza che, mentre la penna di Fortebraccio era intinta di un graffiante moralismo tipico della cultura comunista di quei tempi, lo sguardo, altrettanto pungente e ironico di Mattia Feltri, è per lo più pacato e disincantato, e perciò ancor più autentico e veritiero.

Mattia ha ereditato dal padre Vittorio quella leggerezza della scrittura paragonabile a quella di scrittori- giornalisti come Indro Montenelli, Salvatore Sciascia e Pier Paolo Pasolini.

Insomma, sia Fortebraccio che Mattia Feltri rappresentano, nei loro puntuti corsivi, lo sguardo del tempo che passa con compatimento per le bassezze e le mediocrità che ci circondano e di cui un po’ tutti, in certi momenti, ci rendiamo responsabili.

Sorgente: Fortebraccio, perché l’ironia è il modo più gentile di uccidere – Il Dubbio

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