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È il momento del “partito che non c’è”-giovanniprincipe.blogspot.com

C’è una folta schiera di persone che non perdona a Beppe Grillo di aver impedito ai suoi di “vedere” le carte di Bersani per fermare la deriva verso le larghe intese. Come non perdona, coerentemente, a Renzi di aver impedito ai suoi di andarsi a misurare con i 5Stelle chiamati a governare dagli elettori.

Penso che abbiano ragione da vendere. Però, diciamo la verità: recriminano ma non collezionano che sconfitte. Davvero “la ragione è dei fessi”?

No. Se perdono, ossia se perdiamo, il motivo sta negli errori che commettiamo. E su cui non riflettiamo.

Per dire, ha senso dare un peso diverso agli errori di PD e Cinquestelle? È diversa la qualità degli errori ma non il peso. Cambia la soluzione ma la correzione è necessaria e deve essere imposta ai gruppi dirigenti, che non si correggeranno da soli, in entrambi i casi. Invece, dando un peso diverso si finisce per sperare in una evoluzione di chi viene considerato il meno peggio. Così è stato per i tanti che alle Europee hanno votato PD o 5stelle avendo chiari i loro errori ma ritenendola una scelta obbligata per arginare il pericolo di destra senza disperdere il voto.

Non è andata meglio a chi, contro la destra, si è rifugiato nel voto alle liste alternative sia al PD che ai 5S passando sopra alle ambiguità politiche degli schieramenti europei di riferimento.(1 )  Al di là di questo, continuano a dividersi a tutti i livelli (le divisioni europee hanno fatto anche da alibi) per il prevalere dell’istinto di autoconservazione dei professionisti della politica che anche in quelle piccole formazioni hanno trovato uno spazio vitale.

So che le ragioni che portano gli elettori a votarli sono quasi sempre nobili (passati impegni comuni, adesione ideologica identitaria) ma non di rado sono frutto di pigrizia culturale e abitudinarietà. Tant’è che i numeri si assottigliano di elezione in elezione: perfino quando come area vanno meglio (alle Europee la somma ha toccato l’8,00%) la divisione si accentua e il risultato si disperde.

 

L’errore più grosso da rimproverare alla schiera di cui sto parlando credo sia la sottovalutazione di sé. Numerica-quantitativa ma anche qualitativa. Errore pesante, che impone un cambiamento radicale nel sentire comune se non vogliamo trascinarci a lungo nell’attuale degrado della politica.

 

(1) ALDE sarà alleata dei popolari di Orban, nei Verdi una componente rilevante vorrebbe fare lo stesso (magari al posto di ALDE), metà SEU è per tornare alle nazioni, dove predominano i sovranisti, e afferma il “diritto a non migrare” (che non vuole sia confuso con la negazione del diritto di migrare).

Ci si lamenta, a ragione, del fatto che tutta l’informazione mainstream ci dipinge come piccoli e … rossi. Ma il guaio vero è che noi stessi ci sentiamo piccoli (perché discriminati). Mentre i risultati, quando ci presentiamo a testa alta, arrivano.

Non capita spesso ma capita per i motivi più vari: talora puramente contingenti, ma qualche volta per aver compiuto un percorso con tenacia e intelligenza, per aver presentato volti credibili, non segnati da cicatrici passate.

Sento tanti prendersela con chi dice “le cose non cambieranno mai”, o “per la prima volta dopo aver votato per tanti anni senza tentennamenti, stavolta non vado al seggio”. O con quei giovani che avendo appena acquisito il diritto al voto, rinunciano non trovando una lista in cui riconoscersi (il segnale davvero peggiore). Giusto cercare di convincerli: ma si può essere davvero convincenti se si è intimamente convinti che l’obiettivo massimo sia un quorum, o un decimale in più di un concorrente (altrettanto rinunciatario)?

In questo stesso blog mi sono sforzato, dopo ogni tornata elettorale, amministrativa o politica, e dopo il referendum del 4 dicembre 2016 fino a queste ultime Europee, di dimostrare, sulla base dei risultati arricchiti delle analisi dei flussi elettorali, quale sia l’entità potenziale del bacino di elettori insoddisfatti del PD, delusi dai 5S, diffidenti verso la sinistra-sinistra che si riconoscono però nei valori, negli obiettivi fondamentali e nei punti qualificanti dei programmi di sinistra. Ma ho incontrato regolarmente, oltre a confortanti condivisioni, una lunga serie di obiezioni: sono dati teorici, o episodici, la politica è un’altra cosa. Bisogna fare tanta strada, tanta elaborazione, tanto lavoro sul campo (come se non fossimo circondati da persone che ci propongono elaborazioni di grande spessore e da tantissime altre che “si smazzano” con abnegazione e con risultati incredibili nel vivo dei problemi). C’è perfino chi arriva, a sinistra, sì, a buttare lì che forse si deve abolire il suffragio universale. E che per vincere forse è meglio non dirsi di sinistra che si crea un rigetto.

Intendiamoci, qui non stiamo parlando di raggiungere il 50% più un voto, ma neanche il 40% che gli esperti individuano come soglia per ottenere il 51% dei seggi con il sistema elettorale attuale. Più banalmente, di superare il 20%, come ha fatto ora Tramutoli a Potenza per andare al ballottaggio il prossimo 9 giugno. E Fiorita a Catanzaro e Lorenzoni a Padova l’anno scorso, e Coletta l’anno prima per andare al ballottaggio a Latina, città considerata monopolio dell’estrema destra, e vincerlo. Di esempi se ne potrebbero fare molti altri, ma basta ricordare il 2011, la “primavera arancione”, quando andarono al governo di molti comuni, anche grandi (vedi Napoli), candidati che non appartenevano al “ceto politico” della solita sinistra.

Parliamo del resto di percentuali, tra il 20 e il 25%, che sono la metà di quello che è considerato il massimo potenziale (tra astenuti di sinistra, votanti di sinistra del PD dei 5S e della sinistra radicale, scontenti). Percentuali di un ordine di grandezza, pur sempre, da secondo partito alle politiche (nel 2013 da primo). Ancora: posto che alle Europee il non voto ha punito essenzialmente la sinistra (comprendendo quella delusa dai 5Stelle succubi di Salvini) mentre la destra ha saputo portare i suoi elettori a votare al massimo ipotizzabile, se un domani alle politiche tornassero a votare quelli che hanno votato l’anno scorso e se si radunassero in uno stesso partito, di scontenti che decidono di partecipare, sarebbero 6.245.113 elettori. Sul totale dei votanti alle politiche 2018, il 23,4%: più del PD, più della Lega.

Allora, si dica che non si riesce a trovare la chiave magica per aprire il cuore e la testa di quel popolo potenziale. Ma non si dica che quella chiave non esiste perché chiunque abbia modo di aggirarsi tra i luoghi e le occasioni di aggregazione nel vivo del tessuto sociale in cui quel popolo si ritrova, sa che c’è una comunanza che travalica ampiamente il livello che si raggiunge faticosamente nelle mediazioni tipiche del ceto politico. Senza andare oltre, è il concetto che esprime con grande chiarezza Tomaso Montanari sul “Fatto Quotidiano”. (2)

Invito a riflettere chi spera in una evoluzione positiva del PD o dei 5Stelle. Così come chi aspetta che qualcuno dei “brutti anatroccoli” in concorrenza a sinistra all’improvviso si tramuti di in un cigno ammirato dall’elettorato. Trovare quella chiave, concentrarsi su quello che comporta, sulle condizioni per conquistare la fiducia e sugli errori da non commettere (anziché su quello “che me ne viene ammé”) è anche l’unico modo per sperare di sprigionare le energie positive che residuano (lo spero vivamente) nel PD e nel M5S. Così da portarli a compiere quell’assunzione di responsabilità di cui fin qui non si stanno dimostrando capaci nei confronti del Paese. Intendendo con questo i cittadini che stanno vedendo le loro condizioni peggiorare, i loro diritti calpestati e perfino la loro dignità offesa.

Sorgente: È il momento del “partito che non c’è”

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