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(Tommaso Merlo) – Sì, sì, l’Italia era una Repubblica democratica in cui la sovranità apparteneva al popolo. Bei tempi. Oggi vota giusto una minoranza di nostalgici e la sovranità appartiene alle lobby e al mercato finanziario che hanno trasformato di fatto la “res publica” in cosa privata. Il tutto con la complicità della politica anch’essa alquanto mutata. Altro che “polis”, ego e carriera. Più che classi dirigenti, orchestre del Titanic che intrattengono il pubblico residuo mentre il pianeta sta sprofondando verso l’autodistruzione. Comanda il mercato della giungla. Ciò che rende prospera, il resto che si arrangi. Il trucco sta nel tenere i cittadini nei limiti di sopportazione. Non in mezzo ad una strada perché la fame li renderebbe irrequieti, ma con mezzi sufficienti per tirare avanti pagando le bollette e consumando la roba inutile che gli propinano dalla mattina alla sera. Ma dare tutta la colpa ai politicanti nostrani sarebbe ingiusto. Anche se gli onorevoli infatti trovassero tra gli arredi rococò qualche briciola di coraggio e dignità e provassero ad occuparsi di cose serie tipo di giustizia sociale, le lobby che li finanziano sclererebbero e il casinò finanziario globale correrebbe al tavolo verde a puntare tutte le fiches sul repentino fallimento del Belpaese. E i primi a scommettere sarebbero i nostri padroni americani. A Wall Street stapperebbero casse di prosecco e ci farebbero pure il segno dell’ombrello. E’ un mondo basato sul profitto, baby. Mentre l’Italia era una Repubblica fondata sul lavoro. Era. Oggi il poco lavoro che c’è è pagato da cani ed è pure precario. Altro che dare dignità, oggi il lavoro te la toglie. Ma poi è roba vecchia, da dopoguerra. Una Repubblica moderna dovrebbe essere fondata sul vero benessere dei cittadini, sulla loro qualità della vita in senso lato di cui il lavoro è solo una componente. Le macerie oggi sono interiori ed è lì che bisogna ricostruire. Ed è questo il compito storico della politica oggi. Sperimentare soluzioni per una distribuzione più intelligente non solo delle risorse ma anche delle energie e del tempo. Che garantisca un’esistenza più sostenibile per se stessi e per il pianeta. Ma vallo dire al mercato. E pure dell’articolo 11 già che ci sei. L’Italia ripudia la guerra. Come no. Producendo e vendendo armi per miliardi ed accodandosi ad ogni delirio guerrafondaio. Ma era il 2 giugno 1946, i padri costituenti erano reduci da una guerra devastante vissuta sulla propria pelle e non davanti al televisore. Un’era di grande slancio ideale in cui il profitto non si era ancora comprato tutto. Bei tempi davvero. Ma eccoci qua. A commemorare la nascita della Repubblica invece che il suo decesso. Perché senza vera sovranità popolare, con una politica chiassosa ma inutile, coi cittadini ridotti a manovalanza consumatrice, con un immobilismo totale su tutto ciò che conta davvero, con interessi privati che dominano quelli pubblici e senza nessuna visione alternativa di futuro, non siamo una Repubblica ma una filiale del mercato globale. Bisogna farsene una ragione e guardare oltre. E dato che oggi i veri potenti hanno tutti una natura internazionale, altrettanto dobbiamo fare noi cittadini per tornare a contare qualcosa. Dobbiamo cioè unirci per generare un potere democratico con una massa in grado di contenere l’invadenza economica e liberarci dai ricatti finanziari. E l’unica via concreta che abbiamo a disposizione per riuscirci, è quella continentale. Già, facciamocene una ragione e rimbocchiamoci le maniche per archiviare la Repubblica italiana e costruire la grande Repubblica Federale Europa.

Sorgente: 2 giugno, funerale della Repubblica – infosannio – notizie online


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