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Rifugiati, la Corte Ue: «No a rimpatri se rischiano la vita»

Il costo della vita. I giudici del Lussemburgo contraddicono il primo decreto sicurezza Salvini: «Non cambio idea, chi ruba e spaccia torna a casa»

Da Lussemburgo arriva uno stop pesante al primo decreto sicurezza di Matteo Salvini. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha infatti confermato il divieto di rimpatriare un rifugiato al quale – a seguito di una condanna definitiva – sia stata revocata la protezione internazionale se nel Paese di origine esiste la possibilità che venga perseguitato. Una sentenza che conferma quanto già previsto da convenzioni internazionali ma che allo stesso tempo contraddice platealmente quanto stabilito sette mesi fa dal decreto sicurezza che, all’articolo 7, prevede invece un ampliamento dei reati per i quali è possibile la revoca o il diniego della richiesta di asilo. «Ecco perché è importante cambiare questa Europa», è stato il commento del titolare del Viminale. «Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano e spacciano tornano tutti a casa loro».

La sentenza dei giudici di Lussemburgo nasce dai casi sollevati alla corte dai colleghi del Belgio e della Repubblica Ceca in seguito ai ricorsi presentati da tre cittadini extracomunitari – un ivoriano, un congolese e un ceceno – che si sono visti revocare o rifiutare lo status di rifugiato per gravi motivi. La corte non contesta la decisione di non riconoscere o di revocare la protezione internazionale per persone che hanno commesso reati molto gravi, ma ribadisce che in nessun caso una persona che nel Paese di origine rischia di essere perseguitata può essere rimpatriata. Inoltre afferma in maniera innovativa che il diniego o la revoca dello status di rifugiato per una persona a rischio di persecuzione è possibile solo in caso di reati gravissimi, come del resto previsto dalla Carte dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Per quanto riguarda l’Italia, i casi in cui è previsto il divieto di espulsione sono inseriti nell’articolo 19 del testo unico sull’immigrazione.

Nulla di nuovo dunque, se non per il fatto che la sentenza lussemburghese va a intaccare proprio il decreto-manifesto del ministro leghista che invece ha voluto estendere la possibilità di revocare o rifiutare la protezione internazionale anche a chi sia stato condannato con sentenza definitiva per i reati di violenza, minaccia a pubblico ufficiale, furto aggravato, furto in abitazione o con strappo, oppure per lesioni personali a un pubblico ufficiale nel corso di manifestazioni o nel caso di mutilazione degli organi genitali femminili. Reati gravi, ma non tali da giustificare il rimpatrio di chi, nel Paese di origine, rischierebbe la tortura o la morte. «Si tratta di una sentenza importante perché ricorda alcuni principi che trovano già attuazione in Italia», sottolinea Salvatore Fachile, avvocato dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). «Ma soprattutto perché sottolinea l’illegittimità del decreto Salvini nella parte in cui sancisce il diniego e la revoca della protezione internazionale di cittadini stranieri che hanno commesso reati non gravissimi».

Per il prefetto Mario Morcone, ex capo di gabinetto del Viminale oggi diretto del Consiglio italiano dei rifugiati, quella della Corte di giustizia europea è una sentenza «fondata e sacrosanta», perché «fissa in maniera definitiva un principio che si stava cercando di scardinare arrivando addirittura a dire che la Libia è un paese sicuro». Soddisfatta per la decisione dei giudici di Lussemburgo anche Riccardo Magi e Francesco Mingiardi di +Europa. «Cade un altro mattone della propaganda del governo e di Salvini, che vorrebbe governare l’immigrazione a suon di respingimenti e rimpatri e perfino multare chi salva vite» è il commento dei due esponenti di Radicali italiani. «Una politica che viola le convenzioni internazionali oltre che miope e fallimentare, come dimostra il numero di rimpatri, e che deve fare i conti con un principio fondamentale ribadito oggi dalla Corte: in nessun caso si può rimpatriare o respingere una persona se da tali provvedimenti derivi un rischio per la sua vita, la sua libertà o dignità». Sulla stessa linea Mediterranea saving humans. «Salvare vite umane – rileva la ong – non è un crimine, rimpatriarle senza tutelare la loro dignità e la loro sicurezza, sì».

Sorgente: ilmanifesto.it

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