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Trent’anni di indagini che il ministro Salvini ignora

C’era sempre qualcuno in Calabria a parlarti prima o poi del progetto. La mastodontica opera che avrebbe dovuto collegare Scilla a Cariddi e che era persino finita sulla copertina di un numero di TopolinoE che, per una sorta di leggenda nera, finiva sempre col non essere realizzata, chiunque si proponesse di farla (se ne dibatte, del resto, solo dal 1866). Erano gli anni 80, e chi scrive era bambina. È stato lo storico delle mafie Enzo Ciconte a ricordare come l’allora premier Bettino Craxi, che aveva di nuovo parlato del progetto del Ponte, fosse considerato dagli ’ndranghetisti un decisionista e per questo preso in parola. Paolo De Stefano, della cosca De Stefano-Tegano, convinto dall’idea di Craxi, pensò di accaparrarsi i terreni dove poi sarebbe dovuta sorgere la campata calabrese del Ponte. Ma a comandare su quelle terre era Antonio Imerti, detto “nano feroce”, della cosca Rosmini-Condello-Imerti. E la ’ndrangheta, come dice il procuratore Nicola Gratteri, anche quando non è proprietaria si comporta da possessore. È da questo scontro che così, secondo molti, nacque la seconda guerra di ’ndrangheta, che dal 1985 al 1991 fece più di 600 morti. Il progetto del Ponte naufragò e le famiglie calabresi alla fine si misero d’accordo, quando a ricomporre l’asse intervenne Cosa Nostra.

Per avere il primo vero allarme per infiltrazioni mafiose nell’affare-Ponte bisognerà aspettare pochi anni dopo le inchieste del procuratore di Messina di allora, Luigi Croce, che per primo indagò sulle attività collaterali al miraggio della costruzione dell’opera. “Lavoriamo in più direzioni – disse Croce, trent’anni fa – e per prima cosa sulle operazioni di compravendita dei terreni su cui si impianterà la struttura. Quando partiranno gli espropri chi si sarà accaparrato la proprietà di quei lotti avrà molto da guadagnare. Così come chi in questi anni avrà acquistato le cave di sabbia da cui sarà estratto il materiale di costruzione”. Trent’anni dopo, nell’inchiesta che pubblichiamo qui a fianco, raccontiamo come quelle ipotesi investigative sono diventate realtà. A partire da una zona, quella del Vibonese, tra Limbadi e Nicotera, dove negli ultimi anni sono stati ammazzati cittadini onesti e perbene come Maria Chindamo e Matteo Vinci per essersi rifiutati di cedere le loro terre proprio ai Mancuso. Oggi sappiamo che, per parte di quelle terre spesso sottratte con prepotenza, lo Stato – quindi tutti noi – pagherà invece pure un indennizzo alla famiglia di ’ndrangheta e ai suoi eredi. E meno male che, come ha detto il vicepremier e ministro Matteo Salvini, “sarà un ponte che dà fastidio a tanti, ma io penso che darà fastidio solo alla mafia”. Bel fastidio, in effetti.

 

(DI MADDALENA OLIVA – ilfattoquotidiano.it)

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