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La biografia di Dolores Ibárruri, simbolo della resistenza al franchismo e figura emblematica del movimento comunista dello stato spagnolo

Diego Díaz Alonso – Nicola Tanno

Dolores Ibárruri è stata una dei grandi personaggi del movimento comunista del Novecento. Nata in una famiglia di minatori, ottava di undici figli, madre di sei (di cui solo una arriverà all’età adulta), Ibárruri divenne simbolo della Repubblica sotto attacco del fascismo durante la Guerra Civile (1936-39). Suoi furono gli slogan più famosi («No pasarán!), suo fu il commovente discorso d’addio alle Brigate Internazionali, e suo è stato soprattutto uno dei soprannomi di maggior successo, «Pasionaria», ancora oggi (spesso in maniera fuori luogo) associato alle leader politiche più carismatiche.

La casa editrice People ha recentemente pubblicato la biografia redatta da Diego Díaz Alonso, dal titolo Pasionaria. L’inaspettata vita di Dolores Ibárruri (e tradotta dal castigliano da Marcello Belotti). Si tratta di un testo divulgativo ma al contempo di grande rigore, finalizzato a mostrarne le luci e le ombre e con un’attenzione particolare alla sua dimensione di donna rivoluzionaria. Il volume si fregia della prefazione di Luciana Castellina (che ricorda i suoi incontri con la Pasionaria) e dell’introduzione di Pablo Iglesias.

Diego Díaz Alonso ha risposto ad alcune domande di Jacobin Italia.

Il sottotitolo della tua biografia della Dolores Ibárruri parla di «una vita inaspettata». Che cosa intendi dire? Che vita ci si aspettava per questa donna?

È lei stessa ad aver dato importanza a questo fatto. Nei primi giorni di fidanzamento con il suo futuro marito, Julián Ruiz, questi le regalò un libro di Víctor Hugo. Dolores era una ragazza cresciuta in una famiglia molto cattolica e lei stessa lo era. Di colpo la lettura di questo libro gioca un ruolo importante nella sua politicizzazione. E da qui m’è venuto in mente questo titolo, sulla «vita inaspettata», perché il suo destino era un altro, quello di una donna della classe lavoratrice destinata a fare la serva fino a che non si fosse sposata e fosse divenuta, quindi, una donna «di» suo marito. E invece no. La politica le apre le porte di un mondo nuovo in cui appaiono libri, cultura, militanza e soprattutto l’autonomia. Dolores comincia a scrivere, a parlare in pubblico. È un destino inaspettato per una donna della sua epoca e della sua classe sociale.

La vita di Dolores Ibárruri è strettamente legata al suo soprannome, Pasionaria, e al mito che l’accompagna. Per quale motivo una dirigente politica della Spagna degli anni Trenta, con tante luci ma anche con parecchie ombre, è diventata un mito che ancora persiste?

Indubbiamente Ibárruri aveva delle qualità che potremmo definire «umane», ma non nel senso che era una persona buona ma piuttosto che era intelligente, intrepida, capace di captare i sentimenti popolari e di saperli ritrasmettere. Ma oltre a questo vi è il momento storico eccezionale in cui ha operato, ovvero quello della Guerra Civile Spagnola. Tutto d’un tratto la Spagna passò dall’essere un paese secondario della politica internazionale a stare sulle prime pagine di tutti i quotidiani. Tutti parlavano della Spagna e l’immagine che si aveva era quella di un paese arretrato, slegato dalla modernità e dai paesi europei più industrializzati. In questo paese emerge d’un tratto questa donna, che al contempo unisce modernità e tradizione. Perché da un lato è comunista, carismatica, grande oratrice ma dall’altro la Pasionaria non è un’intellettuale, non è borghese, non viene dalle grandi metropoli, ma si tratta di un grande personaggio politico che proviene direttamente dalla classe lavoratrice delle miniere del Paese Basco. Dolores è una donna vestita di nero, una madre di famiglia che non è andata all’università. Questa combinazione di modernità e tradizione, unita al lavoro propagandistico del Komintern, generano una combinazione esplosiva che suscita l’attenzione di tutti i corrispondenti durante la Guerra Civile, come per esempio Ernest Hemingway.

La scrittrice spagnola Almudena Grande definì Ibárruri «la Vergine Maria del Proletariato Internazionale». Nel tuo libro dai molta importanza alla dimensione femminile di Ibárruri e la confronti con quella di altre rivoluzionarie come Emma Goldman, Alexandra Kollantaj, Rosa Luxemburg, piuttosto diverse dalla sua. Che relazione vi era tra questa sua voglia di presentarsi come madre tradizionale e il suo essere rivoluzionaria? E quale fu il suo rapporto col femminismo?

Dolores si separò da suo marito molto presto pur senza mai divorziare. E allo stesso tempo si innamorò di un uomo molto più giovane di lei. Tuttavia lei stessa era cosciente del fatto che il suo personaggio avrebbe funzionato molto meglio offrendo alle persone un’immagine tradizionale e tutta la vita lavorò per presentarsi in questa maniera. Ad ogni modo nel suo discorso vi è sempre stato un contenuto favorevole all’uguaglianza tra donna e uomo, anche se non si è mai definita pubblicamente come femminista. Diciamo che alcuni aspetti che collidevano con l’immagine tradizionale che voleva offrire li teneva un po’ nascosti, pur essendo noti, come la questione dell’amante o il fatto che fosse separata.

L’attenzione verso Dolores Ibárruri è spesso interamente rivolta al suo operato nella Guerra Civile e si dimentica che per vent’anni fu Segretaria Generale del Partito Comunista Spagnolo, per quanto quasi interamente dall’esilio di Mosca. Che tipo di Segretaria fu?

Non si può dire che come Segretaria Generale abbia espresso il meglio di sé. Direi che è stata molto assente, per via dell’esilio a Mosca e dei suoi problemi di salute. A un certo punto si trovava in Francia ma con la Guerra Fredda arrivò la messa al bando del Pce, e Dolores era troppo anziana per fare una vita da clandestina e quindi andò a Mosca, dove rimase fino al 1977. È stata poi una Segretaria molto marcata dallo stalinismo, non esente da purghe come quella che riguardò i militanti che provarono a tenere viva la lotta armata contro il franchismo. Temeva la nascita di nuove leadership all’interno del paese. Il meglio che si può dire di lei è che non ostacolò il rinnovamento del partito, capì quando il suo momento era finito e seppe farsi da parte.

Nel 1960 effettivamente la Pasionaria lasciò il suo incarico a Santiago Carrillo, in un atto piuttosto inusuale dentro ai partiti comunisti del Novecento. Come spieghi questa sua intenzione di farsi di lato, piuttosto inusuale nei movimenti comunisti?

Come dicevo prima, Ibárruri fu una leader piuttosto assente, trovandosi molto distante dalla Spagna e anche dalla Francia, dove si trovava la retroguardia del Pce. Però era una donna intelligente e capì che non era il caso di fare la guerra ai giovani che ormai controllavano il partito. E quindi decise di farsi da parte ottenendo in cambio un trattamento eccellente. La Pasionaria divenne una sorta di «Regina» del Partito, una figura onorifica che viaggiava per il mondo dando discorsi, partecipando a congressi, ricevendo regali da parte dei dirigenti comunisti dei diversi paesi. Credo che le piacesse molto questo ruolo. In questo senso la sua uscita di scena è quasi un unicum nel movimento comunista mondiale. La normalità era che i Segretari generali rimanessero al loro posto fino alla morte o che venissero deposti da un golpe di palazzo. Alcune volte succedeva che il capo morisse ma che poi la sua figura venisse vilipesa, come accadde a Stalin. Il successore di Dolores, Santiago Carrillo, venne invece espulso dal Pce e concluse la sua vita politica in maniera ridicola, fondando un suo insignificante partito comunista. Dolores era intelligente. A quarant’anni era già un mito, svolse per vent’anni il ruolo di leader dall’esilio, e spese i suoi ultimi anni come «madre» del partito, venerata dai suoi stessi compagni intervenendo spesso come paciere tra le diverse correnti. Non fomentò mai divisioni e mostrò un pubblico affetto e stima verso i Segretari del Pce degli anni Ottanta, Gerardo Iglesias e Julio Anguita, ricevendo in cambio ammirazione e riconoscimento pubblico da tutto il partito.

Il ritorno della democrazia in Spagna non fu esattamente quello che i comunisti si erano immaginati. Nonostante 45 anni di lotta clandestina e sacrifici, il Pce fu una forza politica marginale rispetto al Partito Socialista di Felipe González. Il Pce di Carrillo era stato in prima linea contro il regime, non era attestato su posizioni staliniste come il partito portoghese o greco, sposò l’eurocomunismo eppure fallì completamente il suo tentativo di diventare la prima forza di sinistra. Quale fu, secondo te, l’errore principale del Pce?

Io credo che il Pce abbia giocato un ruolo importante nel ritorno alla democrazia. Il problema, semmai, è che le aspettative che si erano maturate negli ultimi anni della dittatura erano molto alte. In altre parole, i comunisti credettero alla loro stessa propaganda che li descriveva come una grande forza d’opposizione al franchismo, dimenticando l’importanza delle maggioranze silenziose. La gente non voleva la continuità con il franchismo, certo, ma non desiderava neanche votare una forza con che aveva nel simbolo la falce e il martello e vincoli con l’Unione Sovietica. E così quella parte della popolazione che chiedeva un cambiamento scelse nelle prime elezioni del 1977 o l’Unione del Centro democratico o il Partito socialista. Il riferimento alla socialdemocrazia nordica era molto più attraente dell’eurocomunismo. E poi mentre i socialisti presentarono una figura giovanile come Felipe González, i comunisti costruirono delle liste coi personaggi della Guerra Civile, come Carrillo e la stessa Pasionaria. Tuttavia nelle elezioni municipali di due anni dopo, nel 1979, il Pce ottenne risultati molto migliori, facendo leva su professionisti (economisti, avvocati, professori) cresciuti in Spagna e che risultarono molto più attraenti per l’elettorato. Ho sempre pensato che se le prime elezioni nella Spagna democratica fossero state le municipali piuttosto che le parlamentari, la Transizione sarebbe potuta essere differente [la Transizione è il periodo tra la morte di Francisco Franco e le elezioni del 1982 durante il quale venne approvata la Costituzione spagnola, Ndr].

Credo pure che fu un errore presentarsi alle elezioni di quegli anni con il simbolo del Pce. Già da allora il partito avrebbe dovuto costruire un Fronte Popolare, come quello che poi si costruì con Izquierda Unida dalle elezioni del 1986. È grazie a esso che il Pce è sopravvissuto, ha saputo modernizzarsi ed è finanche arrivato al governo. Se il Pce si fosse attestato su posizioni minoritarie come i partiti comunisti greco, francese o portoghese, si sarebbe sciolto da un pezzo.

Il libro si chiude con una frase di Dolores: «Ho creduto nella vittoria e con il mio popolo ho subito terribili sconfitte». La vita della Pasionaria è stata davvero dura, sia nel privato (penso alla perdita dei tanti figli) che politica. Gli arresti, la Guerra Civile terminata con una sconfitta, quarant’anni di esilio, i tanti tentativi di rivolta in Spagna che sono falliti. E pure quando la democrazia torna, non torna come si aspettava. Non pensi che in qualche modo l’immagine di Dolores Ibárruri sia legata a quella della sconfitta?

Sì, anche se credo che vi siano personaggi che hanno subito sconfitte maggiori. Certamente, se la consideriamo come la donna che nel 1935 credette che il Fronte Popolare avrebbe aperto le porte alla democrazia, che era convinta che avrebbe vinto la Guerra Civile, o che sperò che dopo la Guerra Mondiale il fascismo sarebbe caduto pure in Spagna o ancora che negli anni Sessanta ritenne che dal franchismo vi potesse essere un’uscita rivoluzionaria, possiamo considerare Ibárruri come un personaggio eternamente sconfitto. Tuttavia sotto altri punti di vista non lo è. Nel Pce non è stata sconfitta. Vi sono stati altri soggetti purgati, ripudiati, marginalizzati, mentre lei è stata assolutamente rispettata. Poi ha avuto la fortuna di vedere la morte di Franco, che non tutti gli antifranchisti hanno avuto. Ed è ridiventata deputata dopo 37 anni. L’immagine di lei che sale le scale del Congresso fece il giro del mondo, ebbe un impatto internazionale notevole. Dolores tornò in Spagna e i comunisti ripresero a fare attività politica, a governare molti comuni, a partecipare alla vita civile e culturale, nei sindacati, nelle associazioni. Il sindacato comunista, Comisiones Obreras, divenne il più importante del paese. Dopo quarant’anni i comunisti uscirono dalle catacombe e generarono partecipazione civile. Questo credo che sia stato il più grande contributo democratico del Pce. Sinceramente ho visto sconfitte peggiori.

Per un certo periodo dopo la morte, nel 1989, Dolores Ibárruri divenne una figura ecumenica in tutta la Spagna, rispettata a destra e sinistra. Oggi non pare più così. Come mai?

Credo che la Pasionaria abbia beneficiato del clima di conciliazione nazionale avvenuto durante e dopo la Transizione. In questo clima si creò una sorta di accordo per cui io non ti rinfaccio il tuo passato franchista e tu non ricordi la mia aderenza allo stalinismo o quella di Carrillo. La aiutava anche quella sua immagine dolce di donna anziana e vestita di nero. Dopo la sua morte si sono intitolate scuole in suo nome, vie, niente di esagerato però esisteva un certo rispetto nei suoi confronti. Tuttavia questa fase è finita, il clima si è polarizzato e vi è una forte revisione del passato, sia della Guerra Civile che della Transizione. La destra dopo anni di imbarazzo rivendica ora sempre più nettamente la sua simpatia verso il franchismo.

*Diego Díaz Alonso è dottore di ricerca in storia presso la Universidad de Oviedo. Tra le sue pubblicazioni, Disputar las banderas. Los comunistas, España y las cuestiones nacionales (1921-1982). Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona.

Sorgente: L’inaspettata vita della Pasionaria – Jacobin Italia