Nomine Ue, asse anti-socialista tra i Paesi populisti e l’Italia | Rep

30 Giugno 2019 0 Di Luna Rossa

 

 

La guida dell’Ue Roma, con polacchi e ungheresi, pronta a boicottare l’intesa raggiunta sull’olandese Timmermans. Giorgetti si sfila, non sarà commissario. Moavero in pole

DI ALBERTO D’ARGENIO E CARMELO LOPAPA

BRUXELLES – Si avvicina il momento della verità. Questa sera i leader Ue tornano a Bruxelles per un nuovo vertice sulle nomine. E l’Italia sta sabotando la candidatura di Frans Timmermans alla guida della Commissione europea. Laburista olandese, candidato di punta del Partito socialista europeo, l’attuale vice di Juncker sarebbe sulla carta il favorito alla sua successione dopo che Macron ha silurato il candidato dei popolari, Manfred Weber. L’idea arriva direttamente da Merkel, che cerca l’asse con i socialisti per chiudere un accordo che recupererebbe Weber alla presidenza del Parlamento europeo, il francese Villeroy alla Bce e un liberale (il belga Michel) o un popolare (il croato Plenkovic) alla guida del Consiglio europeo dopo Tusk.

Uno schema che però non piace ai Visegrad, visto che Timmermans in questi 5 anni è stato il paladino dello stato di diritto in Ungheria e Polonia. Ma non solo Orbàn e Morawiecki sono pronti al veto: a sorpresa saranno sostenuti da Giuseppe Conte. Salvini non vuole un progressista a Bruxelles e schiera il governo italiano al fianco di Budapest e Varsavia, i grandi emarginati d’Europa. “Non sosterremo un uomo di sinistra”, attacca il vicepremier. In queste ore le Cancellerie stanno lavorando sugli altri Visegrad, slovacchi e cechi, determinanti per evitare la maggioranza qualificata. Tanto più che la Gran Bretagna si asterrà. Ecco perché si lavora già a uno schema alternativo che prevede la liberale danese Vestager alla Commissione, Plenkovic al Consiglio e il finlandese Liikanen alla Bce. Pacchetto rigorista che l’Italia è pronta a sostenere pur di evitare Timmermans. Sullo sfondo, resta l’ipotesi Michel Barnier.

Non è detto stanotte i leader arrivino a un accordo, ma Conte deve stare attento a non innervosire i partner visto che martedì la Commissione Ue deciderà sulla procedura d’infrazione sul debito. Se sarà lanciata o meno, dipende da quanto il governo sarà capace di approvare in extremis lunedì sera. Il ministro Tria rientra dal G20 di Osaka convinto di avere un accordo in tasca. Da Bruxelles confermano che le distanze si sono ridotte, ma anche che per evitare l’infrazione Roma deve mettere sul tavolo almeno 9 miliardi. Nulla dunque è dato per scontato.

Con questa partita si intreccia poi quella altrettanto complicata per il governo gialloverde della pedina italiana nella nuova Commissione. Ieri Giancarlo Giorgetti si è tirato fuori dalla mischia. “Non sono interessato a fare il commissario e probabilmente non sono adatto a farlo, non succederà”, ha chiuso il sottosegretario leghista intervistato da Maria Latella su Skytg24. Una svolta dietro la quale, a quanto trapela, c’è un’esplorazione per nulla rassicurante sulle reali chance. Attorno a Salvini e Le Pen (e ai loro uomini), popolari e socialisti stanno costruendo un “cordone sanitario”.

Il leader leghista, alla luce del successo alle Europee, pretende che a rappresentare l’Italia sia un suo uomo, ma qualunque candidato dovrà passare le forche caudine dell’esame nel nuovo Parlamento europeo. A Roma, che lascia comunque tre pedine di peso a Bruxelles, potrebbe andare la delega al Commercio (più prestigiosa) o all’Industria (meno). Così, in un gioco di veti incrociati, in queste ore stanno crescendo le quotazioni del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Considerato in Europa tra i pochi volti moderati e istituzionali dell’esecutivo populista.

Su di lui converge il premier Conte e il M5S. Non Salvini, che pretende per quel posto un leghista e comunque una figura di cui possa fidarsi pienamente: Moavero non risponderebbe ai due requisiti. “Sta tessendo benissimo la sua tela a Bruxelles in queste settimane – spiega un leghista al governo – ma temiamo che una volta lì non risponda più a nessuno”. Se dovesse tramontare anche questa ipotesi, al capo del Viminale non resterebbe che puntare sul ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio o sul governatore veneto Luca Zaia (per nulla disposto ad accettare, per ora). Tutto dipenderà da chi siederà alla presidenza, appunto. E dal tasso di insofferenza nei confronti del nostro governo.

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